La cartellonistica parlamentare del no smentita anche da Paolo Mieli

         Bilancio, manovra finanziaria, legge di stabilità, o comunque vogliamo chiamarla, è dunque passata al Senato fra i cartelli delle opposizioni contro il “Voltafaccia Meloni” e alla Camera, ieri, contro il “Disastro Meloni”.

         Questa cartellonistica parlamentare ha eccitato fantasia, passione e quant’altro in onda su la 7, dove ieri sera conduttori e un’ospite a distanza, collegata da Berlino, hanno cercato di sviluppare il concetto con “corsivi” -come li ha chiamati Luca Telese- fatti di spezzoni di comizi e simili della premier degli anni in cui diceva, proclamava, reclamava cose non solo mancate nella sua azione di governo, ma clamorosamente contraddette.  

         Paolo Mieli, l’ospite più autorevole, diciamo così, per la sua storia professionale di giornalista, storico e scrittore, peraltro presente nello studio con quella faccia e quel profilo simpaticamente somigliante sempre più al compianto Alfred Hitchcock, o come diavolo si scrive; Paolo Mieli, dicevo, si è messo di traverso. E, contestando pure un sondaggio riferito in chiave se non critica almeno problematica sulla tenuta del gradimento del governo pur tra i più longevi della Repubblica, prossimo a sorpassare anche l’unico che ancora gli resiste, ha difeso la Meloni. Che pure egli non ha votato. E penso che non la voterà neppure la prossima volta, avendo ripetutamente espresso simpatia, o qualcosa di simile, per la segretaria in carica del Pd Elly Schlein. Alla quale ogni tanto manda pubblici messaggi di incoraggiamento e anche qualche consiglio, pur sapendo che quella fa sempre di testa sua spazientendo anche Romano Podi. Che ne è pubblicamente seccato.

         Della Meloni, in particolare, Mieli ha appezzato, oltre alla “longevità” del suo primo governo, il credito che è riuscita a conquistarsi sul piano internazionale e il “realismo” col quale ha saputo rinunciare a certi obiettivi che ogni opposizione si propone per prendere voti  e poi, quando le capita di governare, deve disattendere per rispettare il Mercato, al plurale e al singolare, le agenzie estere di valutazione, i trattati e, più in generale, il buon senso.

         Insomma Mieli, elettore ed estimatore -ripeto- di Elly Schlein, ha fatto l’elogio della “incoerenza”, come lui stesso l’ha chiamata prendendola in prestito dalle opposizioni. Se la trasmissione in onda fosse durata un po’ di più, il mio amico Paolo si sarebbe forse spinto sino all’elogio della follia, già fatto in un saggio nel 1511 da Erasmo da Rotterdam. Dal quale Silvio Berlusconi si vantava di essere stato ispirato scendendo, come diceva, in politica e rimanendovi sino alla morte, non risparmiandosi neppure la nascita del governo Meloni. Dove la sua Forza Italia è ancora rappresentata fra qualche borbottio, diciamo così, interno dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri conservando  il suo ruolo apicale nel partito.

Quello sbotto di fine dell’anno di Antonio Tajani in Forza Italia

Nei tempi e nei modi che gli sono propri, non lenti ma moderati, appresi in una trentina d’anni di politica in cui è salito persino alla presidenza del Parlamento europeo, dove si arriva peraltro eletto con i voti di preferenza, non per l’ordine di lista confezionato dai segretari dei partiti, Antonio Tajani è sbottato contro la palude nella quale vogliono infilarlo amici veri o presunti di partito. Che vorrebbero ringiovanimento, vigore, strappi e altro ancora in Forza Italia: dai figli di primo e secondo letto della buonanima del fondatore Silvio Berlusconi alla sua penultima fidanzata Francesca Pascale. Che, parlandone al Corriere della Sera, me ha reclamato le dimissioni senza giri di parole.

