A Monaco 87 anni dopo il tragico piatto servito a Hitler

Dall’Ucraina

         Paolo Mieli e Giuliano Ferrara, scrivendone rispettivamente sul Corriere della Sera e sul Foglio, si sono forse guadagnati il diritto ad un aggiornamento del fotomontaggio nel quale Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha oggi accomunato come “vedove di guerra” e “atlantisti in lutto” per la sorte dell’Ucraina  -da sinistra a destra- Gianni Riotta, Carlo Calenda, Vittorio Emanuele Parsi, Pina Picierno e Alan Friedman, ormai più noto forse più in Italia che nei suoi Stati Uniti. Tutti contrariati per la pace che il presidente americano Donald Trump, passando dalle parole della sua campagna elettorale ai fatti, ha deciso di trattare col presidente russo Vladimir Putin sulla testa, sostanzialmente, della stessa Ucraina e dell’Europa per chiudere una guerra che avrebbe dovuto durare tre giorni nei calcoli del Cremlino, quando fu ordinata la cosiddetta “operazione speciale” contro Kiev, ma si è trascinata per tre anni.

Dal Corriere della Sera

         Per Mieli -ripeto, sul Corriere della Sera- Trump sta vendendo “l’anima” dell’Occidente, e non solo dell’Europa responsabile, dal canto suo, della propria debolezza nel fronteggiare con poca o nessuna unità davvero l’emergenza creatasi con l’invasione, dandola praticamente vinta a Putin. Che sta per portare a casa, fra l’altro, l’impegno americano a non fare entrare quel che resta o resterà dell’Ucraina nella Nato per garantirle la sopravvivenza.

Dal Foglio

         Per Giuliano Ferrara non saremmo solo, a 87 anni di distanza, ad una replica della conferenza di Monaco dove francesi e inglesi alimentarono anziché ridurre il tragico appetito di Hitler, ma andiamo dritti verso “una Yalta da brividi, e senza l’Europa” per un’altra spartizione del mondo. Che finirà per estendersi anche all’Asia con la cessione di Formosa alla Cina. Mancano “antidoti”, secondo Ferrara, alla “coppia Trump-Putin”.

         Al pessimismo della ragione che accomuna gramscianamente Mieli e Ferrara si oppone solo l’ottimismo della volontà, per restare a Gramsci, dei pochi che sperano o scommettono soprattutto su qualche errore di Trump e Putin, separatamente o insieme, avendo ogni negoziato sempre qualcosa di imprevisto o imprevedibile.

         La politica italiana che cosa fa in questo passaggio mozzafiato , a parte la coerenza riconosciuta da Mieli al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fermo nella difesa dell’Ucraina dal primo momento? Fa il solito gioco della maggioranza e delle opposizioni entrambe divise. Ma con le opposizioni unite solo -con l’eccezione di Calenda-nella pregiudiziale ostilità, anche personale, alla premier Giorgia Meloni, presidente del coniglio, e non del Consiglio, anche su questo fronte, secondo la segretaria del Pd Elly Schlein.

Il sonno già perduto dal nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati

Dal Tempo

         Se la tregua a Gaza rischia di finire prima di quando e quanto fosse stata concordata, visto l’uso sfrontato che hanno fatto i terroristi di Hamas del rilascio degli ostaggi, catturati nel pogrom del 7 ottobre 2023, per intestarsi una vittoria che Israele non intende loro riconoscere; se in Ucraina sta forse arrivando  il momento di uscire da una guerra alla quale temo che ci siamo un po’ troppo abituati in tanti, in corso da quasi tre anni contro i tre giorni previsti da Putin per vincerla con l’eliminazione o la fuga di Zelensky da Kiev, in Italia sta forse fallendo prima ancora di cominciare la tregua fra governo e sindacato delle toghe. Che sembrava proposta, auspicata e quant’altro dal nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi chiedendo un incontro col governo, pronto a fissarlo.

