La satira tanto abusata dal Fatto Quotidiano si ì affacciata con gusto sulla vicenda di Bari grazie al vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno Nico Pillinini. Che dalla coppia costituita dal governatore della Puglia Michele Emiliano e dal sindaco della città capitale della regione Antonio Decaro risale a quella celebre del secolo scorso dei comici Stanlio e Ollio.
Michele Emiliano e Antonio Decaro
Emiliano, come si sa, prima ha vantato e poi ha cercato di ridimesionare il ruolo avuto una ventina d’anni fa come sindaco per aiutare, proteggere e quat’altro l’allora suo assessore al traffico, Decaro appunto, nei rapporti con i malavitosi custodi, diciamo così, della città vecchia di Bari sottoposta a nuova disciplina. L’attuale sindaco, imbarazzato, ha smentito di avere mai avuto contatti di sorta con quella gente. Ma poi gli archivi -maledetti archivi- hanno sfornato una sua foto con una sorella e una nipote del boss mafioso ed ergastolano Antonio Capriati.
Matteo Piantedosi
Anche in questo contesto, purtroppo non solo comico, la premier Giorgia Meloni ha ritenuto giustamente opportuno difendere il suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rappresentato dalle opposizioni come una specie di Putin italiano per quella procedura avviata di un eventuale scioglimento dell’amministrazione comunale uscente per infiltrazioni mafiose. Che peraltro hanno già provocato l’amministrazione giudiziaria di un’azienda comunale.
Dal culo di Riccardo Mannelli- scusate la franchezza volgare- opposto qualche giorno a Giorgia Meloni in un desiderio dichiarato di “interlocuzione” con una premier che ha soprattutto il torto di occupare a Palazzo Chigi il posto che fu di Giuseppe Conte, prima dell’intermezzo di Mario Draghi anch’esso naturalmente sgradito; dal culo, dicevo, di Riccardo Mannelli Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio è passato oggi, con oscenità solo apparentemente minore, al missile israeliano firmato da Mario Natangelo sulla “edizione 2024” dell’ultima cena di Gesù Cristo.
Gli ebrei insomma restano sempre quelli di più di duemila anni fa, implacabili contro Gesù nel frattempo rifugiatosi a Gaza e mescolatosi alla popolazione che fa, volentieri o no, da scudo al terrorismo che ha i suoi depositi e le sue artiglierie nei sotterranei.
Parigi 2015, dopo l’assalto a Charlie Hebdo
E’ libertà di satira stampata, verso la quale naturalmente non si auspica, neppure nella versione italiana, il trattamento riservato dagli islamici nel 2015 alla versione francese di Charlie Hebdo, con 12 morti fra i quali il direttore del giornale parigino. Ma è una libertà -ripeto come qualche giorno fa scrivendo del culo di Mannelli- della quale si potrebbe fare a meno. Lo dimostra d’altronde la fuga dei lettori dalle edicole o, se preferite, la fuga delle edicole dal vuoto con chiusure imposte dalla irreversibile crisi, ormai, dei giornali. Compreso quello di Travaglio, che pure pensa di essere il meglio fico del bigonzo.
Scriveva ieri in un “retroscena” Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, prima di raccoglierne oggi un monito all’insofferente alleato leghista, che Giorgia Meloni ha “messo nel conto” ben “settantacinque giorni di passione”. Durante i quali Matteo Salvini “, pur vice presidente del Consiglio, “assesterà calci alla sua scrivania di Palazzo Chigi”, sperando di raccogliere così nelle urne del 9 giugno per il Parlamento europeo chissà quali e quanti voti di destra a scapito dei soci di governo.
La premier insomma sta uscendo religiosamente dalla Quaresima pasquale per imboccarne un’altra più lunga -quasi ottanta giorni- di natura politica. Da Lotta continua degli anni Settanta, quelli di piombo, alla Quaresima continua di questo 2024. Altrove si spara davvero, da noi, in Italia, o almeno a Roma, un vice presidente del Consiglio assalta la scrivania, spero non incustodita, della premier. E meno metaforicamente cerca di boicottare il percorso della premier verso la conferma della tedesca Ursula von der Leyen, con la quale fa ormai coppia nelle missioni internazionali, alla presidenza della Commissione dell’Unione Europea, senza necessariamente rovesciarne la maggioranza con i socialisti. Ma allargandola ai conservatori, naturalmente “non a gratis”, come dicono a Roma, a cominciare dalla Garbatella della Meloni.