         Ebbene, come per dire di ritenere colma la misura, e parlandone anche lui al Corriere della Sera a conclusione di una lunga intervista sui suoi impegni internazionali di governo, fra guerre che continuano e paci o solo tregue che ritardano, ha detto: “Non c’è partito che più di noi (cioè, di Forza Italia) non sia per la libertà. E non solo ci abbiano scritto un manifesto dei nostri valori a settembre scorso, ma faremo tre manifestazioni a metà gennaio a Milano, Napoli e Roma sui nostri valori che trasformiamo in azioni concrete”. E lì ad elencare temi, iniziative, cose ottenute anche nella confezione sempre affannosa della legge di bilancio o manovra finanziaria. 

         “Eppure -gli ha chiesto impietosamente Paola Di Caro pur facendogli la cortesia di parlare al plurale almeno all’inizio- vi dicono che crescete poco, dovete allargarvi. Lei potrebbe cedere il suo posto (di segretario del partito) per dare una scossa?”. “Forza Italia -ha risposto Tajani- è cresciuta elezione dopo elezione, gli stimoli sono sempre positivi ma la realtà è questa. Nuovi volti ne abbiamo, siamo aperti a chiunque voglia essere protagonista, Oggi abbiano 250 mila iscritti, una classe dirigente eletta dalla base. Questo è un vero partito”.

Per cortesia, garbo e simili Tajani ha omesso di ricordare che gli iscritti ereditati da Silvio Berlusconi erano 60 mila, come l’8 per cento dei voti nelle elezioni politiche del 2022, largamente sorpassato dalla destra di Meloni, come nelle elezioni precedenti dalla Lega di Matteo Salvini, autorizzato dallo stesso Berlusconi ad una breve libera uscita come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo governo di Giuseppe Conte.

         Vorrei personalmente esortare Tajani a consolarsi di certe amarezze che gli riservano, a dir poco, le cronache interne, reali o immaginarie, del suo partito che Forza Italia era appena nata, agli inizi del 1994, quando uno dei suoi fondatori come Marcello Dell’Utri scherzò propendo di chiamarla “Salva Italia” per i troppi consigli alla prudenza, alla moderazione e quant’altro che giungevano a Berlusconi dal pur amico -anche suo, di Dell’Utri- di nome Gianni e di cognome Letta. Che è ancora in campo da quelle parti quanto memo come consigliere emerito.  Forse anche dello stesso Tajani, oltre che dei familiari del compianto Berlusconi.

Pubblicato sul Dubbio

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La guerra accanita, per quanto di carta, di Matteo Renzi a Giorgialand

         Anche se l’ironia può sembrare blasfema in questi tempi, mentre si combatte spietatamente e davvero in troppi posti nel mondo, si può dire che ognuno ha e fa le sue guerre. Quella di Matteo Renzi, da lui stesso raccontata con un certo vanto in poco meno di due pagine e mezza sul Foglio preconfezionato dell’ultimo lunedì di quest’anno, è contro Giorgialand. La terra di Giorgia Meloni, della quale all’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pd e ora solo di Casa Riformista- ex Italia Viva, non piace politicamente e persino toponomasticamente nulla. A cominciare dal nome della strada romana -Via della Scrofa- dove si trova la sede nazionale dei Fratelli d’Italia e versioni precedenti.  

         E’ un po’ come se al Pci di Togliatti, di Longo, di Berlinguer, di Natta e di Occhetto avessimo contestato la Via delle Botteghe Oscure dove ne esisteva la sede. Oscure come tante cose e scelte di quella forza politica avvolta nella disciplina del famoso centralismo democratico .

         La Giorgialand che toglie il sonno e il buon umore a Renzi va demolita come Cartagine ai tempi dei romani antichi. Demolita prima che finisca per appartenerle anche il Quirinale, dove siede da dieci ami il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che Renzi è orgoglioso di avere personalmente spinto verso il Colle nel 2015 da presidente del Consiglio, preferendolo a Massimo D’Alema che anche Silvio Berlusconi dall’opposizione era disposto a votare.

         “Se il centrosinistra parla di tasse  e  di sicurezza”, magari badando a diminuire davvero le prime e ad aumentare la seconda, anziché viceversa, “Meloni va a casa. Se il centrosinistra si fa guidare da Francesca Albanese e da Ilaria Salis, Meloni va al Quirinale”, ha scritto Renzi concludendo il suo lungo manifesto, chiamiamolo così.

