L’Europa, ma non solo, in trasferta in Gran Bretagna…

La foto d’opportunità del vertice londinese

E’ stato in evento ad un tempo drammatico e beneaugurante il vertice svoltosi a Londra col proposito e sotto il titolo di “garantire il nostro futuro”. Vi hanno partecipato i rappresentanti di 16 Paesi non solo europei, come il Canada, la Turchia e la stessa Gran Bretagna da cinque anni fuori anche formalmente dall’Unione, dopo quattro di negoziati per dare esecuzione all’abbandono deciso con un referendum.  

Giorgia Meloni a Downing Street prima del vertice

E’ stato un vertice per niente paradossale, come si sarebbe tentati di definirlo pensando da una parte alla eterogeneità degli invitati dal premier inglese-. in gran parte comunque europei, a cominciare dal presidente del Consiglio dell’Unione e dalla presidente della Commissione esecutiva, in trasferta a Londra-  e dall’altra alla dichiarata volontà di salvare una solidarietà occidentale messa a dura prova dal principale alleato. Si tratta naturalmente degli Stati Uniti d’America, guidati da meno di due mesi da un presidente, Donald Trump, deciso a concordare di fatto con la Russia di Putin una soluzione della guerra in Ucraina alle spalle della stessa Ucraina, partecipe anch’essa del vertice di Londra che le ha confermato l’appoggio, e di quel che resta fisicamente e politicamente dell’Occidente dopo l’esplosione metaforicamente avvenuta alla Casa Bianca venerdì scorso. Quando al termine di un incontro fra Trump e il presidente ucraino Zelensky, che pure era cominciato e si era sviluppato per buona parte in un clima normalmente dialettico, poco è mancato che i due venissero alle mani, aizzati dal vice dello stesso Tramp e da giornalisti, operatori televisivi e altri ospiti che di solito per un evento del genere aspettano fuori per fare all’uscita le domande e togliersi le loro legittime e professionali curiosità. Questa volta invece – per motivi misteriosi, che alimentano anche il peggiore sospetto di un agguato teso nella Casa Bianca al presidente ucraino- si è preferita una sceneggiatura più da ring che da salotto o ufficio ovale, qual è quello dove lavora e riceve il presidente degli Stati Uniti. “Un’oscena rappresentazione”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara scrivendo di Zelensky “appozzato, tenuto sott’acqua”.

Giorgia Meloni col presidente ucraino Zelensky a Londra

Che cosa sia destinato a produrre il vertice anomalo di Londra, dove tutti erano più in trasferta che di casa, eccetto naturalmente il primo ministro inglese, è difficile dire. Se lo staranno chiedendo per primi lo stesso Trump e chi ha forse teso un agguato anche a lui spingendolo a cacciare l’ospite troppo ostile o diffidente verso Putin, che da più di tre anni bombarda di tutto in Ucraina anche ospedali, scuole, chiese, teatri. E non solo obiettivi militari come sono considerati da Putin pure le centrali elettriche e termiche, ìn modo da fare morire di freddo in inverno anche quelli che hanno avuto non so se più la fortuna o la sfortuna di sopravvivere al fuoco.

Per quanto in trasferta londinese comunque, l’Unione Europea non mi è parsa “celebralmente defunta”, come la considera invece Lucio Caracciolo su Repubblica.

Zelensky dalla Casa Bianca al pronto soccorso di Londra, al 10 di Downing Street

Il premier ucraino nella imboscata americana

Dall’incidente a Washington, addirittura alla Casa Bianca, al pronto soccorso a Londra, al numero 10 di Downing Street. Dove il primo ministro britannico Keir Starmer ha ricevuto col massimo della cordialità e insieme della ufficialità il presidente ucraino Volodymir Zelensky. Al quale ha confermato l’appoggio “sino alla fine” nella guerra mossagli più di tre anni fa dalla Russia di Putin con una cosiddetta “operazione speciale” che avrebbe dovuto concludersi, nei progetti del Cremlino, in tre giorni. E non nei quindici risultanti al presidente americano Donald Trump, diventati più di nei quali gli ucraini gli ucraini hanno resistito  con gli aiuti militari e d’altro tipo ricevuti paradossalmente anche dagli americani. O soprattutto dagli americani, come Trump ritiene sia avvenuto sotto la presidenza del suo predecessore Joe Biden. E ora  rivendicare il diritto di rifarsi con le “terre rare” eventualmente rimaste all’Ucraina dopo la perdita dei territori che dovrà cedere alla Russia negli accordi di pace, effettiva o presunta, che finiranno per definire lo stesso Trump e Putin nei negoziati che sono ancora ai livelli preliminare.