Rocco Maruotti, il segretario di sinistra del sindacato delle toghe

         Da quella richiesta, e più ancora dalle interviste nelle quali aveva riconosciuto la competenza esclusiva della politica nella produzione legislativa, compresa la riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere con l’obiettivo, fra l’altro, di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, Parodi ha smesso di dormire e sognare “non in senso metaforico” ma davvero, ha scritto in una lettera di sostanziale retromarcia ai colleghi. Soprattutto a quelli delle correnti di sinistra che anche attraverso il nuovo segretario dell’associazione, Rocco Maurotti, avevano contestato toni e contenuti delle dichiarazioni di esordio del presidente.

         D’altronde, già nei contatti che debbono esserci stati fra la presidenza dell’associazione e quella del Consiglio -non del coniglio gridato nell’aula di Montecitorio dalla segretaria del Pd Elly Schlein- Parodi aveva ottenuto da Giorgia Meloni di programmare l’incontro per un giorno successivo al 27 febbraio, scelto dal sindacato delle toghe sotto la prevedente gestione per uno sciopero contro il governo. O a sostegno della Costituzione che sarebbe minacciata dalle modifiche in cantiere in tema di giustizia, pur prevedendo la stessa Costituzione procedure di esplicita, dichiarata “revisione”.   

         Se la sinistra sindacale delle toghe è riuscita a togliere il sonno al presidente espresso dalla destra, vera o presunta, di Magistratura indipendente dopo le elezioni associative, ciò è accaduto anche per la resistenza delle opposizioni politiche ad una tregua. Esse preferiscono un rapporto conflittuale sui temi della giustizia credendo di potere così delegittimare moralmente il governo, visto che conferiscono alla magistratura quella funzione salvifica, etica che le toghe si sono prese da sole da più di trent’anni ribaltando gli equilibri nei rapporti fra politica e giustizia voluti dai costituenti.

Le opposizioni si danno alla caccia….a vuoto ai ministri

Da Libero

La concorrenza, si sa, è l’anima del commercio, al netto dei raggiri. Vale anche nella politica, i cui spettacoli si contendono in questo periodo le prime pagine dei giornali e i salotti televisivi col festival canoro di Sanremo e col carnevale a Viareggio. Dove quest’anno Walter Veltroni ha voluto fare recuperare ai carri anche il tempo, lo spazio e la fantasia perduti nelle sospensioni del buon umore e dell’allegria imposte dalla seconda guerra mondiale.

         Solo l’ex segretario del Pd, restituito alle passioni adolescenziali e giovanili dalla politica, poteva proporsi un simile obiettivo e riuscire a raggiungerlo, diversamente da quanto gli capitò al Nazareno fra il 2007 e il 2009 inseguendo la “vocazione maggioritaria” dell’accrocco -o “amalgama mal riuscito”, come lo definì impietosamente Massimo D’Alema- ricavato fondendo i resti del Pci e della sinistra democristiana, più cespugli liberali, radicali e ambientalisti.

Lo sbarco del generale Almasri in Libia

         In concorrenza, dicevo, con la musica e le canzoni di Sanremo e i carri di Viareggio le opposizioni giocano in Parlamento con la caccia ai ministri. A sfiducia non ancora votata alla Camera contro la ministra del Turismo Daniela Santanchè, per niente imbarazzata in un’aula dove il centrodestra non brillava certamente per le presenze in apertura della discussione sulle sue vicende giudiziarie da imprenditrice, è stata annunciata un’altra mozione contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Al quale le opposizioni non perdonano, in particolare, il contributo dato dal suo ufficio di governo al rimpatrio del generale libico Almasri. Di cui la Corte penale internazionale dell’Aia aveva ordinato e ottenuto l’arresto in Italia per crimini di guerra e contro l’umanità, dopo averne peraltro consentito con assai improbabile casualità la libera circolazione in Gran Bretagna, Belgio e Germania. Che hanno con la Libia meno problemi dell’Italia sui fronti abbastanza securitari degli approvvigionamenti energetici, della presenza di aziende e connazionali in quelle terre, e dell’immigrazione clandestina che parte dalle coste africane in direzione delle nostre.

