Per quanto ancora giovanilmente antiborghese all’età di quasi 73 anni, o quanto meno diffidente verso quelli che lui chiama “gli ambienti più potenti e meno puliti della borghesia”, o di ciò che ne resta anche dietro o dentro le proprietà dei giornali, l’amico Piero Sansonetti ha scritto qualche giorno fa sulla sua rinata Unità, riportatagli nelle edicole e persino in alcune delle feste omonime dal generose editore Alfredo Romeo, un articolo che ho condiviso dalla prima all’ultima parola sul dossieraggio.
Leo Longanesi
L’ho condiviso, ripeto, dalla prima all’ultima parola, per quanto io, di soli dodici anni più anziano di Piero, vada ancora orgoglioso di avere conquistato le simpatie e poi il resto di mia moglie presentandomi, giovanissimo, sulla spiaggia che frequentavamo con due giornali sotto il braccio: il quotidiano Corriere della Sera e il settimanale, che non finivo mai di leggere per intero in un solo giorno, Il Borghese ancora diretto da Leo Longanesi. Del quale ero -pensate un po’- così fanatico da essere andato una volta in treno dalla mia Puglia a Milano giusto per mettermi davanti alla sede di quel periodico e aspettare che ne uscisse o ne entrasse il direttore solo per dire di averlo visto. Ma mi accadde anche di parlargli, spero ancora senza infastidirlo più di tanto.
Raffaele Cantone
Il maggiore giornale coinvolto nelle indagini condotte dal capo della Procura di Perugia, Raffale Cantone, e quelli che ne hanno preso quasi istintivamente le difese sono stati paragonati da Sansonetti ai Bravi di manzioniana memoria, al Griso e al Nibbio del don Rodrigo dei Promessi Sposi, che intimidivano il prossimo.
Sansonetti sull’Unità
Diversamente dal passato, quando i dossier venivano preparati da pezzi della magistratura o dei servizi segreti e passati ai giornali per combattere questo o quel politico e il suo progetto, stavolta -ha osservato Sansonetti- “la centrale infetta risiedeva addirittura in via Giulia, a Roma, cioè dentro la sede della Procura Nazionale antimafia. E “a guidare l’intera operazione erano forse direttamente i giornalisti”, messisi a “indicare i nomi dei menici da abbattere, oppure da non abbattere ma da condizionare, e forse ricattare”.
Ancora Sansonetti sull’Unità
“Nella sostanza -ha scritto ancora Sansonetti continuando a convincermi- non cambia molto. Cambia molto per la nostra categoria, che viene travolta dalla valanga di vergogna. Senza peraltro che i suoi organismi rappresentativi (Ordine e sindacato) muovano un dito per prendere le distanze”. E cercare di proteggere la carta dalla sporcizia.
Giorgia Meloni
A questo punto “sarà necessario -è la conclusione del direttore dell’Unità- che la parte sana della magistratura vada a fondo. Deve indagare senza avere riguardo per nessuno. Neppure per gli ex appartenenti alla magistratura” E senza fsrsi paralzzare o condizionare -aggiungo io- dal fatto che a chiedere di andare in fondo sia stata ancora prima di Sansonetti la premier Giorgia Meloni, portatrice di biechi e fascisitici interessi secondo una certa sinistra rimasta all’età della pietra.
Capisco il disagio, la delusione, la preoccupazione, la rabbia e altro ancora avvertiti da Tiziana Maiolo di fronte all’ennesimo caso di dossieraggio, o simile, esploso come una bomba sull’informazione compromettendone libertà e autonomia.
Tiziana Maiolo
Da espediente difensivo, come l’ho usato anche io in due occasioni in cui ho subìto indagini per diffusione di notizie riservate o persino coperte da segreto di Stato, procurandomi in questo caso anche l’arresto obbligatorio di una decina di giorni, per quanto a casa; da espediente difensivo, ripeto, usato quando si cade sotto indagini o processo per coprire doverosamente le fonti dell’informazione sembra diventata realtà quella dei giornali e giornalisti raggiunti causalmente, per posta, da notizie più o meno clamorose, riguardanti persone, partiti, altre organizzazioni ed eventi.