Il premier ucraino all’uscita dalla Casa Bianca

Se Zelensky ha trovato difficoltà, diciamo così, a far capire a Trump la paradossalità di questo percorso o progetto studiato alle spalle dell’Ucraina, e non a suo sostegno, non ne ha certo trovate col premier inglese. Che probabilmente avrà condiviso la scelta sostanzialmente unanime della stampa britannica di definire “agguato” l’appuntamento dato al presidente americano a quello ucraino nello storico studio ovale della Casa Bianca, affollato di ospiti e operatori televisivi per uno spettacolo sostanzialmente in diretta. Conclusosi con l’altrettanto sostanziale cacciata di Zelensky, accompagnato all’uscita dalla Casa Bianca da una inserviente, o poco di più.

Al pronto soccorso del numero 10 di Downing Street ne seguiranno altri tra oggi e domani, sempre a Londra, a livello comunitario, come se l’Inghilterra stesse eccezionalmente rientrando dalla Brexit per l’emergenza creatasi, o aggravatasi, in Europa per ciò che Trump vuole fare dell’Ucraina dandogliela praticamente vinta a Putin. Forse oltre le stesse aspettative del Cremlino.

Oggi è l’ultima domenica di Carnevale, spero non solo in Italia.

Mani pulite raccontate da Antonio Di Pietro a Massimo D’Alema

Da Libero

Merita qualche riflessione non solo retrospettiva ma anche attuale, per la perdurante esondazione del potere giudiziario, il racconto di “Mani pulite” fatto giovedì scorso alla Camera da Massimo D’Alema partecipando alla presentazione di due libri pubblicati su Bettino Craxi nel venticinquesimo anniversario della morte. Che lo stesso D’Alema da presidente del Consiglio -gli va riconosciuto- tentò inutilmente di evitare in terra tunisina cercando di garantirgli un ricovero in ospedale in Italia senza l’umiliazione dell’arresto in quelli che sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Poi egli dispose i funerali di Stato che i familiari di Craxi, a cominciare dalla figlia Stefania, rifiutarono per protesta contro il trattamento riservato al loro congiunto nella vicenda giudiziaria di Tangentopoli con una “durezza senza uguali”, come avrebbe pubblicamente riconosciuto dieci anni dopo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Di Pietro e D’Alema d’archivio

D’Alema ha raccontato, in particolare, secondo il resoconto fattone sul Riformista da Aldo Torchiaro, di avere raccolto da Antonio Di Pietro, non più magistrato ma ministro di Romano Prodi, la confidenza che a Milano, fra indagini, arresti e processi sul finanziamento illegale della politica, “noi volevano abbattervi e liquidarvi tutti”, incontrando però nei comunisti -o post-comunisti, come si chiamavano nel Pds-ex Pci- “un osso duro”.

Pur inorgoglito da questo racconto, D’Alema contestò a Di Pietro di avere portato in uno dei suoi processi un “falso testimone” sulla famosa visita fatta da Raoul Gardini nella sede del Pci. Dove, accolto proprio D’Alema per essere accompagnato dal segretario del partito Achille Occhetto, egli sarebbe arrivato con una valigetta piena -non credo di santini e simili- uscendone senza. Erano scomparsi contenuto e contenitore.

D’Alema, raggiunto dalla cronaca di quella deposizione nel 1994 mentre faceva campagna elettorale a Gallipoli, aveva cercato di smentire il testimone scrivendo al presidente del tribunale, ma inutilmente. Lui peraltro all’epoca di quella visita di Gardini non lavorava al partito con Occhetto ma nella sede dell’Unità, che dirigeva col solito zelo.