 Ossessionato da questo rischio, l’ex premier partecipa ben volentieri al cosiddetto campo largo della sinistra dove sono di casa proprio l’Albanese fanatica della Palestina di Hamas, pur fra crescenti malumori nel Pd, e la Salis fanatica delle case occupate e simili.

         Claudio Petruccioli, che ha confessato di votare ancora per il Pd senza saper capire e spiegare bene le ragioni, ha appena proposto in una intervista al Dubbio la ricostituzione della Margherita dei tempi di Francesco Rutelli e Franco Marini per attirare i voti moderati preclusi alla Schlein? Renzi ha risposto chiamando anche Margherita 4.0 la sua Casa Riformista. E spiegando che, male che vada, non col 4 per cento ma anche solo col 2 per cento egli potrebbe contribuire in modo decisivo alla demolizione di Giorgialand.

         In un eccesso di spirito, sarcasmo e quant’altro Renzi ha rimproverato ai  leghisti, che tanto hanno influito sul  bilancio in uscita anche dalla Camera, di non avere preteso il trasporto in Italia delle 2000 tonnellate e più di oro di casa  custodite da troppo tempo nei forzieri americani. Gli è sfuggito che ad avere avuto questa idea, e ad averla lanciata in una intervista, è stato di recente, diffidando di Trump, l’ex premier italiano di centrosinistra  Romano Prodi. A ciascuno il suo merito, per favore, anche in Giorgialand.

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Il 2026 prevedibilmente orribile della sinistra italiana e contorni

Giorni e ore di bilancio – e non solo per l’omologa legge in uscita anche dalla Camera, nello stesso testo appena ricevuto dal Senato- questi che ci separano dalla fine del 2025. Ma anche, o soprattutto, giorni e ore di previsioni, auspici e malauguri, naturalmente, secondo gusti e appartenenze politiche, per l’anno nuovo. Il 2026, per esempio, che le opposizioni, pur divise come al solito anche sui temi della giustizia, in particolare il Pd, sognano nero di pece per la riforma costituzionale della magistratura -come la chiama, compiaciuto, l’insospettabile Antonio Di Pietro- sotto verifica referendaria.

         La premier Giorgia Meloni, diversamente da Matteo Renzi una decina d’anni fa per una riforma costituzionale più ampia e organica, non ne ha fatto e non ne fa una questione personale. Ha già avvertito che non sono in gioco né lei, né il governo, né il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che Marco Travaglio sogna goliardicamente, diciamo così, di vedere affogato nel “mezzolitro”, tutta una parola, di vino o nel “fiasco”, sempre di vino, che gli ha assegnato come soprannome.

         Ma da questo orecchio le opposizioni non ascoltano. Del resto, non c’è più sordo di chi non vuole ascoltare, dice un vecchio proverbio. Il sempre vigile, dichiarante e battutista capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia predice ogni volta che ne ha l’occasione effetti irrimediabili sul governo qualora la riforma Nordio, chiamiamola così, più brevemente ancora della magistratura chiamata in causa da Di Pietro non dovesse superare il referendum: Del quale però, più cautamente, amici e compagni di Boccia vorrebbero ritardare al massimo la data ammettendo che al no mancano ancora troppi punti per vincere. E scommettendo di poter essere aiutati dal tempo. Ma -temo per loro- con una certa imprudenza perché col tempo crescono anche le occasioni di autorete dei magistrati asserragliati nella difesa delle loro cattive abitudini, consolidatesi dopo gli straripamenti negli anni di “mani pulite”, una trentina d’anni fa. Quando si verificò “un brusco cambiamento degli equilibri” fra politica e giustizia certificato nella famosa lettera inviata su carta intestata, e diffusa pubblicamente, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina.

