Paura e gelosia a sinistra per la fiducia del cardinale Ruini alla Meloni

Pazienza per l’amicizia con il compianto Silvio Berlusconi ricordata dal cardinale Camillo Ruini nella lunga intervista-confessione alla Stampa. Un’amicizia d’altronde nota e fotografata, diciamo così, più volte col cardinale che scambiava con l’allora presidente del Consiglio sguardi compiaciuti ben oltre i convenevoli di un incontro fra il capo dei vescovi italiani e il capo del governo. Ma quella “esplicita simpatia” espressa da Ruini per Giorgia Meloni e quel contributo, quanto meno, alla stabilità del quadro politico riconosciuto al suo partito sono andati davvero di traverso a Pier Luigi Castagnetti. Che l’intervistatore, sempre della Stampa, Fabio Martini ha presentato ai lettori  come “l’ultimo decano, assieme a Sergio Mattarella e Romano Prodi, di una cultura politica, quella cattolico-democratica, influentissima nella storia della Repubblica”.

La presentazione è così proseguita: “Classe 1945, emiliano di Reggio, già collaboratore di Giuseppe Dossetti, Benigno Zaccagnini e Mino Martinazzoli, amico di lunga data del presidente Mattarella, Pierluigi Castagnetti è stato l’ultimo segretario del Ppi”, inteso come Partito popolare italiano succeduto brevemente alla disciolta Democrazia Cristiana, “e da anni punto di riferimento per il mondo politico e culturale ex dc che ha scelto il centro-sinistra”. Ancora col trattino delle prime edizioni dell’alleanza fra democristiani e socialisti guidate a Palazzo Chigi da Aldo Moro, prima che il trattino fosse tolto per le edizioni “più incisive e coraggiose” promosse e attuate da Mariano Rumor e da Emilio Colombo sino a sfasciare la formula.

Dopo un intermezzo centrista e un altro di cosiddetta “solidarietà nazionale” condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti a due governi monocolori di Giulio Andreotti, il centrosinistra senza più trattino fu prudentemente allargato ai liberali con la formula del “pentapartito”: l’ultima della cosiddetta prima Repubblica.  Una storia che ho ricordato per spiegarvi l’orticaria che mi procura il “centrosinistra” raccontato oggi come attualità dal mio pur amico Fabio Martini.

Castagnetti, per tornare a lui, pur avendo “personalmente avuto la possibilità -ha detto- di collaborare con Meloni quando eravamo vicepresidenti della Camera e, in effetti è molto cresciuta  politicamente”, visto che è arrivata alla Presidenza del Consiglio spintavi dagli elettori, non si sente per nulla tranquillo per una premier ora “troppo generosamente” promossa dal cardinale Ruini. E ciò per quanto egli stesso riconosca che “oggi in Italia esistono vincoli interni ed esterni in virtù dei quali è difficile per una qualsiasi presidente del Consiglio commettere clamorosi errori”.

Tra i vincoli interni dai quali si sente protetto e persino garantito Castagnetti ha messo, riferendosi all’amico di una vita Sergio Mattarella, ”un Capo dello Stato che ti legittima presso tutte le Cancellerie sul piano della tenuta democratica del Paese”. Figuriamoci che cosa prova il mio amico Castagnetti- pure lui come l’intervistatore della Stampa– leggendo da qualche tempo cronache, retroscena e simili sulla possibilità che a Mattarella al Quirinale succeda alla scadenza del suo secondo mandato, nel 2029, proprio la Meloni ormai in età -almeno 50 anni- costituzionalmente richiesta per il vertice dello Stato.

Ma oltre all’età occorre alla Meloni la sua tenuta politica ed elettorale. Alla quale Castagnetti non si rende conto di contribuire, con tutti i suoi amici d’area nel Pd, più ancora di quanto abbia potuto con la sua “troppa generosità”, ripeto, il cardinale Ruini. Vi contribuisce accettando l’emarginazione praticata dalla segretaria Schlein inseguendo i famosi, prioritari diritti civili. E subordinandosi per il resto a Giuseppe Conte. Nelle acque culturali ed elettorali che furono della Dc pesca da tempo la destra della Meloni, per quanto orbace le attribuiscano gli avversari .

