Le critiche convergenti alla Corte penale internazionale dell’Aia

Dal Dubbio

“Il triangolo no. Non l’avevo considerato”, cantava nel 1978 Renato Zero sommerso dagli applausi del suo pubblico. Che nel 1981 sarebbe diventato “dei sorcini” per un’altra canzone dello stesso artista sui “figli della topa”

         Ridiamoci pure sopra, come farebbe per primo proprio lui, Renato Zero, se gli chiedessi di poter usare le sue parole di fronte alla triangolazione galeotta, a dir poco, che si è realizzata nelle ultime 24 ore fra Washington, Roma e l’Aia..

La sede della Corte penale internazionale all’Aia

         Da Washington è partito l’ordine del presidente americano Donald Trump di sanzionare la Corte penale internazionale per un mandato di cattura contro il premier israeliano Benjamin Netanyauh. Difeso dal presidente americano come “alleato” dall’accusa di genocidio mossagli per la guerra a Gaza, provocata dal podrom del 7 ottobre 2023 dei terroristi palestinesi di Hamas. Che avevano fatto strage di bambini, giovani e anziani in territorio israeliano catturandone altri per usarli come ostaggi. Quali d’altronde sono diventati anche i palestinesi abitanti a Gaza avendo sotto le loro case, le loro scuole, i loro ospedali, i loro mercati gli arsenali militari della loro guerra agli ebrei.

         L’Aia è la sede di quella Corte, cui aderisce l’Italia, diversamente dagli Stati Uniti e da molti altri paesi fra i quali la Russia e la Cina, che ha scelto  nei giorni scorsi il nostro Paese per chiedere l’arresto di un generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, dopo essere stato lasciato viaggiare libero fra la Gran Bretagna, il Belgio e la Germania. Ne è nato un caso che ha terremotato la politica italiana per le accuse di complicità con quel generale che il governo si è procurato nelle aule parlamentari e nel teatro mediatico avendolo rimandato in Libia con un aereo di Stato, per ragioni di sicurezza e di urgenza, dopo una scarcerazione disposta dalla Corte d’Appello di Roma.

         Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reclamato un’inchiesta contro la Corte penale internazionale per avere scelto per l’arresto del generale il paese più esposto nei rapporti con la Libia com’è l’Italia. Che ne dipende per le forniture energetiche, per la presenza di molti italiani che vi lavorano in proprio o alle dipendenze di imprese di rilievo come l’Eni e per il controllo delle coste da cui partono molti degli mmigrati clandestini gestiti da criminali.

         All’inchiesta reclamata da Tajani si sono aggiunte, questa volta davanti al Parlamento, i rilievi mossi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio ai documenti della Corte penale internazionale, tanto “pasticciati” da dover essere corretti e sostituiti alla fonte.

         All’Aia, infine, per tornarvi, si sta cercando in questi giorni, con mezzi palesi come una denuncia privata e sotterranei, di fare promuovere un’azione giudiziaria contro il governo italiano per avere rimpatriato il generale libo Almasri.

         Washington, Roma e l’Aia. Una triangolazione, dicevo, galeotta. E nel  contesto di uno scenario internazionale dagli imprevedibili sviluppi, anche se formalmente è in corso una tregua a Gaza e se ne insegue un’altra, o ancora di più, nell’Ucraina messa a ferro e fuoco dalla Russia di Putin con una invasione cominciata quasi due anni fa.

Pubblicato sul Dubbio

Vanno bene i Fratelli di chat, ma di tutti colori. Sennò è solo spionaggio di parte

Da Libero

Vorrei complimentarmi anch’io, davvero e non per scherzo, col giovane collega Giacomo Salvini, come ha fatto Monica Guerzoni nel salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, per i “fratelli di chat”. Che egli ha saputo ricavare -non gli chiedo come, bastandomi la generica “fonte interna” da lui indicata- con le incursioni fra le conversazioni elettroniche di cento e più esponenti del partito della premier Giorgia Meloni. Compresa naturalmente la stessa Meloni, che altrettanto naturalmente non ha gradito.