Franco Retivo
Per posta dissi agli inquirenti negli anni Settanta, quando lavoravo al Giornale d’Italia, di avere ricevuto una copia del famoso rapporto del prefetto Libero Mazza su come andavano organizzandosi a Milano gli estremisti e sula necessità di predisporre interventi straordinari, negatigli invece dall’allora ministro dell’Interno Franco Restivo. Che teneva reazioni troppo forti della sinistra, peraltro in una stagione in cui la Dc aveva varato una edizione “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra. Così la definì Mariano Rumor subentrando a Palazzo Chigi ad Aldo Moro dopo la pausa estiva di un governo di Giovanni Leone.
Oscar Luigi Scalfaro
Il rapporto, documentatissimo, mi era stato dato, in verità, da Oscar Luigi Scalfaro, collega di partito e di corrente di Restivo, entrambi scelbiani, ma ancor più estimatore di Mazza. Lo pubblicai, naturalmente col consenso del direttore Alberto Giovannini, che coprì la mia versione agli inquirenti, condividendo appieno le preoccupazioni di Scalfaro. A contribuire all’archiviazione delle indagini probabilmente contribuì anche l’evidenza dei fatti, cioè dei disordini, seguiti al mancato ascolto del prefetto di Milano da parte del governo.
Per posta nel 1983 dissi agli inquirenti, che avevano già perquisito la redazione romana e la mia abitazione, di avere ricevuto anche un rapporto sulle connessioni internazionali del terrorismo trasmesso dalla Presidenza del Consiglio alla prima commissione parlamentare d’inchiesta su delitto Moro. E da me fatto pubblicare sulla Nazione riproducendo anche in fotografia perché nessuno potesse smentire.
Bettino Craxi
Due anni dopo, ostinandomi a coprire la fonte parlamentare dalla quale avevo avuto il documento, mi rimediai un ordine di arresto intimidatorio, coperto dall’obbligatorietà della cattura per il reato contestatomi di violazione del segreto di Stato. Me la cavai col proscioglimento in istruttoria, senza arrivare al rinvio a giudizio, perché il presidente del Consiglio, che era allora Bettino Craxi, preposto per legge a dire se una notizia è o non è da coprire col segreto di Stato, scrisse alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma per avvertire -chiarendo meglio una lettera del predecessore Amintore Fanfani- che il documento aveva perso la sua natura originaria di segretezza una volta arrivato ad una commissione di una cinquantina di parlamentari di ogni colore, E infatti, a lavori conclusi della commissione, quel documento fu poi pubblicato fra gli allegati di una delle relazioni di minoranza.
Pubblicai il documento, trasmesso al Parlamento da Palazzo Chigi ma redatto dai servizi segreti, non solo trovandolo d’interesse pubblico, come gli addestramenti dei brigatisti rossi nei paesi dell’est, ma condividendo la protesta del parlamentare che me l’aveva dato contro la decisione della presidenza della commissione di chiuderlo in cassaforte e di non farlo neppure discutere per l’imminenza dello scioglimento delle Camere. E per le ripercussioni che avrebbe potuto provocare nella campagna elettorale ai danni della sinistra.
Accade adesso che giornali e giornalisti accedano a notizie riservate non tramite fonti politiche, condividendone quindi le valutazioni e le finalità comunicative, ma direttamente da chi nei servizi segreti, o simili, come nella Procura nazionale antimafia finita sulle prime pagine in questi giorni, se le procura illegalmemte e persino le crea. E così finendo i giornali e i giornalisti, ripeto, per diventare davvero sostanziali buche della posta.
Nel caos creato da questo intrigo dalle dimensioni davvero preoccupanti denunciate in sede parlamentare dal capo della Procura nazionale antimafia e dal capo della Procura di Perugia, Tiziana Maiolo ha paradossalmente reagito proponendo sul Dubbio l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, sostanzialmente appartatosi, e della Procura nazionale antimafia, dove tutto è avvenuto sfuggendo a lungo ai controlli.
Se è un paradosso ,va bene. Se non lo è, non va bene per niente. Senza il nostro Ordine professionale, per quanto lento, distratto, parziale, come preferite, noi giornalisti, cara Tiziana, saremmo più deboli. E senza la Procura nazionale antimafia tanto voluta da Giovanni Falcone, e ancor più senza servizi segreti lo Stato sarebbe meno sicuro, cioè più debole anch’esso.