Pubblicato su Libero

Il ragionamento del… cappio della coppia Conte-Travaglio sul Pd della Schlein

         Lui, Giuseppe Conte, esordì da presidente del Consiglio nel 2018 mettendo la sua esperienza di avvocato al servizio del popolo. E ancora di più pensa di farlo adesso che è all’opposizione. L’altro è Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, che gli fa a tempo pieno l’avvocato. Pieno e si vedrà anche se perso alle prossime elezioni politiche, quando tutto lascia oggi pensare che l’alternativa al governo di centrodestra, per quanto larga sino a comprendere Matteo Renzi e lo stesso Conte, non riuscirà a vincere sulla Meloni, che a metà legislatura sta tenendo e anche migliorando la sua posizione elettorale.

         Nel campo largo, diciamo pure larghissimo, del presunto centrosinistra c’è posto sia per una maggioranza, rappresentata all’incirca sul piano virtuale dal Pd della Schlein e dai moderati, riformisti e quant’altri sistemati da Goffredo Bettini sotto una tenda, sia per un’opposizione esercitata dal Conte delle 5 Stelle con l’assistenza della sinistra cosiddetta radicale di Bonelli e Fratoianni, in ordine alfabetico.

         Succede, a dire il vero, anche nel campo largo del centrodestra che vi sia una maggioranza costituita dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e dai forzisti di Antonio Tajani, assistiti e finanziati dai figli e dal fratello di Silvio Berlusconi, e una specie di opposizione, quanto meno, rappresentata dai legisti di Matteo Salvini, e ora persino del generale Roberto Vannacci vicegretario ad personam. Ma essendo al governo il centrodestra riesce a sopravvivere sia perché, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, il governo logora chi non ce l’ha, sia perché al momento giusto o necessario la premier Meloni riesce a mettere in riga almeno Salvini, se non anche Vannacci.

         Dall’altra parte, che chiamiamo troppo generosamente centrosinistra non assomigliando minimamente alla formula realizzata nella cosiddetta prima Repubblica dai democristiani e socialisti, sembra improbabile francamente che una Schlein a Palazzo Chigi potrà mettere in riga Conte. E’ più probabile il contrario. Ne sono convinti, mi pare, anche nel Pd, dove crescono malumori e preoccupazioni, per quanti sforzi faccia Goffredo Bettini di sedarli.

         La forza di Conte nel campo largo di Bettini sta in questo ragionamento fatto oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio concludendo una rassegna sarcastica di tutte le voci mediatiche e politiche critiche verso il Conte collegato alla magistratura, come una volta il Pci, nel giudicare gli indagati piddini di turno “Se non vogliono che il leader dei 5Stelle dia giudizi su Ricci&Giani non gli chiedano di appoggiarli. Anzi, meglio, facciano come Erico Letta: non gli chiedano proprio di allearsi. Sennò, con un alleato che vuole voti anziché perderli, rischiano persino di vincere”. E’ il ragionamento del…cappio.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quel cardinale di Santa Romana Chiesa che veste di rosso ma preferisce l’azzurro

Di rosso il cardinale Ruini – Camillo come il prete emiliano, e perciò conterraneo, passato dalla fantasia di Giovannino Guareschi allo storico film del 1955 recitato da Fernandel, contrapposto al comunista sindaco Peppone- ha soltanto, diciamo così, il sangue che gli scorre nelle vene da 94 anni e mezzo e i paramenti sacri e abiti d’ordinanza. Ma i suoi colori politicamente preferiti sono stati e sono altri.

Prima è stato il bianco del giglio metaforicamente applicato da Amintore Fanfani alla giacca della Democrazia Cristiana, il cui scioglimento da parte dell’ultimo segretario Mino Martinazzoli il cardinale Ruini sconsigliò inutilmente, parlandone con tutti quelli che bussarono alla sua porta in quei giorni non per confessarsi, o non solo, ma proprio per sondarne umori e raccoglierne pareri.