         Giacomo Salvini, per carità, ha fatto il suo mestiere. Non hanno saputo fare il loro quelli che gli hanno fornito il materiale, diciamo così, su cui lavorare, e anche divertirsi. Che è il massimo che possa desiderare chi lavora appunto: stancarsi divertendosi.

Il libro di Giacomo Salvini

         Sì, lo so. L’articolo 15 della prima parte della Costituzione italiana, sui diritti e doveri dei cittadini, dice che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. E “la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”.

         So anche dell’articolo 49 della Costituzione che dà a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, senza per questo dovere rinunciare alla già ricordata e tutelata segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

         Ma se sono gli stessi interessati, nell’uso peraltro di strumenti neppure immaginati dai costituenti un’ottantina d’anni fa come i telefonini e simili che sono diventati prolunghe dei nostri sensi, ora addirittura col supporto dell’intelligenza artificiale; se sono, dicevo, gli stessi interessati a non sapere o non volere custodire la loro riservatezza, è ridicolo prendersela col giornalista che fa il suo mestiere, anche di intrigante.

         Riconosciuto tuttavia a Giacomo Salvini tutto quello che gli spetta, debbo dire che ora da collega anziano, e di una certa esperienza, diciamo così, di cronaca politica, anche a costo di incorrere qualche volta in supplementi di fatica come imputato, per esempio, di violazione di segreto di Stato o di diffamazione, mi aspetto da lui ben più del libro che ha appena prodotto sui “fratelli di chat”. Mi aspetto uguale curiosità, e capacità di soddisfare quella dei lettori, sul conto di altri che popolano la foresta politica italiana. Dove crescono, spesso loro malgrado, i funghi non solo della destra meloniana, ma anche di altri partiti o aree. Se curiosità, attenzione, dovere di cronaca, o di retroscena, come ormai si spaccia anche ciò che viene semplicemente inventato, o desiderato, si limitano solo a una parte, il gioco cambia. La partita si fa diversa. E cambiano naturalmente i voti, pure quelli che ho appena assegnato a Giacomo Salvini, specie considerando la sua meritoria decisione, appresa navigando in internet, di ispirarsi alla scuola del compianto Walter Tobagi. Che ho avuto la fortuna di conoscere e di frequentare fino a quando i terroristi non lo ammazzarono sotto casa, a Milano, nel 1980. Quando egli aveva solo 33 anni e si era già guadagnato l’invidia dei colleghi e l’odio irriducibile dei brigatisti rossi, o solo aspiranti, come fu il caso dei suoi assassini.

Walter Tobagi, del Corriere della Sera

Ciò che Walter non sopportava del nostro mestiere, come anche l’indimenticabile Giampaolo Pansa, è quando lo avvertiva preso da una curiosità a senso unico, come la chiamava quando ci incontravamo a Roma e parlavamo, appunto, del nostro lavoro.

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Assist di Trump alla Meloni contro la Corte penale internazionale dell’Aia

         Il presidente americano Donald Trump ha sferrato un duro attacco, con sanzioni, alla Corte penale internazionale dell’Aia in coincidenza -non so francamente quanto casuale e quanto invece voluta, essendo nota la sua simpatia per la premier Giorgia Meloni- mentre in Italia, che ne fa parte dalla fondazione nel 2002, se ne contesta a livello di governo la correttezza, a dir poco.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato alla Corte della pasticciona riferendo alle Camere sul mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità emesso contro il generale libico Almasri, contenente tali errori da vanificarlo e farlo seguire da un altro. Intanto maturavano le condizioni procedurali per il rilascio del generale, riportato in Libia con volo di Stato per ragioni di sicurezza e di urgenza valutate dagli organismi preposti.