Il problema, o la soluzione, se preferite, è che tutti facciano meglio il proprio lavoro: con più accortezza, più onestà. Anche noi giornalisti, o noi soprattutto, che spesso ci mettiamo in concorrenza con gli inquirenti per indagare e con i giudici per giudicare, invocando la libertà di stampa, scusatemi, come i bambini la marmellata. Una libertà, quella di stampa, che non è libertà anche di diffamare e sputtanare aggrappandoci alle incursioni telematiche degli addetti ai lavori o alle intercettazioni, e ai loro abusi, come a salvagenti.
Come i magistrati facendo male il loro lavoro, così noi giornalisti facendo male il nostro perdiamo credibilità e copie, per chi ancora le stampa e riesce a camparne. Non parliamo poi della credibiità dell’informazione digitale o social per non doverci abbattere di più.
Immagino l’imbarazzo in cui deve sentirsi in questi giorni Carlo De Benedetti, con quell’orgoglio che ostenta nelle sue attività, vedendo quanto meno coinvolto nelle indagini sull’ultima versione del vecchio fenomeno del dossieraggio anche o soprattutto il suo giornale –Domani- tanto costosamente voluto per rifarsi della Repubblica di carta venduta improvvidamente dai figli.
Piero Ignazi
Gli è corso in aiuto il politologo Piero Ignazi con un editoriale -riconosco- molto più efficace di tante astratte invocazioni e difese della libertà di stampa levatesi per mettere al riparo la nuova, e forse ultima testata dell’”ingegnere”, non foss’altro per ragioni anagrafiche.. Un articolo scritto con grande astuzia e memoria storica e titolato contro la destra che sta cavalcando con forza, reclamando il massimo della severità nelle indagini e di danno alla sinistra. Una destra- è scritto già nel titolo- che “dimentica i suoi (veri) dossieraggi”. Veri, ripeto pur tra le parentesi volute dal titolista, diversanente –sperano da quelle parti- da quelli di oggi. Che sarebbero forzati, fantasiosi e quant’altro, a dispetto della gravità delle cose appena raccontate alla Commissione parlamentare antimafia anche dal capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone. Che sembrava originariamente meno convinto del dossieraggio rispetto al Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.
Ieri su Domani
E’ curioso che un giornale orgogliosamente proiettato con quel nome sul futuro, con tre punti rossi sulla i finale che in qualche modo ne segnano l’identità o aspirazione politica, sia costretto a difendersi guardando all’indietro: neppure a ieri -come potrebbe essere l’epoca di Silvio Berlusconi e della sua cosiddetta seconda Repubblica- ma all’altro ieri, come gli anni Sessanta della destra di Giorgio Almirante. Che la nipote politica Giorgia Meloni è stata invitata da Ignazi a sconfessare per avere ospitato nelle sue liste e portato in Parlamento un generale, Giovanni De Lorenzo, che produsse o lasciò produrre una quantità industriale di dossier contro gli avversari del centrosinistra.
Giovanni De Lorenzo
All’offerta dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro di andare a fare ì’ambasciatore nel lontano Brasile, anche se Ignazi non lo ha raccontato, il generale preferì in effetti i banchi di destra del Parlamento.
E che dire di quell’al raccoglitore, vero o presunto, di dossier come Pio Pompa? Di cui Ignazi ha impietosamente riportato un passaggio a dir poco imbarazzante di una lettera spedita a Berlusconi per offrirsi ad assecondare “la straordinaria missione che scandisce la Sua esistenza”.
Pio Pompa
Siamo tuttavia, ripeto, a ieri. Qui si tratta invece di decidere e scegliere cosa fare oggi per il domani, al minuscolo,non solo del quasi novantenne -a novembre- Carlo De Benedetti per evitare che i giornali siano davvero una buca della posta di infedeli servitori dello Stato. E non l‘espediente cui molti di noi spesso ricorromo per coprire, sotto interrogatorio degli inquirenti, le fonti delle nostre informazioni.
Sta dando effetti clamorosi l’allarme lanciato a suo tempo da Guido Crosetto -prima ancora di avvertire il rischio di una cosiddetta “opposizione giudiziaria” al governo-contro l’accesso abusivo a notizie riservate riguardanti la sua persona e gli affari precedenti alla nomina a ministro della Difesa, insinuando così conflitti d’interesse quanto meno potenziali. Che avrebbero potuto offuscarne l’immagine, peraltro nel momento in cui le sue funzioni di governo aumentavano di esposizione in un contesto internazionale fatto di guerre mondiali “a pezzi”, come usa chiamarle il Papa.