Poi il colore politicamente preferito da Ruini è stato ed è rimasto l’azzurro. L’azzurro prima del suo amico e devoto Silvio Berlusconi, che preferiva proprio l’azzurro al forzista che i giornalisti gli applicavano dal nome del partito che egli aveva fondato scendendo in politica per candidarsi direttamente alla guida del governo. E vincendo clamorosamente sulla “gioiosa machina da guerra” allestita con spavalderia goliardica dall’ultimo segretario del Pd e primo del Pds Achille Occhetto. Dopo, consumatasi la guida berlusconiana del centrodestra col criterio del peso elettorale di ciascuno dei partiti della coalizione, è subentrato l’azzurro della destra di Giorgia Meloni. Ai cui “fratelli d’Italia” Ruini ha appena riconosciuto il merito, in una lunga “confessione” con la Stampa, di avere stabilizzato una politica dagli equilibri incerti o confusi.

Nella cosiddetta prima Repubblica -ha ricordato Ruini- “per 40 anni il voto era consolidato” fra “il grosso che votava Dc o Pci” e “il resto Psi e partici laici”. “Poi -ha detto ancora il cardinale -“c’è stata una fase in cui i voti hanno cominciato a spostarsi rapidamente con leadership che passavano in poco tempo dal 3 al 30 per cento”, come nel caso delle 5 Stelle di Beppe Grillo. “O viceversa”, ha aggiunto Ruini. Ma “adesso siamo entrati in un’epoca differente e, più o meno, c’è una certa stabilità con un partito come Fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E iniziale, che sorprese e spaventò a tal punto, fra l’estate e l’autunno del 1994, l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro da chiamare al Quirinale anche il cardinale Ruini per chiedergli aiuto nel piano di crisi del primo governo di Berlusconi. E vederselo rifiutare con grande sorpresa, oltre che rammarico, non essendo evidentemente informato, pur con tutti gli apparati comunicativi di cui disponeva al Quirinale, della simpatia, se non ancora dell’”amicizia” fra il Cavaliere di Arcore e il presidente della Conferenza episcopale italiana. Amicizia ora dichiarata da Ruini senza infingimenti.

Al riconoscimento del ruolo “stabilizzatore” del partito della premier il cardinale ha voluto aggiungerne uno personale per lei. “Giorgia Meloni è davvero brava e ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore”, ha detto il cardinale soffermandosi sul “sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre”. “Figura di garanzia”, ha aggiunto il cardinale.

Di riflesso, come a Forza Italia capitò nella congiuntura eccezionale e sotto ceti aspetti drammatica del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica di ereditare spazi elettorali e ruoli che erano stati della Dc e dei suoi alleati socialisti e laici, adesso -sembra di capire dal ragionamento e dalla ricostruzione storica di Ruini- quegli spazi e ruoli sono condivi dalla destra meloniana. A dirlo, soffermandosi in particolare sulla Dc, non è solo ricorrentemente l’ex ministro Gianfranco Rotondi.

Pubblicato su Libero

La benedizione, e anche di più, di Ruini alla premier Meloni

E’ tornato con i suoi ricordi e giudizi il cardinale Camillo Ruini, 94 anni e mezzo. Sempre netto nelle posizioni, tanto da essersi procurato non poche critiche a sinistra e nella stessa Chiesa quando da presidente dei vescovi italiani si schierò con Silvio Berlusconi appena arrivato a Palazzo Chigi. E rifiuto l’invito dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, fra l’estate e l’autunno del 1994, a concorrere alla sua prima caduta. Un invito ricordato dallo stesso Ruini l’anno scorso confessandosi, diciamo così, col Corriere della Sera.

         Questa volta il cardinale si è confessato con La Stampa. E parlando della politica italiana, oltre che del nuovo Papa e delle guerre, non solo ha confermato un’”amicizia” dichiarata col compianto Berlusconi e un certo scetticismo sulla prospettiva dei figli, anch’essi tentati dalla cosiddetta discesa in campo, ma ha fornito un deciso sostegno a Giorgia Meloni. Quasi un’adesione onoraria non dico direttamente ai fratelli d’Italia della premier in carica, ma almeno ai cugini.

         Proprio per spiegare, mi pare, il suo scetticismo su una replica dell’amico Berlusconi attraverso i figli il cardinale Ruini ha detto, testualmente: “E poi in Italia noi abbiamo Giorgia Meloni, che è davvero molto brava e che ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore come il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa chesoffre. Figura di garanzia”.