Matteo Salvini
La Guerzoni chiama quello di Salvini ormai “il fattore S”, come la buonanima di Alberto Ronchey chiamava “il fattore K” quello del partito comunista, che cercò di liberarsene con i famosi “strappi” da Mosca tentati o consumati da Enrico Berlinguer riuscendo a portare il Pci nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale. Ma uscendone spontaneamente, senza che nessuno lo cacciasse, quando lo strappo richiestogli dall’evoluzione della situazione internazionale divenne anche per lui insostenibile: il riarmo missilistico della Nato per recuperare il vantaggio acquisito dal campo sovietico con l’installazione dei missili SS 20 puntati contro le capitali europee.
Il libro di Luca Zaia
“Per quanto le fonti ufficiali -ha scritto la Guerzoni citando, fra gli altri, il capogruppo della Meloni alla Camera, Tommaso Foti- si affannino a spiegare che il sistema proporzionale impone a ciascuno di differenziarsi” nelle elezioni europee “e che il centrodestra non è mai stato così unito, per Palazzo Chigi il fattore Salvini è ormai una questione impossibile da sottovalutare”. Neppure -temo per Salvini- nella stessa Lega, dove tutto potrà accadere dopo il 9 giugno. Anche che prevalga la filosofia del governatore veneto Luca Zaia espressa nel felice titolo di un suo libro: “Fà presto, vai piano”.
In quel silenzio non affaticato, come l’ha voluto definire riduttivamente Repubblica, ma sgomento nel quale si è chiuso al momento dell’omelia durante la messa delle Palme a San Pietro Papa Francesco vestito di rosso, il colore del sangue versato da Gesù sulla croce e di quello che scorre in tante parti del mondo; in quel silenzio sgomento, dicevo, possiamo ben riconoscerci tutti. Anche chi non ha condiviso di recente certe sortite del Pontefice. Ho a dovuto intervenire per correggerle, come il Segretario di Stato Pietro Parolin dopo le interpretazioni alle quali si era prestata quella bandiera bianca proposta, raccomandata, consigliata da Francesco alla pur tanto “martoriata” Ucraina, come lo stesso la definisce abitualmente, per qualcosa che non si è ben capito se funzionale più alla resa che si aspetta Putin o ad una trattativa cui lo stesso Putin continua a preferire altre bombe su Kiev, e missili che sorvolano imprudentemente la Polonia partecipe dell’Alleanza Atlantica.
La strage di Mosca nella rivendicazione del terrorismo islamista
Tutto per Putin è un buon pretesto per continuare e intensificare la sua guerra: persino la strage a Mosca, con centinaia e centinaia fra morti e feriti, appena conpiuta, firmata, documentata dal terrorismo islamista, prevista e inutilmente segnalata dai paesi occidentali quasi fra la derisione del Cremlino in festa per il quinto mandato presidenziale dell’autocrate. Una strage che secondo Putin, e le sue convenienze propagandistiche, porterebbe il segno degli ucraini. Che meriterebbero quindi ancor più di prima la “denazificazione” annunciata all’inizio della cosiddetta “operazione speciale”, più di due anni fa, e la disintossicazione dai costumi occidentali biasimati dal Patriarca di Mosca di fronte a un Putin consenziente facendosi il segno della croce.
Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno
Di fronte a tanto scempio di ragione, umanità e altro, e senza volere scendere ancora più giù, sino al Medio Oriente e dintorni, non si sa se piangere o ridere di più nella nostra Italia per il “Pasticcio Emiliano”, come riduttivamente e generosamente lo chiama la Gazzetta del Mezzogiorno riferendo della partecipazione del governatore pugliese, Michele Emiliano appunto, alle proteste politiche, mediatiche e di piazza contro il Putin italiano che sarebbe il prefetto e ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il quale si è proposto di accertare secondo le procedure di legge se e di quanto possa essere considerata infiltratata e condizionata dalla mafia locale l’amministrazione comunale di Bari guidata dal collega di partito e amico personale di Emiliano, nonchè sindaco Antonio Decaro.
Il sidaco di Bari Decaro con la sorella, a sinistra, dell’ergastolano Caprioti
Nella foga populista della difesa dell’amico sindaco il governatore si è vantato di averlo mezzo raccomandato, quando Decaro era il suo assessore ai trasporti al Comune, alla sorella del capo della malavita locale. Decaro, a dir poco imbarazzato, ha smentito al pari della congiunta del malavitoso che sta scontando l’ergastolo in carcere. Ma una foto pubblicata dalla Verità smentisce entrambi. E inguaia Bari più di Piantedosi.