Antonio Tajani

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlandone con i giornalisti per strada, non avendo le competenze del Guardasigilli e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi intervenuti in Parlamento, ha reclamato un’inchiesta su quella Corte. Che curiosamente, diciamo così, ha spiccato il mandato di cattura contro il generale libico, di cui si occupava da ottobre, solo quando egli è arrivato in Italia dopo essere stato in Gran Bretagna, in Belgio e in Germania, aderenti anch’essi alla Corte. Proprio in Italia, aggiungo, che è il paese più esposto nei rapporti con la Libia per forniture energetiche, presenze di connazionali e di aziende come l’Eni e soprattutto per l’immigrazione clandestina che proviene da quelle parti. E la cui intensità dipende dalla sorveglianza libica delle coste. Altro che l’indagine all’Aia da qualcuno contro la Meloni.

L’autorevolezza e l’efficacia della Corte dell’Aia dipende nel bene dall’alto numero dei paesi che vi aderiscono: 123. Nel male, sino a farle rasentare l’inutilità, direttamente proporzionale ai suoi costi, dai paesi che non vi aderiscono, fra i quali gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina.

Il massino dello scetticismo -anche qui, a dir poco- che la Corte dell’Aja ha recentemente provocato si è avuto con l’ordine di cattura contro il capo del governo israeliano Benjamin Netanyauh per il genocidio dei palestinesi che avrebbe ordinato e attuato a Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre 2023. Quando i terroristi di Hamas irruppero ferocemente in territorio israeliano facendo strage di bambini, giovani, vecchi, uomini, donne e sequestrandone altri per farne scudi umani, come la stessa popolazione palestinese, nella prevedibile reazione militare israeliana. E scambiarli al tempo stesso con ben più numerosi detenuti palestinesi in Israele.

Trump e Netanyahu

E’ proprio, o soprattutto, al mandato di cattura che impedisce al capo del governo di Israele di muoversi nei paesi aderenti alla Corte dell’Aia  -Italia compresa, ripeto-  che Trump si è richiamato per attaccarla. E avendo lo stesso Netanyahu ospite negli Stati Uniti, anzi il primo ospite della sua seconda presidenza americana.

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Anche in Parlamento non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire….

         Non vi è peggior sordo -dice un vecchio proverbio- di chi non vuol sentire, come hanno dimostrato i discorsi preconfezionati dei parlamentari di opposizione dopo le comunicazioni dei ministri della Giustizia e dell’Interno sull’affare del generale libico Almarsi. Che, accusato di crimini compiuti nelle prigioni da lui comandate e arrestato in Italia su ordine di cattura della Corte penale internazionale dell’Italia, dopo essere stato lasciato libero di viaggiare fra Gran Bretagna, Belgio e Germania, è stato prima liberato dalla magistratura e poi rimpatriato dal governo con un volo di Stato per ragioni di sicurezza e di urgenza.

Schlein e colleghi di partito alla Camera

         Neppure le circostanze dettagliate riferite, in particolare, dal ministro della Giustizia Carlo Nordio sugli errori ammessi dalla Corte dell’Aia nella stesura dei primi documenti, poi corretti in altri, hanno indotto, per esempio, la segretaria del Pd Elly Schlein alla Camera ad aggiornare il discorso già scritto prima della seduta. Ridotte quelle circostanze a “cavilli” e il ministro della Giustizia a “difensore” del generale libico, la Schlein ha ripetuto in aula quello che da giorni diceva contro la premier Gorgia Meloni per non aver voluto riferire lei direttamente al Parlamento. E le ha dato della presidente non del Consiglio ma del coniglio, con tanto di cartelli alzati a sinistra.

Giuseppe Conte

Una volta tanto la segretaria del Pd ha  dettato la linea  a Giuseppe Conte. Che di suo ha aggiunto gli insulti alla Meloni di viltà, fuga, obbedienza agli ordini di Tripoli, di Bruxelles e di Washington. Dove peraltro è appena tornato alla Casa Bianca quel Donald Trump al quale proprio lui, come gli ha ricordato Maurizio Lupi, era riuscito la prima volta a diventare così simpatico e disponibile, mentre a Roma cambiava disinvoltamente maggioranza per restare a Palazzo Chigi, da guadagnarsi il nome al plurale: Giuseppi.