         Nordio non solo non ha contribuito all’operazione gestita, diciamo così, all’Aia ma ha contestato con la lunga esperienza acquisita da magistrato “sciatterie” e simili del mandato di cattura già eseguito dalla magistratura italiana. Ne è derivata, fra l’altro, la decisione del governo di non sottoscrivere all’Onu una dichiarazione di solidarietà di 79 paesi alla Corte Internazionale raggiunta anche dalle critiche, proteste e sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Che è giustamente esterrefatto del genocidio attribuito dai giudici dell’Aia al premier israeliano Benjamin Netanyahu e a un suo ex ministro per la reazione militare al pogrom dei terroristi palestinesi di Hamas del 7 ottobre 2023.

         Una circostanza aggravante, diciamo così, addebitata dalle opposizioni al ministro della Giustizia nella iniziativa a vuoto della sfiducia -impossibile quanto un processo a mezzo governo eventualmente proposto dal tribunale dei ministri, attivato dalla Procura della Repubblica di Roma, dati i rapporti di forza nei necessari passaggi parlamentari- è stata indicata nell’anagrafe della Corte penale internazionale. Il cui statuto fu concordato e firmato nel 1998 a Roma, portandone il nome. “Vergogna”, ha gridato anche per questo l’ex premier Giuseppe Conte cercando di recuperare il sorpasso compiuto su di lui dalla segretaria del Pd Elly Schlein, in un impeto di fantasia umoristica, dando a Giorgia Meloni della presidente del Coniglio, anziché del Consiglio.

         Di fronte a tanto scrupolo quasi patriottico nella difesa della Corte penale internazionale, che sarebbe stata tradita da un paese fondatore e intestatario dello statuto, è il caso di ricordare alle opposizioni che tra i paesi rifiutatisi di firmare all’Onu il documento di solidarietà c’è il Giappone. Che pure è rappresentato al vertice della Corte dalla presidente nipponica Tomoko Akane.

Pubblicato su Libero

Canta che ti passa…la sfiducia al ministro della Giustizia Carlo Nordio

Dal festival di Sanremo

         Strette fra le canzoni più seguite di Sanremo e i carri più festosi di Carnevale a Viareggio, le opposizioni hanno deciso e annunciato lo spettacolo parlamentare di una sfiducia personale al ministro della Giustizia Carlo Nordio, preferito al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per rispondere del rimpatrio del generale libico Almasri. Di cui la Corte penale internazionale aveva ordinato e momentaneamente ottenuto l’arresto in Italia, piuttosto che in Gran Bretagna, in Belgio e n Germania, da dove lui proveniva,  per crimini di guerra e contro l’umanità. Già Nordio, d’altronde, è sotto inchiesta al tribunale dei ministri, che si occupa anche della premier Giorgia Meloni, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario ai servizi segreti Alfredo Mantovano.

Dal Carnevale di Viareggio

         E’ ancora pendente, in verità, alla Camera una sfiducia personale alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, rinviata a giudizio per falso in bilancio delle sue visibilia e a rischio di processo anche per truffa all’Inps nelle sue vesti e funzioni di imprenditrice. Ma volete mettere Nordio, il Guardasigilli che si è intestata la riforma costituzionale della giustizia, già candidato della destra meloniana al Quirinale, con la Santanchè? Il boccone era ed è sicuramente più grosso perché le opposizioni vi potessero e vi possano rinunciare.

Massimo Giannini a la 7

         Eppure anche uno degli spettatori più attivi e partecipi delle opposizioni, cui alterna gli applausi e i consigli, scritti e parlati, fra giornali e televisioni, Massimo Giannini, parlandone nel salotto di Lillli Gruber su la 7, ha riconosciuto che Nordio non rischia nulla. Egli dispone nel governo e nella maggioranza di un prestigio troppo grande per temere agguati e tradimenti. Uscirà anzi rafforzato dal processo parlamentare cui le opposizioni hanno deciso di sottoporlo, unite da Elly Schlein a Giuseppe Conte, da Nicola Fratoianni ed Angelo Bonelli a Matteo Renzi, pensate un po’. Solo Carlo Calenda ha evitato di associarsi all’inutile assalto.