         E’ una lettera, quella o questa di Napolitano, per il valore anche etico e attuale che mantiene, che non deve avere convinto l’ex ministra Rosy Bindi, la frontwomen della campagna referendaria del no, che va rappresentando la riforma sotto verifica referendaria come un attacco agli equilibri costituzionali, non come un loro ristabilimento. Peccato che Napolitano sia morto e non possa difendersi.

         Scrivevo delle brutte abitudini dei magistrati e delle occasioni che non si lasciano scappare per deludere da chi aspetta da loro un po’ di razionalità. Non dico di più. Come quella appena negata dal capo della Procura nazionale  antiterrorismo e da quello della Procura di Genova che hanno fatto seguire all’operazione appena condotta da loro colleghi contro i fiancheggiatori, a dir poco, del terrorismo targato Hamas la precisazione che i veri “criminali” a Gaza e dintorni sono gli israeliani, con la loro pretesa di reagire agli attacchi, di difendersene e di prevenirne di nuovi.

         Il 2026 non sarà comunque solo l’anno politicamente significativo del referendum sui magistrati. Sarà l’anno anche della riforma del premierato, che le opposizioni da un po’ di tempo-com’era del resto accaduto pure per l’altra- immaginano dimenticata o abbandonata dalla Meloni. E che invece arriverà, per l’’elezione difetta del  presidente del Consiglio, come nei piani della premier. Una riforma che ha per la sinistra l’inconveniente non di un depotenziamento del Presidente della Repubblica eletto invece dal Parlamento, ma più semplicemente e banalmente, come preferite, quello di doversi dare un leader  prima del voto, fra i tanti che, veri o presunti, vi ambiscono col risultato che l’alternativa non ne ha, in realtà, nessuno degno di questo nome.

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La partita continua del gatto e del topo, cioè di Trump e Zelensky

         Scusatemi la franchezza che manca a lor signori, come la buonanima di Fortebraccio chiamava ai tempi d’oro dell’Unità, organo ufficiale del Pci,  scrivendo di quelli che non gli piacevano, saldi nel potere e nella ricchezza. Ma più vedo le foto degli incontri fra Trump e Zelensky, in varie località e modi, dalla Casa Bianca alla Basilica di San Pietro e ora nella residenza privata del presidente americano, dalle porte che sembrano monumenti funerari, più penso al gatto e al topo. Il primo è naturalmente Trump, il secondo Zelensky, che finge sempre meglio la soddisfazione di essere scampato alla caccia di turno stringendo mani, sorridendo ai fotografi e alle telecamere e telefonando poi agli amici di vertice dell’Unione Europea per rinnovare richieste di aiuti necessari a sopravvivere anche al turno successivo di questa partita senza fine.

         Trump invece prima e dopo l’incontro appunto avuto con Zelensky, al quale è riuscito a fare indossare una giacca, sia pure di taglio anch’esso militare, al posto della solita, vecchia tenuta d’ordinanza, ha telefonato  a Putin. Che è il gatto a distanza, quello di riserva o complementare, al quale manca sempre qualcosa per ritenersi appagato dei quattro anni di guerra aperta contro l’Ucraina come “operazione speciale”. E continua ad ordinare o a lasciare ordinare ogni giorno che passa, anche quello di Natale e prossimo di Capodanno, sventagliate di missili e droni contro obiettivi civili della “martoriata Ucraina” di definizione pontificia. Ma Trump ha ricordato, per attenuarne o giustificarne la portata, i missili, i droni e gli attentati ricambiati dagli ucraini, ostinati nella difesa pur non disponendo più di Biden alla Casa Bianca ma facendo affidamento sui vertici europei che non lo mollano.

         Non è, francamente, uno spettacolo esaltante, anche se qualcuno continua ottimisticamente a sentirsi sempre alla vigilia dell’accordo con quel 5 per cento, poco meno o poco più., che manca sempre almeno a una tregua.  