Per quanto avvertito dai tanto odiati occidentali con una tempestività vanificata dai suoi servizi ancora nominalmente di sicurezza, e ne abbia catturato gli autori materiali, Putin cerca altrove i responsabili della strage che ha fatto sinistramente augurare a Mosca il suo quinto mandato presidenziale. Responsabili delle 133 vittime già accertate e di quelle in attesa con i dati degli ospedali che non possono, non debbono essere i carnefici del pur dichiarato terrorismo islamista, con tanto di proclami e di foto dei miliziani mandati in missione nel teatro della mattanza.
Putin
No. L’ossessionato Putin e le marionette che gli stanno intorno hanno bisogno di coinvolgere in qualche modo nella tragedia russa, e anche personale dell’autocrate se avesse davvero cognizione dei propri compiti al Cremlino, gli ucraini sfuggiti sinora alla sua guerra di “denazificazione”. O di purificazione dalle abitudini o aspirazioni occidentali di vita, come ha detto il Patriarca di Mosca benedicendo l’invasione e tutto il resto che ne è seguito e ne segue ancora.
E’ meno di un indizio, per carità. Ma quella cronaca, sul Mattino, di un bel po’ dei “ragazzi di De Mita”, come li ha chiamati il giornale napoletano in omaggio al compianto leader della sinistra scudocrociata, riunitisi a Maiori per ricordare orgogliosamente i 40 anni trascorsi dal congresso del movimento giovanile democristiano conclusosi con l’elezione di Renzo Lusetti a segretario -su Luca Danese, nipote di Giulio Andreotti, e un veneto senza molti santi in Paradiso- mi ha fatto venire il sospetto che anche l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, “artefice” dell’incontro, sia un po’ troppo o tanto deluso dalla politica di questi giorni da rimpiangere il passato. E temo che a creargli tanta delusione contribuisca la segretaria Elly Schlein, che anche lui ha voluto l’anno scorso al Nazareno aspettandosi molto più o di meglio di quanto non stia venendo fuori. Che è un Pd ancora più votato del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sia pure di poco, ma a suo sostanziale rimorchio.
E’ l’immagine o la sensazione che si è fatta del Pd, confessandola un po’ al Foglio qualche giorno fa, anche l’ex capogruppo al Senato Luigi Zanda, e da cui mi sembra tentato pure Romano Prodi. Che ha recentemente avvertito Conte in persona, in un incontro pubblico, che continuando a tenere col Pd i rapporti attuali, a corrente alternata e ambiguità continua, si sprecheranno le sconfitte del campo a denominazione variabile -lungo, corto, stretto, largo, giusto, eccetera- che quel buontempone di Pier Luigi Bersani, fra mucche che girano per i corridoi del Nazareno e tacchini che saltano sui tetti, vorrebbe intitolare addirittura all”alternativa” a Meloni.
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
Preoccupazioni per lo stato di salute politica del Pd nelle mani di “una profeta straniera” -l’ha chiamata oggi Pino Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno- deve averne anche l’ex presidente della Camera Casini, che però da ospite come ha accettato di essere, eletto da indipendente nelle liste del Nazareno nella sua Bologna, dove probabilmente verrebbe confermato al Parlamento con qualunque partito gli offrisse un giro in carrozza, cerca educatamente di stare zitto. Ma gestisce con antica astuzia e bonomia democristiana la sua agenda, fra convegni, matrimoni, funerali e quant’altro.
C’era anche lui naturalmente a Maiori: in albergo, al ristorante e in chiesa, dove si è sostituito al sacrestano ed ha raccolto le offerte alla parrocchia. Ah, grande, intramontabile Piefurby, variante ormai storica del Pierferdy derivato americanamente dal Pier Ferdinando dell’anagrafe.
Casini a Maiori
Se fossi nella Schein, di qualsiasi colore vestita, sarei meno disinvolta e sicura nelle sue epifanie e comincerei a guardarmi intorno con maggiore prudenza in un partito forse troppo affollato di volpi per poterla ancora proteggere a lungo, se qualcuno avesse peraltro davvero la voglia di farlo anche dopo le elezioni europee del 9 giugno, quando sarà il momento di riflettere, quanto meno, sui loro risultati.