         Nel compiacersi della sfiducia sognata dalle opposizioni Massimo Giannini ha loro proposto di cantare vittoria, pur a sfiducia negata, perché il loro processo parlamentare lascerà comunque “una macchia nera- testuale- sulla giacca già nera” della premier Giorgia Meloni. Nero su nero  può essere solo la macchia dell’ossessione.

Ripreso da http://www.startmag.it

Le indagini della curiosa Corte penale internazionale sull’Italia

Da Repubblica

         Per quanto dichiaratamente e riduttivamente ”conoscitiva”, al limite della volontà o necessità di togliersi solo una curiosità, l’indagine annunciata dalla Corte penale internazionale dell’Aia sulla liberazione in Italia e il rimpatrio del generale libico Almarsi, di cui essa aveva ordinato l’arresto, ha francamente il sapore di una beffa. La Corte evidentemente, oltre a non avere capito la corrispondenza intercorsa col Ministero della Giustizia italiana, su cui il guardasigilli Carlo Nordio ha riferito alla Camera e alla Senato, non dispone neppure di un attrezzato ufficio stampa che la informi delle reazioni ch’essa ha provocato in Italia con quel mandato di cattura di cui sono state necessarie due edizioni in poche ore, essendo stato clamorosamente sbagliato il primo eseguito nel nostro territorio nazionale.

Dal Corriere della Sera

         Alla Corte dell’Aia non hanno ancora capito che il governo italiano non ha a sua volta compreso -o lo ha compreso  e pretende spiegazioni che probabilmente non avrà mai in quanto indicibili- perché mai del generale capo della polizia giudiziaria libica, sotto indagini da mesi, essa abbia ordinato l’arresto, pur conoscendone tutti i movimenti, solo quando egli ha raggiunto l’Italia. Dopo avere potuto liberamente viaggiare per giorni in Gran Bretagna, inl Belgio e in Germania, tutti aderenti a quell’organismo internazionale. La Corte ne ha preteso l’arresto solo nel paese, come appunto l’Italia, decisamente più esposto di tutti in Europa nei rapporti con la Libia, contrassegnati da forniture energetiche essenziali, dalla presenza di molti connazionali e di un’azienda di Stato come l’Eni e dalle partenze da quelle coste di gran parte dei migranti clandestini gestiti dalla criminalità.

         Solo il fatto che la Corte finga di non avere capito ciò che ha combinato, fra errori documentali e documentati e tempi di intervento, giustifica ampiamente quello che ha invece scandalizzato le opposizioni in Italia: il rifiuto della rappresentanza del governo all’Onu di sottoscrivere con altri 79 paesi un documento di solidarietà ai giudici internazionali dell’Aia dopo l’attacco e le sanzioni annunciate dal presidente americano Donald Trump. Che considera giustamente un’infamia il genocidio contestato dalla Corte al premier isreaeliano Benjamin Netanyauh per la reazione al podrom del 7 ottobre del 2023 dei terroristi palestinesi di Hamas, mossisi da Gaza per uccidere ebrei o farne ostaggi nella guerra messa nel conto. 