         Di tutto il dibattito svoltosi sul caso Almarsi fra Camera e Senato quello che è destinato a rimanere nella politica non riguarda la Libia e il generale che le è stato restituito, ma l’impegno ribadito dal Guardasigilli di portare in porto la riforma della giustizia che ne porta il nome. La cui necessità è stata confermata dall’uso che nella magistratura si è fatto anche del caso Almarsi per fare opposizione al governo.

Carlo Nordio

         Accusato sarcasticamente fuori dall’aula, in particolare dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri nel salotto televisivo di Lilli Gruber, di avere compattato i magistrati contro il governo, Nordio li ha ringraziati di avere compattato sulla separazione delle carriere e il resto della sua riforma la maggioranza di centrodestra. A brigante, brigante e mezzo, diceva l’indimenticabile presidente della Repubblica Sandro Pertini ripetendo un proverbio non meno efficace di quello sul sordo peggiore che non c’è di chi non vuol sentire. Proverbio applicabile, ripeto, alle reazioni alle conunicazioni del governo sul caso Almarsi.  

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Dietro la facciata della compattezza della magistratura provocata dal governo

         L’associazione delle toghe si rassegnerà prima o poi alla fine di ciò che nega a parole di avere mai voluto o volere ma è realtà da almeno una trentina d’anni: il primato del potere giudiziario sugli altri.  

         Più degli strilli dell’associazione, dello sciopero già indetto, con l’impegno di farne altri, e della mobilitazione annunciata per il referendum che concluderà il percorso della riforma Nordio, chiamiamola così, col nome del ministro della Giustizia, conta la maggiore consapevolezza che si avverte fra i magistrati non mobilitati. O hanno smesso di mobilitarsi in attività sindacali dopo averci provato e toccato con mano più danni che altro.

Antonio Di Pietro

         Ha fatto rumore in questi giorni, come al solito, con quella mimica inconfondibile dell’uomo che vuole prendere a calci anche le parole che pronuncia verso la controparte di turno, l’indimenticato ex magistrato ormai Antonio Di Pietro. Che ha condiviso la riforma Nordio e, precedendo persino le domande di Massimo Giletti in televisione, ha criticato l’amico avvocato Luigi Li Gotti, da lui fatto nominare sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo di Romano Prodi, per l’esposto contro il governo per l’affare del rimpatrio del generale libico Asmarsi girato rapidamente al tribunale dei ministri dal capo della Procura della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi.

Dal Foglio di oggi

         Ma, pur senza avere la mimica e la notorietà di un Di Pietro riuscito a piacere persino a Giuliano Ferrara, avendo tuttavia il vantaggio di essere un magistrato ancora operativo alla guida della Procura della Repubblica di Padova, Antonello Racanelli, già segretario di Magistratura Indipendente, ha avvertito e denunciato in una intervista al Foglio di ieri la “strategia suicida” dei suoi colleghi ostili alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e alle altre novità della riforma Nordio.

Dal Foglio di ieri

         “Ci troviamo di fronte a una forte maggioranza parlamentare, legittimata dal voto popolare, che ha un preciso programma politico in tema di giustizia e magistratura”, ha osservato Racanelli.  Che ai colleghi rifiutatisi di ascoltare i rappresentanti del governo uscendo per protesta quando parlavano alle inaugurazione dell’anno giudiziario, ha chiesto: “Cosa avremmo detto noi magistrati se di fronte a presidenti di Corti di appello o a procuratori generali che legittimamente nei loro interventi hanno avanzato argomentate critiche tecniche alla riforma i parlamentari o gli esponenti governativi presenti si fossero alzati per non ascoltarli?”.

         Racanelli ha indicato nel referendum su cui ha scommesso l’associazione nazionale delle toghe l’occasione di una verifica della “fiducia o no nella situazione attuale della giustizia”. Ed ha detto: “E’ facile prevedere la risposta e sappiano tutti che molte sono le cause di questa sfiducia, alcune imputabili alla politica ma altre imputabili a noi magistrati”, “Corrisponde a verità -ha insistito Racanelli- che i peggiori nemici dei magistrati sono alcuni magistrati”.