Spine e chiodi di fine anno per Antonio Tajani in Forza Italia

         Prima i figli di primo letto Marina e Pier Silvio auspicando un ringiovanimento del patito fondato dal padre e rimasto appeso ai suoi debiti con la famiglia, poi la figlia di secondo letto Barbara dicendo che nessuno, proprio nessuno, evidentemente neppure i suoi fratelli, è all’altezza  politica del padre, ora anche la penultima fidanzata di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale, che si sta godendo le ricchezze da lui avute  già prima della morte, durante i 15 anni di convivenza, sparano mediaticamente contro Antonio Tajani. Settantadue anni compiuti in agosto, dei quali 29 trascorsi alle dipendenze dirette dello scomparso ex presidente del Consiglio. Dirette, ripeto, pur svolgendo il subordinato funzioni istituzionali di rilievo come, in ordine cronologico, europarlamentare, commissario europeo, vice presidente della stessa Commissione, a Bruxelles, vice presidente prima e presidente poi del Parlamento a Strasburgo, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri in Italia. Indaffaratissimo in questi giorni tra guerre e trattative.

         Quella di Tajani, proveniente dal giornalismo neppure tanto di prima linea, non avendo mai diretto un quotidiano, è una carriera che sembra, a torto o a ragione, impensierire anche per il futuro gli eredi familiari del “dottore”, come lo stesso Silvio Berlusconi veniva chiamato prima di aggiudicarsi i titoli a vita di “Cavaliere” e di “Presidente”.

         In effetti a Tajani potrebbe accadere -o avrebbe potuto, coi tempi che corrono adesso dalle sue parti- di salire formalmente, nelle gerarchie costituzionali, alla presidenza della Camera nella prossima legislatura e da lì salire ancora al Quirinale, succedendo nel 2029 a Sergio Mattarella, se non dovesse farcela Giorgia Meloni, quirinabile fra due anni per età anagrafica, ma a rischio di una vecchia regola delle corse al Colle sfavorevole alle figure politiche troppo forti. Giovanni Leone arrivò sul Colle  al posto di Fanfani o di Moro nel 1971. Sandro Pertini al posto di Nenni o di De Martino nel 1978. Francesco Cossiga al posto di Arnaldo Forlani nel 1985. Oscar Luigi Scalfaro al posto sempre di Forlani o di Andreotti nel 1992. Carlo Azeglio Ciampi al posto di Massimo D’Alema nel 1999. Giorgio Napolitano al posto sempre di D’Alema nel 2006. Sergio Mattarella nel 2015 al posto sempre di D’Alema, per il quale era ponto a votare anche Silvio Berlusconi avendo l’imprudenza di dirlo direttamente e personalmente all’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.

         “Tajani è inadeguato e dovrebbe solo dimettersi”, ha detto al Corriere della Sera Francesca Pascale parlandone come segretario di Forza Italia e aggiungendo che le “piacerebbe che Marina e Pier Silvio entrassero a gamba tesa nel partito”,  non bastando evidentemente ciò che già stanno dicendo e anche facendo.

         Di Giorgia Meloni la Pascale ha parlato come di “una donna vincente”, orgogliosa di averla vista crescere già ai tempi della sua convivenza con Berlusconi, mentre un rosicone Maurizio Gasparri lasciava la destra “tradendo Fini” proprio per insofferenza contro quella giovane rampante in “giubbotto nero”. Carinerie di corte, diciamo così.

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La magistratura sgomina una banda fiancheggiatrice del terrorismo e si scusa, o quasi

         Sorprendente, paradossale, diciamo pure scandaloso, ma vero. I magistrati di Genova, fra sostituti procuratori e giudice delle indagini preliminari, grazie anche alla collaborazione con fonti israeliane di informazione, scoprono e sgominano, fra sette o nove arresti, secondo le varie versioni giornalistiche, una banda di sostegno e fiancheggiamento dell’organizzazione terroristica Hamas, cui sono arrivati per anni milioni di euro raccolti in Italia per soccorrere i palestinesi a Gaza. Ma il procuratore nazionale dell’antiterrorismo Giovanni Melillo e il procuratore capo di Genova Nicola Piacente, solo di nome, hanno emesso un comunicato congiunto per ribadire che i “criminali” sono gli israeliani perseguiti dalla Corte Penale Internazionale per le loro reazioni alla carneficina, mattanza e quant’altro compiute il 7 ottobre 2023 in territorio ebraico.