         Scettico, se non contrario anche a un nuovo partito cattolico come fu la Dc nella cosiddetta prima Repubblica, il cardinale ha apprezzato “una certa stabilità” assicurata da “un partito come fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E ancora: “Gli schieramenti destra-sinistra rimarranno questi sulla traccia di quanto avviene in Europa. Il fatto che la premier Meloni richiami nella sua azione di governo le radici cristiane costituisce un fattore estremamente positivo per l’Italia e per il cattolicesimo politico”.

         “Finite la Dc e l’unità politica dei cattolici- ha detto e incoraggiato Ruini- si può impegnarsi in qualunque partito e testimoniare la propria identità cristiana. L’albero si riconosce dai frutti e adesso lo si vedrà sulla difesa dei valori”. A cominciare da quello della vita, sulla cui fine sarebbe meglio non legiferare, secondo Ruini, che legiferare male, visto “il quadro non rassicurante” in cui, secondo il cardinale, si starebbe svolgendo “la discussione”. Non rassicurante per chi ritiene, come Ruini appunto, che “sopprimere un’esistenza non sarà mai eticamente accettabile”.

Ripreso da http://www.startmag.it

Tutte le scommesse di Goffredo Bettini su Giuseppe Conte

         Dichiaratamente “fiero” di essere amico di Matteo Ricci, che conosce “fin da ragazzo”, cresciuto fra il ricordo “nel cuore del nonno minatore”, “sobrio e totalmente dedito al lavoro”, ”un compagno che sa stare tra i compagni e un sindaco che sa stare tra cittadini”, anche se adesso è solo, o ancora più, un europarlamentare aspirante alla presidenza delle Marche, il sempre presente e vigile Goffredo Bettini si è quasi commosso a vederlo risparmiato, graziato e quant’altro da Giuseppe Conte. Che gli ha confermato, pur dopo qualche esitazione e resistenza interna fra gli ormai ex o post grillini, l’appoggio nella corsa al vertice della regione.

         Nella conferma di questo appoggio a Ricci, pur indagato nella vicenda giudiziaria pesarese chiamata “Affidopoli”, per la quale è stato interrogato per circa cinque ore dall’inquirente, Bettini ha avvertito, felice come una Pasqua, la conferma di un Conte completamente evoluto nel garantismo dopo la fase iniziale e goiustizialista del Movimento 5 Stelle. Un movimento del quale il Pd potrebbe fidarsi anche nelle altre regioni dove si voterà in autunno, a cominciare dalla Campania ambita dal pentastellato ex presidente della Camera Roberto Fico. E forse persino in Toscana, dove lo stesso Conte ha confessato “sofferenza” all’idea di accettare la conferma di un presidente come Eugenio Giani, che i pentastellati hanno osteggiato dicendone e pensandone di tutti i colori. “Stimo Giani. Spero personalmente -ha detto Bettini- che alla fine si potrà arrivare a lui”. Magari. Si spenderà anche per Giani, come ha fatto per Ricci, in telefonate, consigli, informazioni.

         Bene, anzi benissimo per il sogno bettiniano del cosiddetto campo largo a diffusione crescente, dalla periferia a livello nazionale, con la partita finale fra la segretaria del Pd Elly Schlein e lo stesso Conte su chi dovrò guidarlo fra due anni, quando si voterà per il rinnovo delle Camere e l’eventuale, molto eventuale successione a Gorgia Meloni, visto il consenso del quale la premier ancora gode. Bene, benissimo, ripeto. Ma dopo avere letto l’intervista di Bettini al Foglio mi è capitato ieri di leggere il mattinale-editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Informato, a dir poco, degli umori e delle posizioni dei pentastellati, che a volte amticipa o addirittura produce, Travaglio ha scritto che “Conte sostiene Ricci come la corda sostiene l’impiccato: appoggio condizionato e a tempo”. E ha spiegato che “la partita si riaprirà con la richiesta di rinvio a giudizio, quando non sarà più nulla da fare: se sarà prima delle elezioni i 5Stelle inviteranno a non votare Ricci. Se sarà dopo usciranno dalla giunta (come in Puglia da quella di Emiliano neppure indagato). Oppure il Pd si ricorderà di avere un codice etico che impone le dimissioni ai rinviati a giudizio”.