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La pazienza di Mattarella a dura prova nello scontro fra la magistratura e il governo

Dal Dubbio

Al netto di una certa enfasi apologetica che penso lo abbia più imbarazzato che compiaciuto, Sergio Mattarella si è sicuramente meritate le celebrazioni dei 10 anni dalla sua prima elezione al vertice dello Stato, dei 3 dalla sua seconda elezione, di conferma, e quando ancora ne mancano 4 alla conclusione del suo doppio mandato quirinalizio. Sono stati dieci anni obiettivamente difficili, nei quali a Mattarella è toccato, forse più dei suoi predecessori, gestire un quadro politico a dir poco volubile. Gli toccò già tra la fine del suo primo anno al Quirinale e l’inizio del secondo assistere, a dir poco, se non accelerare la fine degli equilibri politici che lo avevano portato alla Presidenza della Repubblica.

Matteo Renzi, l’artefice della sua prima elezione, bussò inutilmente alla sua porta quando, sconfitto clamorosamente nel referendum sulla riforma costituzionale, la più completa e organica di quelle sino ad allora tentate, più ancora della riforma proposta da Silvio Berlusconi, chiese a Mattarella di consentirgli con le elezioni anticipate di tradurre quel 40 per cento dei voti pur raccolti nelle urne referendarie in una conferma della propria leadership. Mattarella scelse invece la prosecuzione della legislatura. Che costò a Renzi, oltre a Palazzo Chigi, la sconfitta elettorale alla scadenza ordinaria della legislatura come segretario del Pd e, di conseguenza, la segreteria.

Ma soprattutto il residuo anno della legislatura permise a Beppe Grillo di cavalcare l’onda anti-politica portando già nel 2018 il suo movimento a Palazzo Chigi con un avvocato -Giuseppe Conte- che si definì orgogliosamente “del popolo”. Della cui esistenza tuttavia si erano accorti in pochi, senza volergli mancare con ciò  di rispetto. Pure Mattarella, a sentirsene proporre il nome per l’incarico di presidente del Consiglio, si lasciò scappare la sorpresa dicendo che avrebbe preferito quanto meno uno con qualche precedente nelle amministrazioni locali.

Grillo scombussolò con la sua vittoria il campo del cosiddetto centrosinistra, ma Mattarella si trovò nel 2018 anche di fronte ad un centrodestra diverso. In cui Berlusconi aveva dovuto subire il sorpasso della Lega di Matteo Salvini e concederle un sostanziale permesso a governare con le 5 Stelle pur di evitare in elezioni anticipate l’aumento del distacco dall’alleato.

Non furono giorni e mesi facili neppure per Mattarella al Quirinale, oltre che per Berlusconi ad Arcore e per il Pd al Nazareno. Nello spazio di soli quattro anni, fra il 2018 e il 2022, sino all’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi con un governo arrivato quasi a metà del suo percorso ordinario di legislatura, Mattarella ha visto sfilare nella sala del Quirinale dove giurano due governi di Giuseppe Conte e uno, del tutto eccezionale, di Mario Draghi. Cioè tre governi in quattro anni, ad una media da prima Repubblica.

Mattarella e Meloni

Ora con la Meloni, ripeto, da quasi due anni e mezzo a Palazzo Chigi, e con un centrodestra a trazione ancora più a destra di quanto non fosse avvenuto col sorpasso di Salvini sul Berlusconi ancora vivo nel 2018, Mattarella ha un quadro politico decisamente più stabile in cui esercitare il suo ruolo. Che è di garanzia e di rappresentanza dell’unità nazionale sancita dall’articolo 87 della Costituzione. Ma proprio perché si è formata nel frattempo una leadership forte di governo, non aleatoria, non a rischio di fronte ad avversari che si stanno dividendo peraltro sul problema di come affrontare le prossime elezioni, se unite o divise, il rapporto fra il governo e, più in generale, la politica e la giustizia, o la magistratura, si è fatto più caldo. Anzi, più tempestoso.