Tomoko Akane, presidente della Corte penale internazionale

         La mancata adesione dell’Italia a quel documento è stata definita “una vergogna” dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte anche perché l’Italia partecipa alla Corte internazionale. Il cui statuto fu peraltro firmato a Roma nel 1998. Ma, se è per questo, cioè per un malinteso senso di patriottismo, a non volere aderire al recentissimo documento di solidarietà ai giudici dell’Aia è stato anche il governo del Giappone, pur essendo la giudice nipponica Tomoko Akane presidente in carica di quella Corte.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il dialogo fra governo e magistrati boicottato dalle opposizioni

Dal Dubbio

Mi è sembrato evidente l’interesse della premier Giorgia Meloni ad una riduzione, quanto meno, della conflittualità esplosa con i magistrati. Evidente, per esempio, con la rapidità usata nel raccogliere la richiesta di un incontro col governo avanzata dal nuovo presidente dell’associazione delle toghe, Cesare Parodi, pur con lo sciopero confermato per il 27 febbraio:  ma “non contro” l’esecutivo, ha cercato di attenuare lo stesso Parodi. E allora contro chi, essendo sempre uno sciopero una protesta contro qualcuno o qualcosa? Contro il Parlamento, addirittura, per il percorso della riforma della giustizia?  Dalla quale i magistrati sotto la presidenza di Giuseppe Santalucia hanno ritenuto minacciata persino la Costituzione, ostentadola mentre abbandonavano di recente le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario quando toccava parlare a un ministro o sottosegretario.

Cesare Parodi alza il dito

         Anche su questo punto, comunque, il nuovo presidente dell’associazione si è distinto dal precedente dicendo in una intervista al Giornale che “non tocca a noi scrivere le leggi”. E riconoscendo che nella progettata separazione delle carriere fra giudici e inquirenti “i pubblici ministeri non sono a rischio.

Ci sono insomma, bene o male, elementi per sperare, se non addirittura per scommettere su una nuova fase dei rapporti fra governo e toghe. Che potrebbe procurare un respiro di sollievo anche al silente e prevedibilmente preoccupato presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Giuseppe Conte

         Non mi è sembrato evidente, tuttavia, un analogo interesse delle opposizioni a un cambiamento di clima. Esse hanno continuato ad accusare il governo di “bullonismo” contro la magistratura -come ha fatto Giuseppe Conte in una intervista al Corriere della Sera- anche dopo la disponibilità della Meloni ad un incontro pur con la conferma di uno sciopero.

         Se non collaborano anche le opposizioni all’abbassamento dei toni, e continuano invece a fare da sponda alle parti o aree, come preferiscono chiamarsi, più integraliste e corporative dell’associazionismo giudiziario, non vi saranno incontri sufficienti fra Parodi e Meloni per cambiare davvero clima. O almeno invertire una marcia allo scontro permanente che si trascina da ben prima della stagione di “Mani pulite”, cui generalmente si fa risalire il conflitto fra la politica e la giustizia.

Già nel 1985, cioè 40 anni fa, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga mobilitò una brigata dei Carabinieri perché fosse pronta a intervenire per interrompere una seduta del Consiglio Superiore dove si voleva censurare il presidente del Consiglio in carica Bettino Craxi. Non ce ne fu il bisogno, per fortuna, ma Cossiga tolse platealmente una parte delle deleghe al vice presidente del Consiglio Superiore e collega di partito Giovanni Galloni, che aveva aperto a quello scenario considerato al Quirinale eversivo, dipendendo un capo del governo dalla fiducia o sfiducia del Parlamento.

Pubblicato sul Dubbio 

Il sentiero stretto su cui si muove il novo capo del sindacato delle toghe

I toni, certo, sono cambiati ai vertici dell’associazione nazionale dei magistrati con l’avvicendamento alla presidenza, passata da Giuseppe Santalucia a Cesare Parodi, di opposta appartenenza politica nella toponomastica correntizia del sindacato delle toghe.

Giuseppe Santalucia

         Santalucia era -parlandone al passato per essersi spontaneamente ritirato– di Area, che divide la collocazione a sinistra con Magistratura Democratica, disponendo insieme di 15 seggi nel comitato direttivo appena eletto, contro gli undici raggiunti da sola da Magistratura Indipendente. Che è la corrente di destra cui appartiene il nuovo presidente, affermatasi col maggiore numero dei voti nelle elezioni associative.