Raffaele Cantone
E’ durato solo lo spazio di qualche ora il tentativo compiuto ieri dalla Stampa di mimimizzare le indagini aperte dopo la denuncia di Crosetto attribuendo, non si è capito bene se a torto o a ragione, al capo della Procura ella Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone, la convizione che vi siano stati sì accessi indebiti a notizie riservate ma senza produrre dossier o dossieraggi.
Titolo del Mwssaggero
Giovanni Melillo, ascoltato ieri dalla Commissione parlamentare antimafia in qualità di procuratore nazionale anche lui antimafia, ha parlato invece di “un mercato delle informazioni riservate”, come ha titolato Il Messaggero. Che è francamente difficile pensare limitato a parole sussurrate all’orecchio, telefonate, casuali incontri al bar o al ristorante. Di un dossieraggio, diciamo la verità, si sente eccome una certa puzza. Che ve ne siano stati altri in passato non attenua ma aumenta la gravità perché autorizzza a pensare a una cattiva pianta lasciata colpevolmente crescere o riprodursi.
Titolo del Fatto Quotidiano
Melillo ha parlato con apprezzabile franchezza delle condizioni precarie, a dir poco, della sicurezza trovate nel suo ufficio quando vi arrivò. E ciò lo ha esposto sul Fatto Quotidiano all’accusa di essersi unito agli attacchi arrivati in questi giorni da destra al suo predecessore Federico Cafiero de Rhao, oggi parlamentare del Movimento 5 Stelle, cone l’ex Procuratore Generale della Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato.
Ciò dovrebbe consigliare, diciamo così, ai magistrati di non cadere nella tentazione di far seguire carriere politiche alle proprie carriere giudiziarie per non danneggiare né le une né le altre, esponendole a sospetti magari infondati ma pur sempre sgradevoli. Le cosiddette porte girevoli con la politica non sono consigliabili né durante una delle due carriere né dopo.
Titolo del Foglio
Altrettanta serietà è imposta ai giornalisti e ai giornali, specie a quelli che vantano di essere “d’inchiesta, nei loro contatti con le fonti informative riservate. Come la giustizia, anche l’informazione avrebbe molto da guadagnare dalla proposta dell’ex presidente della Camera Luciano Violante di separare bene, prima ancora delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, quelle dei magstrati e degli agenti dei servizi segreti o risrvati e dei giornalisti che ne scrivono. E questo specie nell’Italia che Il Foglio ha giustamente defiiito, in rosso, “dei colabrodi giudiziari”.
Per una volta tutto sembrava essersi svolto ieri per una giornata politica normale, tranquillla, a dispetto anche di una canpagna elettorale verso la conclusione com’è quella in Abruzzo per il rinnovo del Consiglio della Regione, dopo quello della Sardegna. Dove peraltro si continuano ancora a misurare le distanze fra la presunta vincitrice grillina Alessandra Todde e il presunto sconfitto del centrodestra Paolo Truzzu, voluto da Gorgia Meloni in persona fra le inutili resistenze dei leghisti.
La nave Duilio nel Mar Rosso
Il volenteroso ministro degli Esteri Antonio Tajani, impegnato in Parlamento sulla partecipazione italiana alla missione militare europea nel Mar Rosso in difesa del traffico marittimo, minacciato dai miliziani yemeniti amati dall’Iran è riuscito a convincere anche i grillini a votare a favore. Gli è bastato sostituire un avverbio per mettere al sicuro la natura “difensiva” dell’operazione, che ha gia indotto gli italiani a sparare per abbattere un drone lanciato contro la nave Duilio. Si tratta -ha accettato Tajani- di un intervento “soltanto” e non “eminentemente” difensivo. Giuseppe Conte ha quindi potuto andare a letto convinto di avere disinnescato chissà quale subdola e pericolosa idea passata per la mente, presumibilmente, del ministro della Difesa Guido Crosetto e dei suoi ammiragli o generali.