         In questo scenario l’ottimismo e le scommesse di Bettini appaiono a dir poco eccessive, se non avventate. E non solo per la partita di Ricci. Dal Pd Lorenzo Guerini ha appena avvertito, o ribadito, che Conte cerca solo “vantaggi dalle inchieste”.

Lettera d’autore alla grande, grandissima Adriana Asti

         “Cara Adriana”, ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara in prima pagina alla cognata -la grande, grandissima Adriana Asti- appena morta  per ritrovare il marito Giorgio, il fratello di Giuliano scomparso due anni fa.

         “Avevi due occhi unici al mondo- le ha scritto Giuliano- che parlavano per te, un sorriso di un’amabilità maliziosa, mai invadente, un caratteraccio temperato dall’affettazione artistica del buonumore, una voce di stoffa pregiata, mai invecchiata anche tra i Novanta e i Cento anni. Non ti si poteva nemmeno consolare per la morte, la malattia e la vecchiaia: Non ti lamentavi mai, consideravi lamentevole il lamentarsi….” , e via giù per più di mezza colonna delle sei del  giornale fondato peraltro d’all’autore della lettera.

         E’ bello morire a 94 anni anche per meritarsi una così familiare, toccante lettera d’autore, appunto.

Il pollice imperiale di Giuseppe Conte, detto anche Contigola….

         Fra le foto e le immagini televisive dell’ultima esibizione dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, oggi presidente di quel che è rimasto grazie a lui del Movimento 5 Stelle fondato dall’ex garante Beppe Grillo, manca quella col pollice alzato. Come gli imperatori romani quando graziavano, rinunciando a rovesciarlo per condannare. Ci ha pensato Makks, dandogli del Contigola con la sua vignetta sulla prima pagina del Foglio.

         Lette le carte chieste e ricevute, accertatosi della loro autenticità, fattele vedere probabilmente agli esperti di cui dispone, fra cui due alti magistrati distribuiti fra Camera e Senato, e soprattutto verificata la durata di circa sei ore dell’interrogatorio del pricipale indagato in quella vicenda giudiziaria chiamata Affidapoli – come la Tangentopoli di 33 anni fa a Milano, oggi Cementopoli con sei arresti appena disposti- Conte ha confermato l’appoggio dell’europarlamentare del Pd ed ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci a presidente della regione Marche. Sostenuto dal famoso campo largo dell’alternativa al centrodestra, come lo chiama il… filosofo e suggeritore del Nazareno Goffredo Bettini: largo nella sua massima espansione.

         Il pollice invece è rimasto sospeso per l’aspirante piddino alla conferma a presidente della regione Toscana Eugenio Giani. Che ha da farsi perdonare da Conte non indagini giudiziarie ma solo il fatto di avere governato la regione sino ad ora avendo all’opposizione le cinque stelle locali. Che quindi “soffrono” -come ha detto lo stesso Conte- a sostenerlo la prossima volta, prima ancora di trattarne e conoscerne il programma. Dal quale si spera che rimanga esclusa una riforma, diciamo così, della fisionomia fisica del candidato: un ritocco al naso, alle labbra, agli zigomi, alle orecchie.

         Ricci può pure tenersi la sua fisionomia fisica. Di lui era in pericolo solo la fisionomia giudiziaria. Ora gli è stato riconosciuto anche da Conte, bontà sua, il diritto sancito dall’articolo 27 della Costituzione di “non essere considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Non colpevole, ripeto, cioè innocente. Anche del reato, se qualcuno volesse inventarselo per supplire alla insufficienza di un errore, di essersi fidato troppo di qualche collaboratore.

         Conte insomma, volente o nolente, consapevole o no sino al limite della commedia, si è proposto a commissario all’applicabilità o meno dell’articolo 27della Costituzione. Un commissario alla Costituzione come al bilancio di un Comune. Diavolo di un uomo, di un avvocato, di  un professore universitario e di un ancora aspirante alla successione a Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