E bravo il professore Gustavo Zagrebelsky, 81 anni da compiere a giugno, presidente emerito della Corte Costituzionale, come altri del suo rango, pur avendola presieduta davvero vent’anni fa solo per gli ultimi nove mesi del suo mandato di giudice della Consulta, che dura nove anni. Il nove dev’essere stato e dev’essere ancora per lui un numero magico. Nove d’altronde sono anche i mesi della gravidanza da cui nasce da sempre l’uomo, a meno di clamorose sorprese sul nostro passato preistorico.
Già scettico dal primo momento, sia pure in una chiave ironicamente ottimista che obbligò Repubblica, ospitandone l’articolo, a mettere sull’avviso i lettori, invitati a non credere davvero che la riforma del cosiddetto premierato fosse destinata per la sua popolarità a superare anche la prova del fuoco di un referendum confermativo; già scettico, dicevo, dal primo momento dietro una cortina di sarcasmo, il professore si è sempre più preoccupato della possibilità di un’elezione diretta del presidente del Consiglio. E dell’abuso che si vorrebbe fare, secondo lui, di un premierato che appartiene ad altre storie politiche e istituzionali, non a quella della Repubblica italiana.
Gustavo Zagrebelsky su Repubblica del 21 marzo
Ora il professore sembra avere trovato l’argomento magico -come “le parole magiche” delle quali si lamentava ai suoi tempi Amintore Fanfani a proposito del dibattito politico fuori e dentro la sua Dc- da opporre al progetto di Giorgia Meloni. Leggetelo questo argomento pari pari come sviluppato ieri, sempre su Repubblica, dall’interessato: “Ogni sistema di governo deve valutarsi nelle condizioni date. Guardiamo come si svolge la lotta politica (si dice così: lotta) nel nostro Paese e in questo momento: propaganda sfacciata, fake news, intimidazioni e ricatti, dossieraggi, linguaggio d’odio, rimbambimenti. E’ pericoloso dividere i cittadini in due e aizzarne l’una parte contro l’altra. Chi penserebbe ancora alle elezioni come una festa della dignità dei cittadini, alla quale si partecipa indossando l’abito buono?”. E addirittura per eleggere direttamente il presidente del Consiglio, che è pur sempre il capo del Governo, con la maiuscola, nonostante il minuscolo, salvo poche eccezioni, cui ci hanno abituato partiti, correnti e sottocorrenti trattando prevalentemente dietro le quinte sulla sua nascita e sulla sua morte, magari con l’intermezzo di qualche rimpasto o fotocopia.
Da Repubblica del 21 marzo
Nelle “condizioni date” di oggi, quindi, secondo il presidente emerito- ripeto- della Corte Costituzionale, non di un circolo di caccia, la maggioranza di governo uscita legittimamente dalle urne del 2022, meno di due anni fa, dovrebbe subire due volte i danni in corso di accertamento, sotto tutti i punti di vita, del dossieraggio cui parecchi suoi esponenti, e collaterali, sono stati sottoposti. I danni prima dello sputtanamento a dir poco tentato e poi della rinuncia alla principale delle riforme progettate – “la madre di tutte le riforme” nella definizione della Meloni- per una intossicazione del dibattito politico tale da avere compromesso la praticabilità delle elezioni. Che a questo punto -grasso che cola- non dovrebbero spingersi oltre un rinnovo delle Camere con le liste praticamente confezionate e boccate dai partiti, o movimenti che si offendono a sentirsi chiamare partiti.
Da Repubblica del 21 marzo
Ho purtroppo qualche anno in più del professore eccetera eccetera Gustavo Zagrebelsky. Ho più modestamente fatto nella mia vita soltanto il mestiere del giornalista, o del “pennivendolo”, come ci chiamava la buonanima di Ugo La Malfa quando era di cattivo umore. Ma ho ricordo di parecchie, quasi abitudinarie campagne elettorali svoltesi con una certa animosità, a dir poco. A volte intossicate davvero: per esempio col sangue che spargeva per le strade il terrorismo, o con le irruzioni giudiziarie. E non ricordo un lamento, dico uno, dell’allora professore e altro ancora in servizio Gustavo Zagrebelsky, diventato adesso così schifiltoso. O così preoccupato -pardon- della nostra quiete politica ed elettorale.