         Sarà rimasto soddisfatto di questo comunicato il principale degli arrestati a Genova Mohammad Hannoun che, informato delle indagini, stava per fuggire in Turchia. E che, da capo della comunità palestinese in Italia, ha goduto dell’appoggio ostentato di una parte del Pd, del partito di Giuseppe Conte e dalla sinistra radicale. Che adesso, sollecitati ad un chiarimento da esponenti della maggioranza di centrodestra, reagiscono senza alcun imbarazzo contro la “strumentalizzazione” che si starebbe facendo dell’operazione giudiziaria condotta a Genova. Questo, d’altronde,  è anche il succo del comunicato congiunto di Melillo e Piacente, almeno- ripeto- di nome.

         E poi dicono, a sinistra, che la magistratura italiana non ha bisogno di essere riformata, come ha tentato di fare il governo con la legge costituzionale approvata dalle Camere e sotto procedura referendaria. Lo dicono cercando anche di ritardare al massino la data del referendum e incorrendo, spero, in un clamoroso errore, visto ciò che i magistrati da soli riescono nel frattempo a fare contro se stessi.

La coppia referendaria sulla giustizia fotomontata dal Fatto Quotidiano

         Al Fatto Quotidiano, quello naturalmente di Marco Travaglio, ci hanno pensato due giorni, quanti ne sono passati con le edicole e le redazioni dei giornali chiuse per la festività natalizia, ma alla fine hanno trovato e tradotto in un fotomontaggio da copertina, come si dice in gergo tecnico, la coppia protagonista del principale appuntamento elettorale dell’anno che sta per cominciare: il referendum cosiddetto confermativo, che potrebbe però risultare praticamente abrogativo, della riforma costituzionale della giustizia. O, più semplicemente e direttamente, della magistratura secondo la definizione di uno che se ne intende come Antonio Di Pietro, ancora Tonino per gli amici ed ammiratori. Sì, proprio lui, il molisano sostituto procuratore della Repubblica di Milano che una trentina d’anni fa fece sognare e sfilare per le strade giovani e anziani, donne e uomini, spesso persino bambini al seguito di genitori o nonni, presi dal fascino delle manette che scattavano solitamente all’alba ai polsi degli odiati politici corrotti, secondo l’accusa, dal finanziamento irregolare dei partiti.

         La coppia del referendum -al quale Di Pietro andrà peraltro a votare per il sì facendone la propaganda-  che Travaglio ha offerto al suo pubblico è composta dalla premier Giorgia Meloni, naturalmente, e da Rosy Bindi: 48 anni la prima, 74 anni l’altra. Che ha accettato l’investitura di frontwoman del no facendosi intervistare per riconoscere alla Meloni -bisogna renderle il merito, per carità- una certa  distinzione dal compianto Silvio Berlusconi, pur avendola appena messa al seguito. In particolare, la Bindi è tornata a contestare a Berlusconi “gli interessi” personali, anzi personalissimi, e non solo aziendali, che difendeva contrastando la magistratura che lo trattava come un Al Capone italiano. La Meloni invece contrasta una certa magistratura invasiva, diciamo così, per “una visione” che ha della stessa e, più in generale, dei rapporti fra politica e giustizia.

         Rapporti, questi ultimi, che naturalmente sono per la Bindi “perfettamente” equilibrati nella Costituzione. Cioè nelle sue parole, nei suoi articoli, nei suoi commi, diciamo pure generosamente nel suo spirito. Ma le cose non stanno così, per quanto la Bindi non se ne sia ancora accorta, o finga di non essersene accorta neppure dopo che non Berlusconi, non la Meloni, non il guardasigilli in carica e già magistrato Carlo Nordio, svillaneggiato da Travaglio come “mezzolitro” o “fiasco” intero, ma Giorgio Napolitano al Quirinale scrisse, su carta intestata del Presidente della Repubblica. Cioè, che ai tempi delle cosiddette “mani pulite” del già ricordato Di Pietro e colleghi e superiori, gli equilibri fra politica e giustizia subirono un “brusco cambiamento”, cioè un’alterazione che non consente oggi neppure alla Bindi quindi di indossare la Costituzione come un abito intonso, macchiato, stappato, minacciato e quant’altro dalla riforma sotto verifica referendaria. No, signora o signorina Bindi.   