Dal Messaggero
Il Messaggero ha potuto annunciare senza smenite l’accordo ormai definito nelle sedi opportune per l’aumento di 190 euro mensili alle forze dell’ordine. Che possono così consolarsi del rischio avvertito, o fatto loro avvertire, di un loro abbandono da parte addirittura del Capo dello Stato con quel richiamo pubblico contro l’uso dei manganelli su ragazzi manifestanti a Pisa e dintorni nei giorni scorsi.
Dal Dubbio
Il Dubbio ha potuto invece annunciare “convergenze parallele” fra la premier Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein contro i “dossieraggi”, reali o presunti, avvenuti con informazioni carpite abusivamente nella procura nazionale antimafia.
Mattarella al Quirinale
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella infine ha profittato di un incontro con una delegazione di giornalisti al Quirinale per non essere scambiato né per un sovrano né per un capo delle opposizioni, spiegando che lui promulga le leggi senza necessariamente condividerl
Da Domani
Ebbene, tutto questo quadro più o meno idilliaco è stato rovesciato dal giornale di Carlo De Benedetti, Domani, coinvolto nella brutta storia del dossieraggio, vero o presunto che dovesse rivelarsi, sparando questo titolo su tutta la sua prima pagina: “La premier Meloni attacca Domani- Il Colle difende la libertà di stampa”, evidentemente compromessa dalla stessa pemier e dalle indagini giudiziarie nelle quali il quotidiano dell’ingegnere è coinvolto.
Dall’Unità
Piero Sansonetti si è personalmente divertito sull’Unità titolando, da birbante: “Domani come ieri….In principio fu l’Ovra: ora chi ordina i dossier?”. Sono cioè prodotti da bontemponi casualmente in contatto con giornalisti a loro simpatici e aspiranti inchiestisti o c’è stata una regìa?
Pur fra i primi -forse il secondo dopo Rocco Casalino, capo ufficio stampa di Palazzo Chigi ai tempi di Giuseppe Conte- a sostenere, sognare, attendere, operare nelle sue possibilità, come preferite, per il ritorno dell’ex premier grillino alla guida di un governo, che sarebbe il terzo dopo quello interrotto da un Mario Draghi improvvisamente rivelatosi meno stanco delle previsioni dei suoi critici o avversari, Marco Travaglio non ha sopportato che a sospettare di un Conte 3, come si dice in gergo tecnico, sia stato ultimamente anche il Corriere della Sera. Ripeto: sospettare, anche con un pizzico di sorpresa o rincrescimento, e non col dovuto auspicio o compiacimento.
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Indossata l’armatura dell’ironia, il direttore del Fatto Quotidiano ha confermato, diciamo così, che “il mostro di Volturara Appula preferisce governare lui che lasciarlo fare alla Meloni”. Ma oltre o più ancora che non lasciare la Meloni a Palazzo Chigi, il nostro vorrebbe che a sostituire la premier attuale in caso di pur improbabile crisi e di schianto del centrodestra, ben oltre la stentata vittoria della grillina Alessandra Todde nelle elezioni regionali sarde, fosse lui piuttosto che Elly Schlein. Che persegue l’alleanza col presidente del Movimento 5 Stelle. larga o solo “giusta” che sia, come lui prefersice, guidando un partito -il Pd- che raccoglie ancora più voti di quello di Conte. Non è quindi la stessa cosa dire che l’ex premier voglia succedere alla Meloni e basta.
Non vale quindi l’ironia di Travaglio, che chiede all’impertinente collega del Corriere della Sera occupatosi della vicenda. “Ma si può? E come si permette? Sarebbe -spiega incredulo il sostenitore di Conte- come se un cantante rapace andasse a Sanremo per arrivare primo, un regista sulfureo partecipasse a Cannes per vincere la Palma d’Oro, un allenatore vanitoso aspirasse allo scudetto, uno scienziato ossessionato ambisse al Nobel, un ciclista spietato corresse per la maglia rosa o, peggio, gialla”. “Scandalo, orrore, raccapriccio. Che aspettano ad arrestarlo?”, ha concluso Travaglio all’insegna dello stupore e dell’assurdo.
Dalla Stampa
Il guaio per Travaglio e per lo stesso premier è che anche Conte, direttamente o attraverso la sua compagna, sia finito nel lungo elenco di politici di destra finiti nelle incursioni informatiche illecite, a dir poco, di un ufficiale della Guardia di Finanza su cui sta indagando, fra gli altri, il capo della Procura della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone. Il quale tuttavia è eottimisticamente convinto che non si sia trattato e non si tratti di dossieraggio, come ha titolato La Stampa.