 Ma l’”osso duro”, ripeto, riconosciuto alla sua parte politica dall’ornai ex magistrato in qualche modo simbolo di “Mani pulite” è rimasta pur sempre una consolazione per D’Alema. Che nel suo racconto ha impietosamente contrapposto alla durezza, disciplina e quant’altro dei suoi compagni, coinvolti nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti, alla prova data dai socialisti. Che preferirono invece la “slealtà”. E in effetti si scannarono fra di loro contribuendo alla demonizzazione del segretario del Psi, diventato il capro espiatorio di tutta Tangentopoli.

Bettino Craxi

Sarebbe disonesto non riconoscere una parte almeno di verità al racconto, ragionamento e altro ancora di D’Alema. Il quale però deve ammettere che alla “durezza” dell’osso comunista contribuirono i magistrati: o almeno quel procuratore aggiunto di Milano, per esempio, che cercò e trovò personalmente un documento utile alla difesa di Primo Greganti, finito nei guai per la “gabbia” costituita da un conto svizzero dove passavano fondi destinati al Pci. Di prove a discolpa dei socialisti finiti nel tritacarne giudiziario personalmente non ho memoria.

Chiudo chiedendomi, senza la pretesa di aspettarmi una risposta, se Massimo D’Alema sia mai stato tentato di dare una mano a Craxi in quegli anni terribili, in cui i magistrati avrebbero voluto fare fuori “tutti”. E vi abbia rinunciato solo perché Craxi era stato abbandonato dagli sleali compagni del proprio partito. E non invece perché Craxi eliminato giudiziariamente dalla politica faceva un grande, grandissimo comodo al partito di D’Alema.

So bene che la storia non si fa con i “se”. Ma sospetto che la sinistra italiana non si troverebbe nella crisi attuale, di identità e di tutto il resto, se non si fosse liberata a suo tempo di Craxi in quel modo. Semplicemente orribile.

Pubblicato su Libero

Zelensky battuto e cacciato dal ring allestito da Trump alla Casa Bianca

Le due torri gemelle di New York nel 2001

Le immagini televisive della lite alla Casa Bianca fra Donald Trump e Volodymir Zelensky mi hanno procurato la stessa, devastante impressione delle due torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001 sotto l’attacco terroristico. Oriana Fallaci le vide e descrisse dalla sua casa come due fiammiferi che ardevano.

Come mai avrei immaginato lo spettacolo di quelle due torri, tanto da scambiarle a prima vista per un film, così mai avrei immaginato che Trump e Zelensky, in ordine non solo alfabetico, se le sarebbero dette e metaforicamente date così tanto davanti alle telecamere in un incontro o “agguato” -secondo Repubblica- in un cui le parole sono volate come schiaffi o pugni. Uno spettacolo del quale porta le maggiori responsabilità Trump non solo come padrone di casa ma anche come un attore dichiaratamente compiaciuto, alla fine, della sua prestazione, nel massimo della trasparenza. Che non è sempre una virtù, come dimostra la necessità della diplomazia avvertita e praticata da tempo, almeno sino a un momento prima dell’incontro di ieri.

Alle rovine dell’Ucraina dopo più di tre anni di guerra cominciata dalla Russia di Putin fra la distrazione di Trump, che prima ancora di riceverlo aveva attribuita a Zelensky l’attacco per compiacere lo zar o lo Stalin di turno. Che temo non glielo avessero neppure chiesto, tanto pubblicamente e orgogliosamente il Cremlino aveva annunciato il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina considerandola una “operazione speciale” di “denazificazione” da concludere in tre giorni. E non nei quindici indicati da Trump all’ospite, diciamo così, ucraino come il termine entro il quale i russi avrebbero portato a termine il loro progetto se non fossero stati sorpresi dagli aiuti occidentali all’Ucraina. Con i quali Zelensky, secondo Trump, avrebbe “giocato con la terza guerra mondiale”.

Trump -ho sentito dire ieri in televisione da Italo Bocchino, ospite del salotto di Lilli Gruber su La 7- è stato con Zelensky come gli americani lo hanno voluto e lo vorrebbero ancora. Si tratta però dello stesso Zelensky col quale la premier italiana Giorgia Meloni, di cui Bocchino è abitualmente invitato a prendere le difese solo contro tutti, ha un rapporto speciale quanto con Trump.