Napolitano e Mattarella

E’ un fuoco, o una tempesta, che -volente o nolente- chiama in causa anche Mattarella come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che della Repubblica. Un fuoco e una tempesta, a dire il vero, che coinvolse anche il predecessore di Mattarella al Quirinale Giorgio Napolitano, costretto a ricorrere alla Corte Costituzionale per difendere le sue prerogative da una Procura della Repubblica. Ma la situazione oggi è persino più difficile.

Pubblicato sul Dubbio

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Marco Minniti denuda le opposizioni sulla vicenda del generale restituito alla Libia

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         In attesa delle informazioni del governo al Parlamento sulla vicenda del generale libico Almarsi, rimandato in patria anziché tratteuto in carcere in Italia come richiesto dalla Corte penale internazionale dell’Aja per i delitti commessi nelle carceri da lui gestite nel suo Paese, le opposizioni potrebbero leggere e rileggere -ripassare, diciamo così- l’intervista di Marco Minniti pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Le opposizioni, dicevo, ma in particolare il Pd, la sua segretaria, i suoi parlamentari per la provenienza e apparteneza tuttora -credo- di Minniti al partito del Nazareno. Se a qualcuno da quelle parti non verrà in mente l’idea di chiederne l’espulsione e sequestrargli la tessera d’iscrizione.

         Ministro dell’Interno nel primo e unico governo di Paolo Gentiloni, già vice ministro -sempre al Viminale- nel secondo governo di Romano Prodi, sottosegretario per molti anni, fra i più esperti, se non il più esperto in assoluto dei servizi segreti, Marco Minniti ha ricordato agli smemorati della sua parte politica il carattere “strategico” della Libia, con cui è “giusto accordarsi”.

Minniti al Corriere della Sera

         “Primo, è la base più avanzata -ha spiegato Minniti- dei trafficanti di essere umani. Secondo: vi si gioca una partita energetica essenziale, come si è visto nella vicenda ucraina. Terzo: l’Africa è il principale incubatore di terrorismo internazionale e solo qualche anno fa la capitale moderna della Libia, Sirte, era in mano allo Stato Islamico”.

         Sull’iniziativa presa dal capo della Procura di Roma di iscrivere nel registro degli indicati la premier, i ministri dell’Interno e della Giustizia e il sottosegretario con delega dei servizi segreti affidandoli alle indagini e alle ulteriori iniziative del tribunale dei ministri per il rimpatrio di Almarsi con un volo di Stato, Minniti si è pronunciato in modo inequivocabilmente critico, sul piano giudiziario e politico.

Minniti al Corriere della Sera

         “Credo -ha detto Minniti parlando di Francesco Lo Voi e del suo presunto atto “dovuto”- che davanti ad un esposto non sia automatica l’apertura di un’indagine. Si valuta la congruità. La valutazione della Procura è legittima, certo. Tuttavia, essenziale è il momento: Se un esposto sottolinea criticità nell’azione del governo ed è prevista per il giorno dopo l’audizione dei ministri della Giustizia e dell’Interno, forse è doveroso aspettare le due audizioni, anche per valutare meglio la fondatezza dell’esposto. Ed evitare così un effetto molto negativo”.

         Il “forse” usato da Minniti è di natura ovviamente pleonastica. Non vorrei che qualcuno, fra le opposizioni, vi si attaccasse con la disperazione di chi sta annegando nella sua faziosità.

Il pur critico, insoddisfatto Prodi soccorre la Schlein nel Pd

Da Repubblica

Pur stanco, deluso e quant’altro dalla sostanziale indifferenza opposta dalla segretaria del Pd Elly Schlein ai suoi ricorrenti consigli di fare di più e di meglio per allestire il programma di uno schieramento alternativo al centrodestra, non rinviandolo- come vorrebbe Dario Franceschini- a dopo le elezioni da affrontare divisi per fare raccogliere da ciascun partito più voti possibili; pur stanco, deluso e quant’altro, dicevo,  Romano Prodi si è sottratto a fare una specie di Bruto della situazione. Come gli sarebbe toccato rendendosi disponibile alla proposta dell’ultimo segretario del Ppi-ex Dc Pierluigi Castagnetti di introdurre lui una discussione straordinaria della direzione del Pd sulla situazione politica e sui rapporti con gli altri partiti aspiranti all’alternativa al governo in carica.