Dal Giornale
Con la visione o lettura minimalistica di Cantone non sembra che concordi Conte, che ha reclamato massima severità ed espresso massima preoccupazione, pur avendo arruolato fra i suoi parlamentari un ex capo dell’incursore informatico. Ruvido, a dir poco, il titolo del Giornale. “Dossieraggio, Conte fa il furbo” dicendo “Io vittima”.
Pur elegante in quell’abito di un viola quaresimale che ha scelto per lei la specialista di armocromia che fa ormai parte della sua storia, o del suo romanzo politico, Elly Schlein deve avere avvertito la situazione anomala di padrona di casa nel congresso dei socialisti europei che si è svolto a Roma in previsione delle elezioni di giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo.
Intanto il partito da lei guidato, diversamente dagli altri, può definirsi socialista solo al di fuori d’Italia. L’identità socialista, prima ancora del nome, gli è preclusa dalla componente ex comunista che, caduto il muro di Berlino nel 1989, e dovendo cambiare nome e simbolo per on essere travolto dalle sue macerie, in tutti i modi poteva chiamarsi fuorchè socialista.
C’era ancora in campo in Italia allora un patito dichiaratamente socialista guidato da Bettino Craxi. Che proprio mentre crollava il muro di Berlino faceva sventolare dalla finestre del Psi la bandiera dell’”unità socialisa” che da sola poneva il problema più indigesto per il Pci. Era quello dell’unificazione dei due rami principali della sinitsra italiana,
Più che unificarsi con l’odiato Craxi, i comunisti italiani speravavano di liberarsi di lui e del suo patito cavalcando lo scandalo giudiziario di Tangentopoli. Finì cone tutti sappiamo: con i socialisti disperi, Craxi costretto ad andare a morire ad Hammamet e un partito ex comunista chiamato pds, dei democratici di sinistra. La Quercia lo rappresentava botanicamente con la falce e il martello appoggiati al suo tronco. Di garofani neppure l’ombra. Erano un po’ come i chodi della cassa da morto del Psi avventuratosi negli anni scorsi a sfidare il Pci addirittura da Palazzo Chigi.
Nella successiva trasformazione- dai democratici di sinistra senza più neppure il nome di partito ad una unificazione con i resti della sinistra democristiana e altri cespugli sotto il none generico di Partito Democratico- i post comunisti si trovarono nella spiacevole situazione di non potersi più chiamare socialisti anche per il veto dei post-democristiani. Che socialisti non si erano mai sentiti e non volevano diventarlo a storia ormai scaduta.
Ci volle poi il coraggio o la disinvoltura -come preferite-di Matteo Renzi per decidere all’improvviso, sorprendendo i democristiani da cui pure lui proveniva- l’adesione vera e propria, e non più da osservatore, del Pd al Partito Socialista Europeo. Poi, Renzi avrebbe abbandonato tutti per andarsene altrove.
Schlein al congresso dei socialisti europei a Roma
Ora la Schlein è la segretaria di un partito democratico che cerca nel suo paese -o in in uno di quei due o tre di cui possiede legittimamente il passaporto- il suo principale alleato all’opposizione in un’area genericamente chiamata progressista ma non socialista. Questo nome dà terribilmente fastidio anche a Giuseppe Conte e amici grillini. Non parliamo poi di Grillo in persona, fattosi le ossa insultando i socialisti quando contavano con Craxi e ora trasferitosi “altrove” dopo vare consegnato il suo Movimento a Conte diventandone garante e consulte a contratto,
Screensh Conte
Conte, dal canto suo, non riesce ad accasarsi nel Parlamento europeo neppure fra i verdi, alla cui porta aveva bussato senza riuscire a farsi aprire la porta. Un Conte che sulla guerra in Ucraina considera il Pd “bellicista” come i socialisti europei. Un Conte che ha fatto sforzi sovrumani in un salotto televisivo per nascondere le sue note simpatie per Trump, che lo chama Giuseppi al plurale, dicendo di non poter scegliere fra lo stesso Trump e Biden, in vista delle elezioni americane, per non compromettere i rapporti fra i due paesi, Come se fosse ancora lui il presidente del Consiglio, o potesse tornare presto ad esserlo con l’aiuto della Schlein. Non si capirebbe di chi altro, sennò.