Parola di Claudio Petruccioli: la Schlein è troppo gruppettara…..

Immagino, conoscendone la lunga storia politica, tutta a sinistra, nella versione comunista e post-comunista del Pci e derivati, quanto debba essere costato a Claudio Petruccioli il riconoscimento, appena maturato ed espresso in una lunga intervista rilasciata col cuore in mano, diciamo così, che l’alternativa di governo così “testardamente” perseguita dalla segretaria del Pd Elly Schlein sia irrealizzabile con lei al Nazareno. Ora a pensarla così, e a dirlo pubblicamente, non è più soltanto l’ex senatore, pure lui, Luigi Zanda, che appartiene però, diversamente da Petruccioli, alla parte di provenienza democristiana del Pd, formatosi alla scuola vera e propria, con tanto di partecipazione, interrogazioni e voti, di Francesco Cossiga.

         Il guaio della Schlein, cosciente o incosciente che sia, nel senso di non rendersene conto, è di essere quella che una volta chiamavamo “gruppettara”. E con i gruppettari alle costole, già prudentemente allontanati dal Pci ai tempi del vecchio Luigi Longo con le mani dell’ancor giovane Enrico Berlinguer, i comunisti non potettero partecipare con un minuto, un solo minuto di serenità alla cosiddetta maggioranza di “solidarietà nazionale” con la Dc del governo monocolore di Giulio Andreotti. Poi in soccorso dei gruppettari intervennero direttamente le brigate rosse, sequestrando e ammazzando il vero regolo, garante e quant’altro di quella stagione politica, e tutto precipitò all’indietro per la sinistra.

         I gruppettari oggi non sono solo quelli una volta di sinistra, orgogliosamente di sinistra. Sono anche quelli cresciuti nell’antipolitica con Beppe Grillo ed ereditati, per quanto a ranghi elettoralmente ridotti sotto le 5 Stelle, da Giuseppe Conte. Che è peraltro il concorrente più diretto, per  niente nascosto, direi anzi ostentato della Schlein alla leadership dell’alternativa, spintovi anche dal rimpianto di un Palazzo Chigi dove è già stato con due maggioranze di segno opposto tra il 2018 e il 2019, non riuscite per rapidità o immediatezza neppure ad Andreotti negli anni della cosiddetta prima Repubblica.

         Per compensare, bilanciare o quant’altro il carattere gruppettaro del Pd, e più in generale del campo più o meno largo dell’alternativa, così chiamato anche fra le resistenze di Conte che lo vorrebbe solo “giusto” per le sue ambizioni, Petruccioli non ritiene sufficienti i cespugli e cespuglietti moderati che Goffredo Bettini, di provenienza comunista pure lui, vorrebbe in una tenda tipo serra. Gli elettori di mezzo, diciamo così, sempre più decisivi nei risultati già condizionati negativamente da un assenteismo ormai maggioritario, non si lascerebbero incantare da simili mezzucci, per quanti busti da protagonisti vengano offerti da generose cronache giornalistiche in quel Pincio immaginario.

         “Penso -ha detto Petruccioli a Giacomo Puletti del Dubbio commentando criticamente anche la recente assemblea nazionale del Pd, disertata dai due terzi dei suoi esponenti, eletti o di diritto- che si debba muovere un altro pezzo sulla scacchiera…..Si dovrebbe costruire da zero qualcosa di simile a quella che fu la Margherita”, il partito dove con Francesco Rutelli prima e con Franco Marini poi si rifugiarono democristiani, liberali, verdi e radicali. Infine confluiti nel Partito Democratico a vocazione maggioritaria guidato per primo da Walter Vetroni. Che tuttavia si schiantò rapidamente con dimissioni impietosamemte commentate da Massimo D’Alema definendo quel partito “un amalgama mal riuscito”. Eppure sopravvissuto passando per diversi altri segretari, sino ad una Schlein prima uscita e poi rientrata apposta per diventane la segretaria con  i voti più degli esterni che degli iscritti. Un amalgama mal riuscito e peggio sviluppato, direi.