“Torna l’incubo terrorismo”, ha titolato persino Il Giornale, un po’ meravigliandosene, riferendo della strage compiuta a Mosca dall’Isis in un teatro e inutilmente segnalata nei giorni scorsi da americani e inglesi, quando veniva preparata dal fantomatico Stato islamico, ad un Putin troppo distratto dalle sue finte elezioni per l’avvio di un suo per niente finto quinto mandato presidenziale al Cremlino. Dove il l’autocrate si sentiva e si sente ancora, assediato solo o prevalentemente dagli occidentali in genere o dagli ucraini in particolare, non ancora “denazificati”, secondo le sue promesse, o liberati dai costumi troppo licenziosi dell’Occidente, secondo il maledicente Patriarca di Mosca.
Fra le macerie di Gaza
Chiedo ad Alessandro Sallusti e agli alri sorpresi dalla strage di Mosca, dalla sessantina di morti già accertati nel teatro devastato dal fuoco e dalle centinaia di feriti non tutti destinati purtroppo a salvarsi, dove e quando il terrorismo si era preso la sua pausa, le sue ferie. Chiedo se non è terrorismo anche quello che Hamas ha praticato il 7 ottobre scorso irrompendo in territorio israeliano e continua a praticare nei tunnel di Gaza continuando a sparare missili contro gli ebrei fra le macerie alle quali è stata ridotta quella striscia di terra. Dove la popolazione civile, le scuole, gli ospedali, le chiese, i campi profughi sono stati e sono tuttora usati come scudi da terroristi scambiati per partigiani della Palestina e presentati come vittime di un genocidio su tutte le piazze del mondo, in un rivoltante rovesciamento della realtà.
Dal Fatto Quotidiano
Proprio mentre a Mosca il terrorismo islamico si riprendeva la scena e le prime pagine dei giornali del mondo, Marco Travaglio scriveva il suo editoriale di giornata su Fatto Quotidiano, come il mattinale di una Questura internazionale, contro “i pazzi da spazzare”, testuale, che avrebbero appena concluso a Bruxelles il loro “Consiglio europeo di guerra”. Esso si sarebbe permesso di mettersi e di mettere sull’avviso per difendere ciò che resta del vecchio continente da ciò che ha in testa Putin.
Giorgia Meloni a Bruxelles
Solidale con questa lettura alla rovescia , un po’ come nel mondo per altri versi visto e raccontato dal generale Roberto Vannacci di non si sa ancora quale destinazione politica nelle elezioni europee del 9 giugno, è stata l’Unità di Antonio Gramsci restituita dall’editore Alfredo Romeo al mio amico Piero Sansonetti, Che vi sta trascorrendo, dirigendola, la sua-beata lui- seconda giovinezza di lotta, illusioni, sogni e quant’altro, stavolta contro Giorgia Meloni reduce proprio da Bruxelles.
Dall’unità Screenshot
“Consiglio Europeo?” si è chiesto il giornale di Piero in nero rigoroso. “No: Consiglio di guerra”, si è risposto in rosso altrettanto rigoroso per concludere, tornando al nero: “L’Europa non c’è più”. E invece, caro Piero, l’Europa c’è ancora. E speriamo che non faccia la fine che vorrebbero riservarle i cultori e complici dei vari terrorismi attivi nel mondo, che vivono solo dell’uso che ne fanno gli avvoltoi di turno.
Per cortesia, qualcuno si decida ad entrare nel bagno del blog dove Beppe Grillo da un bel po’ di giorni è seduto sulla tazza reclamando qualche giornale col quale pulirsi il sedere e gli allunghi una copia del Fatto Quotidiano di oggi. Che si adatta particolarmente alla scena proposta dal blog del comico con quella vignetta di prima pagina di un Riccardo Mannelli aspirante a “interloquire” a suo modo con la premier per soddisfarne il presunto, preferito “linguaggio del corpo”. Che la Meloni avrebbe appena adottato nell’aula di Montecitorio non opponendo il suo deretano ai “ragazzi” delle opposizioni che la interrompevano nervosamente mentre lei cercava di parlare del Consiglio europeo verso cui era in partenza, ma semplicemente nascondendo la sua testa nella giacca. E finendo così persino sulle prime pagine anche della stampa internazionale più prestigiosa.
Giorgia Meloni al Consiglio europeo
Va bene che il vignettista di Marco Travaglio ha messo da tempo le mani davanti alle sue vignette dicendo che il disegno per lui è “un respiro animale”, come si legge navigando in internet. Va bene “la satira è senza limiti” e che l’autoproclamato artista ha escluso d potersi o doveresi scusare dei suoi prodotti, per quanto osceni potranno rivelarsi, ma credo che tutto debba avere o trovare un limite. Che in questo caso, mentre la Meloni se ne sta a Bruxelles a rappresentare l’Italia nell’abbigliamento e nella posa di un’alunna adulta al banco di una scuola, penso sia stato proprio superato, anche volendo riformare in Disordine quello che per legge si chiama ora l’Ordine dei Giornalisti.