La cordialità riservatale alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti è costata a Giorgia Meloni da parte della tv americana Fox, rapidamente ripresa in Italia da Repubblica, la qualifica di “cocca di Biden”. Ma già da Roma Giuseppe Conte, l’uomo che sempre più numerosi cronisti politici descrivono ossessionato dall’ambizione di tornare a Palazzo Chigi, ritenendo forse di esserne stato allontanato tre ani fa ingiustamente, vittima di un complotto chiamato “Conticidio” dal suo ammiratore Marco Travaglio, aveva dato alla premier, sempre per la sua visita alla casa Bianca, della sottoposta: volata oltre Oceano a prendere ordini e istruzioni da eseguire poi a Palazzo Chigi, e fare eseguire dagli altri Ministri, direttori, generali, segretari e piantoni dalle loro postazioni.
Una “cocca”, la premier italiana, purtroppo ridotta ad un’anatra zoppa da uno dei suoi due vice presidenti del Consiglio: il leghista Matteo Salvini. Il quale preferisce al presidente uscente e deciso a rimanere Joe Biden, per quanto anziano e spesso insicuro nei movimenti fisici, come se avesse nelle gambe qualche molla che ogni tanto cede, il suo predecessore e apparentemente più vigoroso Donald Trump, per quanto anche lui provvisto di qualche controindicazione, di natura pure penale.
Dall’album di Conte
La simpatia di Salvini per Trump, pagagonata da qualche malizioso osservatore o cronista a quella di Putin, non si sa bene quanto sia davvero ricambiata per via di alcune smentite opposte dall’allora presidente degli Stati Uniti alle voci che correvano a questo proposito, e di fotografie che sembrarono piò carpite e occasionali scattate in una manifestazione elettorale americama.
Si sa invece reale e ricambiata la simpatia di Conte per Trump, che ne parla di solito al plurale chiamandolo “Giuseppi”, tanti ne vorrebbe di uomini simili in Italia. E probablmente anche lui rimasto maluccio nell’apprenderne a suo tempo la sostituzione con Mario Draghi decisa da un Sergio Mattarella stanco di seguirne i tentativi di evitare l’apertura di una crisi di governo provocata dal ritiro di Matteo Renzi dalla maggioranza, e dei suoi rappresentanti dal governo.
Di recente, in verità, tallonato in televisione da una impaziente conduttrice pur ben disposta verso di lui perchè antimeloniano, Conte ha mostrato qualche indecisione nell’esprimere una scelta fra Biden e Trump nella partita riapertasi per la Casa Bianca. Indecisione motivata dalla paura di compromettere i rapporti fra i due Paesi, sentendosi lui un presidente del Consiglio un pochino pochino ex. Ma il suo trumpismo è ormai troppo noto e, direi, congenito per venire oscurato da qualche espediente ed essere ignorato da una che pure fa finta di non ssapere e di non vedere: l’aspirante alleata domestica -direbbero in America- Eddy Schlein, segretaria del Pd.
Piuttosto che anticipare un’altra vittoria regionale domenica prossima in Abruzzo, o attribuire la più probabile sconfitta alle “marchette” destinale dal governo nella rappresentazione del Fatto Quotidiano, o all’occupazione quasi militare del territorio da parte della destra post-missina raccontata ieri ai lettori di Repubblica con dovizia di nomi che -senza volere offendere nessuno- sono risultati prevalentemente ignoti a uno come me, che di cronache politiche faccio largamente uso da tempo, mi preoccuperei a sinistra di vedere sfumare la vittoria tanto decantata lunedì in Sardegna.
Lo “squillo di tronba” avvertito e quasi ripetuto da Pier Luigi Bersani nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornali che lo hanno intervistato rischia di diventare quello di una trombetta da asilo.
Goffredo Bettini
Lo “scossone” avvertito da Goffredo Bettini, tornato a vedere, a sentire e a parlare dopo le feste a Cagliari e dintorni per il governatorato della grillina Alessandra Todde, che “avrebbe vinto più netto” senza la concorrenza di quel rompiscatole , traditore e altro diventato nel Pd l’ex governatore e editore dell’Unità Renato Soru, potrebbe essere declassato ad una scossetta, o solo al cedimento della sedia sotto il peso di cotanto peso. E’ notoriamente notevole la stazza dell’uomo che ha sussurrato per anni ai migliori cavalli, o ronzini, dell’ex Pci.
