Il pur critico, insoddisfatto Prodi soccorre la Schlein nel Pd

Da Repubblica

Pur stanco, deluso e quant’altro dalla sostanziale indifferenza opposta dalla segretaria del Pd Elly Schlein ai suoi ricorrenti consigli di fare di più e di meglio per allestire il programma di uno schieramento alternativo al centrodestra, non rinviandolo- come vorrebbe Dario Franceschini- a dopo le elezioni da affrontare divisi per fare raccogliere da ciascun partito più voti possibili; pur stanco, deluso e quant’altro, dicevo,  Romano Prodi si è sottratto a fare una specie di Bruto della situazione. Come gli sarebbe toccato rendendosi disponibile alla proposta dell’ultimo segretario del Ppi-ex Dc Pierluigi Castagnetti di introdurre lui una discussione straordinaria della direzione del Pd sulla situazione politica e sui rapporti con gli altri partiti aspiranti all’alternativa al governo in carica.

Dalla Stampa

         Non sono disponibile, ha annunciato Prodi in persona facendo tirare -credo- un sospiro di sollievo alla Schlein in procinto di correre ad una riunione internazionale dei socialisti nei quali il Pd si riconosce a livello europeo, ma si guarda bene a livello nazionale perché non gradirebbero, in combinazione curiosa ma non troppo, sia i provenienti dalla Dc, per le loro origini e per la posizione marginale in cui già si sentono al Nazareno, sia i provenienti dal Pci. Per  i quali i socialisti sono pur sempre quelli guidati in passato dall’ancor odiato Bettino Craxi, pur a 25 anni dalla morte, o i “socialtraditori” della vecchia scuola sovietica e derivati.  Delle ideologie purtroppo sono sopravvissute le parti peggiori: quelle dell’esasperazione e del rancore.

Pierluigi Castagnetti

         Ma il sollievo della Schlein di fronte al no opposto da Prodi alla proposta di Castagnetti, reduce da convegni dell’area centrista di una certa risonanza mediatica, finisce allo scampato pericolo di una riunione della direzione dove la segretaria rischiava di ridere o sorridere meno del solito. Il malumore resta in un partito che cresce di qualcosa nei sondaggi, ma restando sempre ben lontano dalla consistenza che gli permetterebbe -per la natura del campo più o meno largo perseguito dalla stessa Schlein con ostinata aspirazione “unitaria”- di essere il fulcro di un’alternativa. O il punto di stabilizzazione.

L’opposizione giudiziaria combinata con quella politica al governo

Dalla prima pagina di Libero

Vi ricordate il caso di Marco Patarnello esploso in ottobre per una sua mail nella posta elettronica dell’associazione nazionale dei magistrati? Che riconosceva, segnalava e quant’altro ai suoi colleghi la “forza” e la “pericolosità” della premier Giorgia Meloni rispetto ai suoi predecessori perché inattaccabile sul piano personale, solida per la sue “visioni politiche”, cioè per la sua leadership più consistente delle precedenti.   

Da Libero

“Esponente di Magistratura Democratica”, come sottolineò la premier in una immediata reazione polemica, quel magistrato è appena stato eletto dai colleghi nel nuovo comitato direttivo dell’associazione di categoria. Non col massimo dei voti -688 come il collega Giuseppe Tango- nè col minimo -74 voti di Natalia Ceccarelli- ma con 234, rimediando il 28.mo posto su 36.

         Sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Patarnello non gradì la reazione della premier, lamentando peraltro, come i colleghi intervenuti in sua difesa nella polemica, che le fosse sfuggito un altro passo della sua mail. Che era quello in cui egli aveva raccomandato ai colleghi di attrezzarsi bene nell’azione di contrasto che la premier si meritava. Bisognava evitare una “opposizione politica”.

         Bastava e avanzava -si è visto nei fatti- un’azione di contrasto giudiziario, com’era quella concretizzatasi in ottobre, a mio avviso, con la bocciatura della prima operazione di collocamento temporaneo di immigrati clandestini ,a noi destinati, nella struttura costruita appositamente in Albania. A quella bocciatura ne sono seguite altre, l’ultima anche nelle competenze giudiziarie passate nel frattempo alla Corte d’Appello di Roma. Dove è stato sospeso il giudizio rinviando la controversia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ma svuotando daccapo la struttura italiana in Albania. Che la Meloni rimane convinta di riuscire alla fine a fare funzionare, come promise chiudendo a dicembre la festa nazionale del suo partito al Circo Massimo.

         Intanto è arrivata anche la ciliegiona sulla torta -per non parlare di altro forse più appropriato- col rapido trasferimento di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti al tribunale dei ministri da parte del capo della Procura della Repubblica di Roma per l’affare Almarsi. Col solito contorno delle distinzioni leguleiche fra “l’avviso di garanzia” ricevuto, ostentato e proclamato al pubblico dalla premier Meloni, dopo averne riferito al presidente della Repubblica, e la “comunicazione giudiziaria” definita dall’associazione nazionale dei magistrati. Il tutto di una opinabile obbligatorietà, almeno nei tempi rapidi in cui tutto si è svolto per mettere sotto indagine mezzo governo, essendo stati iscritti nel registro degli indagati, oltre alla presidente del Consiglio, i ministri dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario a Palazzo Chigi con la delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano. Tutti sospettati di favoreggiamento del generale libico, perseguito dalla Corte internazionale dell’Aia, e di peculato, avendolo riportato a Tripoli con un volo di Stato.

         La obbligatorietà opinabile potrebbe sembrare un ossimoro. E forse lo è. Ma di ossimori si è riempito il nostro sistema istituzionale a furia di gestirlo con forzature, che consentono a storici e giuristi di affiancare la Costituzione scritta a quella materiale, o viceversa.

Carlo Nordio

Un ossimoro è anche quella che a me sembra un’opposizione giudiziaria, dovendo essere la giurisdizione neutra politicamente. Una opposizione è avvertita anche da chi nei sondaggi sta facendo salire il gradimento del governo e scendere quello della magistratura. Lo ricorda spesso impietosamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, già magistrato per una vita, convinto anche per questo che supererà l’eventuale, anzi scontato referendum confermativo la riforma a lui intestata, all’esame del Parlamento, per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e tutto il resto. 

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