Lo sbarco della legge di bilancio nella Normandia d’aula

         Certo, non è lo sbarco in Normandia ma solo in aula al Senato quello della legge di bilancio, manovra o come altro vogliate o vogliano chiamarla, dopo il lungo e abbastanza caotico passaggio nella competente commissione. Dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha trascorso anche il suo 59.mo compleanno: non nel frac generosamente prestatogli da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera, come un buon prestigiatore, ma in tenuta mimetica. Guardandosi non tanto dai tiri delle opposizioni quanto dal cosiddetto fuoco amico. Un fuoco, a sua volta, anche o soprattutto del suo partito, la Lega dell’amico Matteo Salvini nella sua triplice veste di capo del Carroccio, di  vice presidente del Consiglio e di Ministro delle infrastrutture. Per non parlare dell’abito, funzione e quant’altro di ministro dell’Interno cui adesso il guerriero lombardo ambisce di più dopo l’assoluzione definitiva, in Cassazione e saltando l’Appello, dalle accuse di sequestro di persona per abuso, diciamo così, del suo reclamato diritto e dovere di difendere i sacri confini della Patria. E, ancor di più, dell’Unione Europea minacciata dall’immigrazione clandestina non meno dell’Italia, anche se a Bruxelles hanno a lungo praticato più la distrazione che l’attenzione, almeno fino a quando non vi è sbarcata -pure lei col suo abbonante guardaroba- quella rompiscatole che deve essere apparsa Giorgia Meloni, almeno all’inizio.

         Sono anni, per carità, che la legge di bilancio eccetera eccetera ha percorsi parlamentari accidentati, come in una corsa ad ostacoli che, dilungandosi troppo, finisce per comprimere la Camera del primo turno e soffocare, letteralmente, l’altra. Che deve ingoiarla con le lenticchie di Capodanno. Sono anni, ripeto, fra i capelli strappati di costituzionalisti di grido, che hanno coniato la formula del bicameralismo “mascherato”, “tradito” eccetera o monocameralismo “di fatto”, adottato surrettiziamente dopo che gli italiani avevano bocciato nel referendum quello un po’ più decentemente tentato da Matteo Renzi con la sua riforma costituzionale.

Quella che ha partorito il governo in carica e stravolto dallo stesso governo in corso d’opera parlamentare, fra emendamenti, sub emendamenti, maxi-emendamento e voti di fiducia, non sarà l’ultimo. Se qualcuno lo prometterà, a cominciare dal ministro Giorgetti con quella frangia morotea di capelli biancbi sulla fronte, scampato anche quest’anno alla tentazione delle dimissioni di insofferenza o protesta, non credetegli. Saranno promesse da marinaio.

Se non le elezioni, abbiamo il sondaggio italiano di mezzo termine

         A più di tre anni dalle elezioni politiche che portarono Giorgia Meloni e il suo centrodestra al governo abbiamo superato il medio termine di consolidata confezione americana. Un medio termine elettorale che il presidente Donald Trump mi sembra cominci già a tenere  alla fine del primo dei quattro anni trascorsi del suo mandato, a meno di un anno quindi dalla prova che lo attende.

         In Italia mancandoci le elezioni di medio termine per il diverso sistema che abbiamo rispetto agli Stati Uniti ce le inventiamo trasformando per il governo e la maggioranza di turno ogni genere di appuntamento con le urne più o meno a metà percorso della legislatura. Si cerca da qualche parte di dare un significato di verifica  di questo tipo  anche al referendum in arrivo sulla riforma costituzionale della giustizia o, come più propriamente si dovrebbe dire, della magistratura e dei suoi organi di rappresentanza. Che è un tema però trasversale, specie sul fronte delle opposizioni, dove il no annunciato dalla segretaria Elly Schlein non è condiviso da almeno un terzo, se non di più del Partito Democratico. La maggioranza di centrodestra è molto più unita nella posizione del sì.

         Di medio termine può ben essere considerato invece il sondaggio appena condotto da Ipsos per il Corriere della Sera. Dal quale il partito di destra della premier risulta salito al 28,4 dei voti intenzionali dal 26 reale delle elezioni politiche di tre anni fa. Il Pd sul fronte opposto è salito dal 19,1 per cento raggiunto con Enrico Letta al Nazareno al 21,3 della Schlein: circa due punti in più, dopo il 24,1 per cento raggiunto nelle elezioni europee dell’anno scorso facendole sognare una rimonta insidiosa per il partito della Meloni. Si erano prese lucciole per lanterne, diciamo così.

         All’interno del centrodestra lo 0,7 per cento in più che la Lega di Matteo Salvini ottenne tre anni fa sulla Forza Italia dell’ancor vivo Silvio Berlusconi è diventato lo 0,2 per cento in meno. Ora è Forza Italia a prevalere di un soffio sull’8,1 per cento della Lega. Un modesto successo per Antonio Tajani spintosi anche lui a sognare di portare al 20 per cento il partito ereditato dal fondatore.

         La concorrenza nella maggioranza fra leghisti e forzisti è ambientalmente un po’ come quella, nel campo più o memo largo delle opposizioni, fra il Pd e il partito pentastellato di Giuseppe Conte. Che però, diversamene dal centodestra, investe la stessa leadership dello schieramento che ambisce all’alternativa. Se il Pd è salito modestamente dal 19,1 al 21,3 per cento, smaltita la sbornia europea già ricordata dell’anno scorso per quel 24,1, il MoVimento 5 Stelle di Conte è sceso -per ciò stesso meno modestamente- dal 15,4 al 13,5 per cento. Recuperando certo tre punti e mezzo rispetto al capitombolo del 10 per cento del voto europeo dell’anno scorso, ma sempre rimanendo di circa 8 punti sotto il Pd. E, in più, scommettendo di prevalere sulla Schlein nelle primarie che saranno necessarie, in caso di accordo sul programma di governo, per indicare il comune candidato delle opposizioni nella contesa di Palazzo Chigi. Dove peraltro Schlein e Conte non sono i soli a volere arrivare.  Sarà una partita assai complicata.

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