Dalla Stampa

         Non sono disponibile, ha annunciato Prodi in persona facendo tirare -credo- un sospiro di sollievo alla Schlein in procinto di correre ad una riunione internazionale dei socialisti nei quali il Pd si riconosce a livello europeo, ma si guarda bene a livello nazionale perché non gradirebbero, in combinazione curiosa ma non troppo, sia i provenienti dalla Dc, per le loro origini e per la posizione marginale in cui già si sentono al Nazareno, sia i provenienti dal Pci. Per  i quali i socialisti sono pur sempre quelli guidati in passato dall’ancor odiato Bettino Craxi, pur a 25 anni dalla morte, o i “socialtraditori” della vecchia scuola sovietica e derivati.  Delle ideologie purtroppo sono sopravvissute le parti peggiori: quelle dell’esasperazione e del rancore.

Pierluigi Castagnetti

         Ma il sollievo della Schlein di fronte al no opposto da Prodi alla proposta di Castagnetti, reduce da convegni dell’area centrista di una certa risonanza mediatica, finisce allo scampato pericolo di una riunione della direzione dove la segretaria rischiava di ridere o sorridere meno del solito. Il malumore resta in un partito che cresce di qualcosa nei sondaggi, ma restando sempre ben lontano dalla consistenza che gli permetterebbe -per la natura del campo più o meno largo perseguito dalla stessa Schlein con ostinata aspirazione “unitaria”- di essere il fulcro di un’alternativa. O il punto di stabilizzazione.

L’opposizione giudiziaria combinata con quella politica al governo

Dalla prima pagina di Libero

Vi ricordate il caso di Marco Patarnello esploso in ottobre per una sua mail nella posta elettronica dell’associazione nazionale dei magistrati? Che riconosceva, segnalava e quant’altro ai suoi colleghi la “forza” e la “pericolosità” della premier Giorgia Meloni rispetto ai suoi predecessori perché inattaccabile sul piano personale, solida per la sue “visioni politiche”, cioè per la sua leadership più consistente delle precedenti.   

Da Libero

“Esponente di Magistratura Democratica”, come sottolineò la premier in una immediata reazione polemica, quel magistrato è appena stato eletto dai colleghi nel nuovo comitato direttivo dell’associazione di categoria. Non col massimo dei voti -688 come il collega Giuseppe Tango- nè col minimo -74 voti di Natalia Ceccarelli- ma con 234, rimediando il 28.mo posto su 36.

         Sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Patarnello non gradì la reazione della premier, lamentando peraltro, come i colleghi intervenuti in sua difesa nella polemica, che le fosse sfuggito un altro passo della sua mail. Che era quello in cui egli aveva raccomandato ai colleghi di attrezzarsi bene nell’azione di contrasto che la premier si meritava. Bisognava evitare una “opposizione politica”.

         Bastava e avanzava -si è visto nei fatti- un’azione di contrasto giudiziario, com’era quella concretizzatasi in ottobre, a mio avviso, con la bocciatura della prima operazione di collocamento temporaneo di immigrati clandestini ,a noi destinati, nella struttura costruita appositamente in Albania. A quella bocciatura ne sono seguite altre, l’ultima anche nelle competenze giudiziarie passate nel frattempo alla Corte d’Appello di Roma. Dove è stato sospeso il giudizio rinviando la controversia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ma svuotando daccapo la struttura italiana in Albania. Che la Meloni rimane convinta di riuscire alla fine a fare funzionare, come promise chiudendo a dicembre la festa nazionale del suo partito al Circo Massimo.