         Parodi tuttavia è arrivato al vertice del sindacato grazie alla sua maggiore discrezione rispetto ad un collega di corrente che si era esposto prima delle elezioni con critiche alla durezza dello scontro col governo gestito da Santalucia, fra lo sciopero proclamato per il 27 febbraio e   l’abbandono delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario durante gli interventi di ministri o sottosegretari.

Dal Giornale

Una volta eletto, tuttavia, il nuovo presidente, pur confermando uno sciopero curiosamente non interpretabile secondo lui “contro il govermo”, ha chiesto un incontro alla premier che si è immediatamente chiamata disponibile. E ha rilasciato al Giornale un’intervista in cui riconosce che “non tocca a noi scrivere le leggi”.

Dal Corriere della Sera

Resta evidentemente da verificare se, come e quanto potranno davvero cambiare, nei fatti e non solo nelle parole, i rapporti fra il governo e l’associazione dei magistrati. Ma è una verifica che deve fare i conti anche con le opposizioni politiche. Che hanno continuato a contestare parole e atti della premier e dei ministri in materia di giustizia anche dopo la richiesta di incontro avanzata da Prodi e apprezzato dalla Meloni. Oggi sul Corriere Giuseppe Conte parla ancora di “bullismo” governativo contro le toghe. Se le opposizioni politiche continueranno ad avere più interesse per la contrapposizione che per un accordo, compromesso e quant’altro, temo che potranno aumentare e non diminuire i problemi di Parodi in un’associazione che sotto la precedente gestione ha praticato opposizione giudiziaria.

Per quanto calata di voti e postazioni, la sinistra nel sindacato delle toghe resta forte. E spera di guadagnarne proprio dal soccorso che potrà venirle dalla sinistra politica, mediatica e culturale, che continua ad assegnare alla magistratura funzioni che non ha, pensando di potersene avvantaggiare. E’ una storia che si trascina da più dei trent’anni trascorsi dal “brusco cambiamento” nei rapporti fra politica e giustizia che nel 2010 ’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricondusse alla stagione di “mani pulite”. Abbattutasi con “durezza senza uguali” su Bettino Craxi, come Napolitano scrisse alla vedova nel decimo anniversario della morte del marito, scampato all’arresto in Italia rifugiandosi nella sua casa in Tunisia.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’associazione dei magistrati un pò come la Cgil nel 1984 con Lama

Da Libero

Cesare Parodi, 63 anni da compiere a maggio, procuratore aggiunto a Torino, appena salito al vertice dell’associazione nazionale dei magistrati succedendo a Giuseppe Santalucia, si trova un po’ nelle condizioni di Luciano Lama alla segreteria generale della Cgil nel 1984. Quando il retroterra politico prevalente di quel sindacato, che era costituito dal Pci, di cui il Pd oggi è un pallido, pallidissimo e pasticciato erede, gli impose una linea durissima di scontro con il governo di Bettino Craxi. Che aveva osato intervenire con un decreto legge consentitogli dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, socialista pure lui, sulla scala mobile dei salari, riducendola per fermare l’inflazione a due c cifre che danneggiava il valore dei salari. Un po’ come oggi il governo di Giorgia Meloni ha osato intervenire, con la riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere, sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, e altro ritenuto l’Apocalisse dal sindacato delle toghe, secondo un’espressione usata dalla stessa Meloni reagendo alle polemiche esasperate dell’associazione magistrati.

Cesare Parodi, il nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati

         Lama, sia pure con un disagio uguale a quello che ho avvertito nel nuovo presidente del sindacato delle toghe chiedendo un incontro col governo, sia pure senza annullare o sospendere lo sciopero ereditato dal suo predecessore, si piegò una quarantina d’anni fa alla ragione politica della sua parte. Che prima oppose l’ostruzionismo all’intervento sulla scala mobile e poi, sempre sottovalutando la forza politica di Craxi, impose alla Cgil l’iniziativa referendaria conclusasi, l’anno dopo la morte di Berlinguer, con la più clamorosa sconfitta di quel sindacato e, più in generale, della sinistra. Una sconfitta da cui l’uno e l’altra non si sono più ripresi, consolandosi solo con la drammatica conclusione dell’avventura politica e umana di Craxi, come hanno dimostrato le recenti celebrazioni del venticinquesimo anniversario della morte in terra tunisina.