         Per quante difficoltà possa avere realmente la Meloni, oltre a quelle fantasiosamente e interessatamente attribuitele dagli avversari, e per quante potranno davvero sopraggiungere in un 2026 che lei stessa ha scaramanticamemte previsto più difficile di quello che sta finendo, l’alternativa al suo governo rimane a dir poco improbabile anche ad uno vissuto sempre a sinistra come Petruccioli. Vorrà pur dire qualcosa.

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Il finale di politica estera che si è scelto volentieri Giorgia Meloni

Nonostante le rappresentazioni mediatiche molto diffuse delle difficoltà che avrebbero avuto, neppure tanto dietro le quinte, la premier Giorgia Meloni, il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto a definire i particolari del decreto sugli aiuti da mandare all’Ucraina senza compromettere l’appoggio del vice premier leghista Matteo Salvini;  nonostante questo, dicevo, non credo che ciò  sia stata la vera o principale causa del ricorso all’ultima riunione del Consiglio dei Ministri dell’anno per definire il provvedimento. “Mi tocca rivedervi ancora”, ha detto personalmente la Meloni ai colleghi scambiandosi i regali e auguri natalizi nella penultima seduta del Consiglio, scatenando ulteriormente la fantasia dei retroscenisti in deficit di umorismo.

         Propendo a credere di più a Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario di fiducia della Meloni, forse più ancora del pur più alto in grado che è Alfredo Mantovano. Egli giorni fa, camminando sotto la pioggia e lo stesso ombrello con un giornalista, gli assicurava che il decreto sul nuovo carico di aiuti all’Ucraina era già pronto e sicuro. E dava poca importanza agli umori o malumori dei leghisti gonfiati dalle cronache anche per gli apprezzamenti che si guadagnavano a Mosca.

         Attribuire piuttosto ad una scelta di scena, di regia e simile quella della Meloni di avere voluto chiudere l’anno in Consiglio dei Ministri martedì prossimo con la politica estera. Che è quella che l’ha vista muovere meglio per tutto il 2025 con riconoscimenti generali, anche all’estero e al netto delle solite proteste loggionistiche. La politica internazionale, abbinata alla stabilità di un governo inusualmente in carica da più di tre anni nella storia della Repubblica italiana, è stata quella che ha dato maggiore soddisfazione alla premier, forte anche della sponda sempre trovata al Quirinale, visibile anche nella cordialità dei suoi incontri col Capo dello Stato.

         Ho trovato pertanto un po’ singolare, diciamo pure sorprendente, che un uomo ormai più delle istituzioni che della politica come Marcello Pera, già presidente del Senato, conversando con Augusto Minzolini, il giornalista più navigato, direi, nei palazzi della politica, si sia lamentato di una certa invadenza del presidente della Repubblica negli affari internazionali.

         “E pensare -ha detto Pera- che una volta il Capo dello Stato non poteva andare in giro se non accompagnato da un ministro o da un sottosegretario”, come se ciò non accadesse più. “Ormai -ha insistito l’ex presidente del Senato- l’organismo che decide la politica estera è il Consiglio Supremo di Difesa”, che si riunisce al Quirinale. “Una volta lì dentro c’erano i generali, ora invece i consiglieri del Presidente. E nessuno dice niente. Invece se qualcuno parlasse ci sarebbe più attenzione a non superare i limiti, visto che si tratta appunto di anomalie”, ha infierito Pera.  Il riferimento ai “consiglieri” al posto dei “generali” è allusivo, direi,  a Francesco Saverio Garofani, segretario generale di quel Consiglio, scambiato di recente nelle cronache per un complottista, addirittura, contro il governo cenando con amici sportivi in un ristorante romano con vista su Piazza Navona.

Pubblicato sul Dubbio

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