Sergio Mattarella
Se questa è la libertà di stampa reclamata e praticata dal quotidiano -credo- più letto sotto le cinque stelle di Giuseppe Conte e del suo garante e consulente della comunicazione Grillo, nonchè fondatore superstite del MoVimento che contende al Pd la guida del canpo, stretto o largo che sia, corto o lungo, giusto o non, del progressismo italiano scoperto e decantato a suo tempo al Nazareno e dintorni da Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini ed altri presunti esperti della materia; se questa -dicevo scusandomi della premessa per niente contenuta- è libertà di stampa credo che se ne possa fare a meno facilmente, senza mettersi a piangere o lamentarsi. Lo dico con la dovuta riverenza, personale e istituzionale, anche verso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che tanto si spende, ogni volta che l’agenda dei suoi appuntamenti fuori e dentro il Quirinale gliene dà l’occasione, per difendere la libertà di stampa così lungamente scolpita in un articolo della Costituzione che non sarà il primo ma è pur il ventunesimo di 139, al netto della famosa diciotto “disposizioni transitorie e finali”. Alle quali si sarebbe potuto aggiungerne una, di carattere veramente finale, contro la maleducazione di stampa.
Per quanto declassato a “teatrino” dal Fatto Quotidiano, che se ne intende con i fotomontaggi nei quali spesso avvolge sarcasticamente sulle sue prime pagine le cronache politiche che non gradisce, lascerà il segno quel gesto di Giorgia Meloni ieri alla Camera di nascondere la testa nella sua giacca per non vedere e sentire lo spettacolo delle opposizioni più nervose del solito in aula.
Berlusconi a la7 nel 2013
Esso lascerà il segno come quella spolverata sulla sedia di uno studio televisivo in cui Silvio Berlusconi nel 2013 riuscì a spiazzare e ridicolizzare la coppia Santoro-Travaglio scatenata contro di lui. Quel “teatrino”, per restare nel linguaggio del Fatto, costò parecchio elettoralmente alla sinistra e fu oggetto di una certa letteratura della comunicazione politica.
Il sindaco di Bari Antonio Decaro
Il nervosismo dell’opposizione, sottolineato dalla stessa Meloni chiamandone romanescamente “ragazzi” gli attori, non nasceva solo dalle guerre di cui si occupano oggi i vertici dell’Unione Europea. Esso derivava anche dalla clamorosa procedura di scioglimento per infiltrazione mafiosa avviata dal Ministro dell’Interno a carico dell’amministrazione comunale di sinistra di Bari, fra le lacrime del sindaco piddino Antonio Decaro, che è anche presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, e le proteste o le minacce di altri.
Titolo del Corriere della Sera
Dopo “le scintille alla Camera” riferite nel titolo di apertura del Corriere della Sera la Meloni si è ricomposta, diciamo così, ed è salita al Colle con un pò di ministri e collaboratori per il pranzo di lavoro che precede i Consigli europei. Qui è stata accolta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la solita cordialità che non sarà piaciuta – credo- neppure questa volta dalle opposizioni di vario grado e colore. Che spesso scambiano Mattarella, anche a costo di procurarsi proteste e richiami dell’interessato, come il capo loro, non dello Stato.
Meloni da Mattarella al Quirinale
“Nel pranzo -ha riferito sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda- non si è entrati nel merito delle soluzioni politiche per trovare, e proporre agli alleati, una sintesi fra i 27 Paesi dell’Unione Europea” sulle guerre in corso, sempre più a rischio di ulteriori allargamenti. “Ma è significativa -ha scritto ancora Breda- la sintonia tra le due massime cariche del Paese. Sintonia che ha riguardato anche gli altri dossier in agenda al Consiglio europeo” come l’allargamento dell’Unione e la difesa comune, entranbi funzionali al contrasto dell’emergenza cresciuta, non certamente ridotta dal quinto mandato presidenziale di Putin appena avviato al Cremlino tra fanfare, esibizioni di forza e minacce ad un Occidente sempre più odiato. Gli anni berlusconiani di Pratica di Mare sono sempre più lontani.