Enrico Berlinguer e Luciano Lama

         A parte o al di là del pur significativo ricordo della vicenda sindacale e politica della scala mobile, si consumò nel 1987 uno scontro diretto fra i magistrati e il governo Craxi sulla responsabilità civile delle toghe. Craxi perse Palazzo Chigi anche per questo, avendo preferito la Dc di Ciriaco De Mita piuttosto le elezioni anticipate che il referendum. Che tuttavia essa non riuscì a rinviare di un anno per il sopraggiunto rinnovo del Parlamento, essendone stato spostato lo svolgimento solo di qualche mese, entro lo stesso 1987. Referendum perso, anzi straperso dai magistrati.

Bettino Craxi e Giuliano Vassalli

         Quella sconfitta non produsse tuttavia i risultati politici che meritava perché i magistrati riuscirono a strappare ad un ministro della Giustizia pur socialista come Giuliano Vassalli, al quale Craxi non seppe dire no per la stima reverenziale che ne aveva, una legge di disciplina della responsabilità civile studiata per vanificarla. Craxi pagò anche quell’errore nell’epilogo della sua vicenda politica per mano giudiziaria, con la complicità dei partiti che vollero o seppero cogliere quell’occasione per liberarsene.

         Diversamente dal 1987, come sarà facile al nuovo presidente dell’associazione dei magistrati avvertire considerando gli attuali equilibri politici nel bivio in cui egli si trova, in caso di sconfitta referendaria sulla riforma della giustizia che porta il nome del guardasigilli Carlo Nordio, le toghe non possono contare in recuperi successivi. Il governo Meloni ha una solidità e una prospettiva ben superiori a quelle che le attribuiscono i sognatori della crisi: da Elly Schlein e a Giuseppe Conte, uniti solo nei sogni, appunto. Che però non possono spingersi oltre una crisi perché il cosiddetto “campo” dell’alternativa al centrodestra rimane diviso su tutto il resto. A poco varrà, credo, l’autofficina romana dove l’ex ministro del Pd Dario Franceschini ha sistemato il suo ufficio e spera di fare tutte le improbabili riparazioni e restauri necessari per evitare la rottamazione.

Pubblicato su Libero

Il fallimento…. del genocidio attribuito a Netanyahu dalla Corte penale internazionale

         Almeno come genocida, quale viene considerato dalla Corte penale internazionale da quando ha spiccato contro di lui un mandato di cattura che lo obbliga a selezionare bene i suoi viaggi per non finire in manette, e non solo per scampare a qualche attentato di chi lo vuole morto, non bastandogli una prigione, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è un fallimento.

Da Repubblica

         A Gaza nei bombardamenti eseguiti da Israele dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 sono morti più di 40 mila palestinesi, peraltro vittime anche dei terroristi che erano nascosti sotto le loro case, i loro ospedali, le loro scuole, i loro mercati, le loro strade e piazze con tanto di arsenali di guerra, ma ne sono per fortuna sopravvissuti molti di più. E soprattutto i terroristi sono spuntati dalle rovine più baldanzosi e agguerriti di prima, esibendo la loro forza e le loro provocazioni nella consegna degli ostaggi che via via, durante la tregua in corso, scambiano con i ben più numerosi detenuti liberati dalle prigioni israeliane.  Dove  erano finiti per avere fatto generalmente qualcosa, e non il niente degli  ebrei catturati dai terroristi di Hamas nell’irruzione del 7 ottobre 2023 in territorio israeliano mentre cantavano, suonavano o semplicemente cercavano in casa  di  scampare alla morte o al rapimento.