Dal Foglio

 Siano solo agli inizi di un film giallo di cui temo che gli stessi protagonisti, attori e comparse non conoscono la fine, pur fingendo di averla in testa o di poterla condizionare. Non si può neppure augurare una buona visione, tanto pauroso e tragico è il contesto dello spettacolo, anche se Giuliano Ferrara sul Foglio è riuscito ad avvertire “il lato comico dell’Apocalisse”.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La caccia, anzi la corte dei magistrati ai “grandi avvocati” nella lotta al governo

Da Libero

Evidentemente consapevoli della scarsa attendibilità, diciamo così, di quel vantato 80 per cento di adesioni dei magistrati allo sciopero contro il governo e la sua riforma della giustizia-  -cui molti hanno aderito virtualmente, senza in realtà parteciparvi per non subire trattenute sullo stipendio- i tifosi dell’associazione nazionale delle toghe hanno improvvisato una caccia. Anzi una corte ai “grandi avvocati” che, in dissenso dai loro colleghi meno famosi ma largamente maggioritari, hanno criticato anch’essi la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Nella quale il sindacato delle toghe vede un disegno di asservimento delle Procure al governo. E liquida come bugie o truffe le smentite opposte da un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, di lunga esperienza maturata nella pubblica accusa quando faceva il magistrato.

Toghe in sciopero

La caccia -o la corte, ripeto- ai “grandi avvocati” solidali con le preoccupazioni e le proteste del sindacato delle toghe, anche nella nuova gestione del presidente Cesare Parodi e del segretario Rocco Manuotti, ha portato al quasi arruolamento di Guido Alpa e di Franco Coppi.

Di Franco Coppi, invece, mi sento di dire qualcosa, nonostante egli abbia mandato in brodo di giuggiole i compiaciuti dello sciopero dichiarando di non avere avvertito l’influenza delle carriere non separate fra giudici e pubblici ministeri in nessuna delle cause che è gli toccato di perdere.

Di Guido Alpa, pur di simpatie notoriamente socialiste, non dico nulla.  Può darsi che l’ex premier Giuseppe Conte, uscito un po’ dalla sua scuderia universitaria e legale, abbia preso da lui anche la preferenza per la carriera unica, sostenuta dal MoVimento 5 Stelle di cui lo stesso Conte è presidente. E forse persino imperatore, dopo tutti gli strappi col fondatore “sopraelevato” Beppe Grillo.

L’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno

Di Franco Coppi è abbastanza nota non solo l’assistenza legale ma anche la simpatia maturata nei rapporti con Silvio Berlusconi. Di cui basta il nome ormai per capire l’opinione che aveva dei magistrati. Altrettanto noto è il fatto che sia uscita dalla scuderia forense di Coppi addirittura Giulia Bongiorno. Che unisce adesso la sua esperienza di avvocato a quella politica, di presidente della Commissione Giustizia del Senato, nella convinzione che la separazione delle carriere giudiziarie sia la naturale conseguenza del “giusto processo”. Esso “si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Parole che non si è inventate Giulia Bongiorno ma si trovano nell’articolo 111 della Costituzione aggiornato nel 1999, e stampato nelle copie curiosamente sventolate dai magistrati nei tribunali e fuori scioperando contro la riforma all’esame del Parlamento, E’ passato abbastanza tempo, credo, per garantirne davvero, e finalmente, l’applicazione.

L’aggiornamento costituzionale del 1999 non fu introdotto per capriccio o distrazione, peraltro a larga maggioranza. Ma per il combinato disposto del processo riformato, da inquisitorio ad accusatorio, ai tempi del ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli, nel 1989, e dell’aggiramento subito dopo qualche anno con la pratica dei processi targati Tangentopoli. O “Mani pulite”, come i magistrati vollero chiamare con enfasi igienica le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti. Allora- con la certificazione, che non mi stancherò mai di ricordare, di Giorgio Napolitano in una lettera scritta e pubblicamente diffusa dal Quirinale alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina- si verificò un “brusco spostamento degli equilibri nel rapporto fra politica e giustizia”.  Cioè uno squilibrio, al quale in troppi si sono abituati, nei tribunali e fuori. E’ questa la verità alla quale vogliono sfuggire con i loro scioperi i magistrati scambiando per “vendetta” ogni tentativo davvero riformatore per riequilibrare ciò che è stato “bruscamente” -ripeto- oltre che surrettiziamente cambiato una trentina d’anni fa.

Pubblicato su Libero

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