Dal Tempo
Le distanze già modeste di tre migliaia di voti risultati lunedì sera a tarda ora dagli scrutini andati a rilento per tutto il giorno, nonostante agli operatori fosse stato concesso un bel riposo fra le ore 19 di domenica, quando si doveva finire di votare, e le ore 7 del giorno dopo, fissate per rovesciare gli scatolni e contare le schede, sono scese nelle poche sezioni più ritardatarie, o complesse, sotto il migliaio. C’è chi parla di ottocento voti di distanza fra la vincitrice e lo sconfitto di una settimana di giornali e chi di seicento.
Giuseppe Conte
Non è escluso, in queste condizioni, un riconteggio di tutte le schede, anche nelle sezioni -magari a campione- risultate più solerti nella certificazione e nella trasmissione dei dati. Ne ha accennato la premier Meloni nella conferenza stampa -o punto stampa, come preferiscono chiamarlo i tecnici- in Canada dopo l’incontro col suo omologo Justin Trudeau, il giorno dopo la visita alla Casa Bianca e il bacio ricevuto sulla fronte dal presidente americano Joe Biden. Bacio di ringraziamento -ha commentato da Roma Giuseppe Conte- più per “fedeltà”, cioè servilismo nell’interpretazione dell’ex premier inconsolabile vedovo di Palazzo Chigi, che per “lealtà”.
Da Repubblica
Andate pure avanti così, signori delle opposizioni vaganti fra campi “larghi”, “giusti” e camposanti, fra annunci di “geli” fra Mattarella e Meloni e smentite, o “dietrofont”, come quello attribuito da Repubblica alla premier proprio a proposito dei suoi buoni rapporti col capo dello Stato, e vedrete dove riuscirete ad arrivare non solo domenica in Abruzzo ma dopo tutti gli altri appuntamenti elettorali dell’anno.
“L’altra Russia” o “il funerale del coraggio” hanno titolato, rispettivamente, i giornali del gruppo Monti Riffeser- Giorno, Resto del Carlino e Nazione- e Il Foglio sulla folla che alla periferia di Mosca, dove li aveva relegati Putin. si sono celebrati i funerali religiosi di Alexey Navanly, lasciato o mandato a morire in Siberia da detenuto perché insopportabilmente popolare come oppositore.
Dal Secolo XIX
“La Russia che sfida Putin”, ha titolato giustamente Il Secolo XIX. Una sfida che vale più di una guerra, anche di quella che cinicamente Putin continua a condurre contro l’Ucraina contando più sulla stanchezza dell’Occidente solidale col Paese aggredito che sulla reale, pur ingente forza militare russa, dotata anche di armamento nucleare cui ogni tanto a Mosca minacciano di ricorrere.
Il Fatto Quotidiano
Purtroppo almeno sei giornali che si stampano in Italia, consultabili nelle rassegne parlamentari della stampa, non hanno ritenuto di scrivere un rigo -un solo rigo- in prima pagina sui funerali di Navanly e su ciò che ha significato la partecipazione popolare che ha sfidato Putin rimediando anche fermi e arresti. L’elenco si apre col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che certamente non stupisce.
La Verità
Segue invece con un certo stupore, a destra, La Verità di Maurizio Belpietro, che è la traduzione italiana della più sinistra celebrità russa dei tempi sovietici nelle edicole: Pravda.
L’Unità
Segue ancora L’Unità fondata cento ani fa da Antonio Gramsci e già organo ufficiale del Pci, ma riportata in edicola recentemente dall’editore Alfredo Romeo e dal direttore Piero Sansonetti con intenzioni e spirito che sembravano diversi.
La Gazzetta del Mezzogiorno
Il penultimo posto di questo elenco a dr poco sconcertante spetta alla localissima Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, che deve avere ritenuto l’evento moscovita troppo lontano dalle sue terre e dai suoi lettori.
L’Osservatore Romano
Dell’Osservatore Romano, che chiude la lista, forse per non per turbare chissà quali contatti sulla guerra in Ucraina, possiamo un po’ consolarci considerando che in fondo si tratta di un quotidiano estero, pur stampato in lingua italiana.