         Gli spettacoli provocatori predisposti da Hamas per la consegna degli ostaggi sono stati di tale sfrontatezza e disumanità, con uomini ridotti a pelle e ossa come quelli esibiti  ieri, che la Croce Rossa incaricata di raccoglierli si è decisa, finalmente, a organizzare diversamente le prossime consegne.

Trump e Netanyahu

         Le immagini giunte da Gaza, e che il premier israeliano dagli Stati Uniti ha promesso di vendicare prima o dopo, scommettendo probabilmente anche sull’aiuto del presidente americano Donald Trump di cui era ospite, potrebbero comunque bastare ed avanzare per essere trasmesse e consegnate in un macabro dossier alla Corte penale internazionale dell’Aia. Dove i 15 giudici, e i loro ben 900 dipendenti, potrebbero e dovrebbero guardarsele e riguardarsele per arrossire di vergogna- spero- del mandato di cattura ancora pendente sul premier israeliano. Ma dovrebbero farlo anche i governi dei 79 paesi, fra i quali per fortuna non quello italiano, che hanno appena sottoscritto all’Onu -e dove sennò?- un documento di solidarietà e sostegno della Corte criticata e sanzionata da Trump. Che rischia di  finirvi indagato pure lui, con l’aria  -.anzi con l’Aja, come ha titolato ieri il manifesto- che tira.   

Ripreso da http://www.startmag.it

L’assist di Trump ricambiato da Meloni contro la Corte penale internazionale

Da Repubblica

         Se è stato anche un assist all’Italia l’ordine annunciato dal presidente americano Donald Trump di sanzionare la Corte penale internazionale dell’Aia, peraltro non riconosciuta dagli Stati Uniti, come dalla Russia e dalla Cina, il governo di Giorgia Meloni ha ricambiato. Non ha fatto sottoscrivere dal suo rappresentante una dichiarazione di sostegno alla Corte depositata alle Nazioni Unite per conto di 79 Paesi, fra i quali quasi tutti quelli dell’Unione Europea.

Dal Messaggero

“Una follia vergognosa”, ha reagito a Roma il presidente del MoVimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che aveva già criticato con le altre opposizioni in Parlamento i rilievi mossi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio alla Corte dell’Aia per i documenti “pasticciati”, e poi corretti, relativi al mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità emesso contro il generale libico Almarsi al suo arrivo in Italia, dopo essere stato lasciato viaggiare libero per giorni fra la Gran Bretagna, il Belgio e la Germania, limitandosi a farne controllare  i movimenti, particolarmente in territorio tedesco.

Dall’Unità

  Quella scelta di tempi e di luoghi è apparsa sospetta al governo per la particolare esposizione dell’Italia nei rapporti con la Libia considerando le forniture energetiche, la presenza di molti italiani in quelle terre e la provenienza dalle loro coste di buona parte dell’immigrazione clandestina gestita dagli scafisti. Tutte circostanze che hanno indotto, in particolare, il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani a prospettare un’inchiesta a carico della Corte dell’Aia, visto che essa non ha ritenuto opportuno fornire chiarimenti sui tempi del suo intervento contro il generale responsabile della polizia giudiziaria libica. E quindi sostenuto, protetto e quant’altro in Libia, dove non a caso è stato accolto festosamente al rimpatrio disposto per ragioni di sicurezza dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

  Eppure i gravissimi delitti contestati dalla Corte dell’Aia sono stati compiuti da Almarsi nel suo Paese controllandone prigioni e simili, per cui il mandato di cattura avrebbe dovuto riguardare anche quelli che li hanno quanto meno permessi o comunque coperti.

L’asse critico Trump-Meloni verso la Corte penale internazionale è stato tradotto in una Italia che “tradisce l‘Europa” dalla Repubblica, in una “sfida all’Aia” dal Messaggero, in una “Italia fuori dall’Europa?” dall’Unità di Piero Sansonetti. Arguto e canzonatorio, come al solito. il titolo del manifesto –“L’Aja che tira”- su una foto d’archivio di Trump e Meloni compiaciuti l’uno  dell’altra.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