         Intanto è arrivata anche la ciliegiona sulla torta -per non parlare di altro forse più appropriato- col rapido trasferimento di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti al tribunale dei ministri da parte del capo della Procura della Repubblica di Roma per l’affare Almarsi. Col solito contorno delle distinzioni leguleiche fra “l’avviso di garanzia” ricevuto, ostentato e proclamato al pubblico dalla premier Meloni, dopo averne riferito al presidente della Repubblica, e la “comunicazione giudiziaria” definita dall’associazione nazionale dei magistrati. Il tutto di una opinabile obbligatorietà, almeno nei tempi rapidi in cui tutto si è svolto per mettere sotto indagine mezzo governo, essendo stati iscritti nel registro degli indagati, oltre alla presidente del Consiglio, i ministri dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario a Palazzo Chigi con la delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano. Tutti sospettati di favoreggiamento del generale libico, perseguito dalla Corte internazionale dell’Aia, e di peculato, avendolo riportato a Tripoli con un volo di Stato.

         La obbligatorietà opinabile potrebbe sembrare un ossimoro. E forse lo è. Ma di ossimori si è riempito il nostro sistema istituzionale a furia di gestirlo con forzature, che consentono a storici e giuristi di affiancare la Costituzione scritta a quella materiale, o viceversa.

Carlo Nordio

Un ossimoro è anche quella che a me sembra un’opposizione giudiziaria, dovendo essere la giurisdizione neutra politicamente. Una opposizione è avvertita anche da chi nei sondaggi sta facendo salire il gradimento del governo e scendere quello della magistratura. Lo ricorda spesso impietosamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, già magistrato per una vita, convinto anche per questo che supererà l’eventuale, anzi scontato referendum confermativo la riforma a lui intestata, all’esame del Parlamento, per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e tutto il resto. 

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Conte in edizione franceschiniana, con vista sull’officina dell’amico

Da Repubblica

         Parole di Giuseppe Conte fresche di stampa sui rapporti col Pd in una intervista a Repubblica con la quale, a sentirlo, l’ex premier ha cercato di non farsi “distrarre” dalla guerra in corso fra la magistratura e “il governo più indecente” che sarebbe quello in carica: “Al momento ci sono dei punti in comune ma anche questioni fondamentali che ci dividono. La pace, per esempio, per noi è dirimente mentre il Pd ha sposato, con la maggioranza di governo, una linea di sostegno incondizionato anche militare all’Ucraina e persegue l’isolamento della Russia”.

Conte a Repubblica

         E la proposta di Dario Franceschini, nel Pd, di correre divisi alle elezioni, magari con intese solo sui collegi uninominali, per “colpire uniti” il centrodestra dopo il voto, prevedibilmente con un compromesso sul programma di un nuovo governo e di una nuova maggioranza? “E’ una proposta -ha risposto Conte- che guardo con attenzione perché è un tentativo di rendere compatibili le differenze. L’importante è condividere l’obiettivo di porre al centro dell’azione il cambiamento della società”. Che era poi l’obiettivo dichiaratamente propostosi da Conte con entrambi i governi da lui presieduti a maggioranze variabili, anzi contrapposte.

Conte a Repubblica

         E Prodi, che nel Pd considera “cinico” andare divisi alle elezioni per vincerle senza un programma comune? “Sarebbe ancora più cinico -ha risposto Conte, da professore a professore- presentarsi in coalizione ed esibire una unità fittizia, senza misurarsi concretamente anche sulle questioni che ci dividono. Sarebbe una finta alleanza che si sfalderebbe il giorno dopo le elezioni”. Come, d’altronde, Prodi ha sperimentato personalmente con entrami i governi -pure lui- formati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, finiti prematuramente.

         Conclusione. Alle varie edizioni di Conte succedutesi in sette anni, da quando gli capitò di arrivare la prima volta a Palazzo Chigi con i leghisti per restarvi col Pd, si aggiunge questa del Conte franceschiniano. Non francescano come uno zio, se non ricordo male andando indietro con la memoria ai primi tempi della sua avventura politica, ma franceschiniano. Da Franceschini, l’uomo che lavora da qualche tempo orgogliosamente in una officina e potrebbe un giorno, chissà, assemblare lui stesso il programma di un suo primo governo con Conte, lasciando al Nazareno la segretaria del partito Elly Schlein, o un suo ritratto.

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