Ispirato non dalla Pasqua ma, più modestamente, da quell’oste, banditore o altro della vecchia Roma immortalato come Pasquino in una scultura di fianco a Piazza Navona, il magistrato in pensione Gian Caro Caselli ha cercato sul Fatto Quotidiano -e dove sennò?- di sorpassare nel sarcasmo acidulo il collega ancora in servizio Nicola Gratteri. Che ha sfidato i politici a lasciarsi sottoporre a test non solo psicoanalitici, come quelli in arrivo per le toghe, ma anche alcoolici e di droga, essendo anch’essi preposti a decisioni delicate.
Da Pasquino, appunto, “irriverente Caselli ha scritto che “sarebbe importante se i quiz psicoattitudinali potessero prevenire nei magistrati la mancanza di un certo aplomb nelle udienza pubbliche” simile a quello di Giorgia Meloni, tuttavia non citata, nelle aule parlamentari e dintorni. “”Tipo: faccine, smorfie, mossette, occhi strabuzzati, reazioni indispettite o rancorose, appelli confidenziali ai presenti (ragazzi, vi vedo un po’ nervosi…), toghe tirate sopra le spalle per nascondere la testa”, ha esemplificato l’ormai anziano, ottantacinquenne Caselli.
Armando Spataro
Di dieci anni meno anziano di lui, ma non meno pungente, Armando Spataro ha in qualche modo rincorso Caselli sulla strada del sarcasmo, in una intervista a Repubblica, suggerendo al sindacato delle toghe di mettere in testa al documento in arrivo sulle proteste, forse comprensive di uno sciopero, questo test ipotizzato da Giacomo Ebner: “Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo lavoro il più bello del mondo (vero o falso?)”. Giacomo Ebner, per chi non lo sapesse, è un giudice del tribunale civile di Roma innamoratissimo del suo mestiere, autore di libri e battutista eccezionale nella navigazione internettiana.
Edmondo Bruti Sperati
Meno spiritoso di Caselli e di Spataro, più ingessato, 80 anni contro gli 85 e i 75, rispettivamente, dei suoi colleghi, e in più già presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Edmondo Bruti Liberati ha liquidato un po’ troppo frettolosamente i test e altre misure gradite al ministro della Giustizia Carlo Nordio come “manifesti” più o meno ideologici contro le toghe per minarne la credibilità: ancor più- direi- di quanto da sole non avessero già provveduto e non continuassero a provvedere certi magistrati, sia in servizio che in pensione ma largamente attivi sul piano mediatico.
Nicola Gratteri
A Bruti Liberati va tuttavia riconosciuto il merito, il garbo, il buon senso, come preferite, di avere fatto osservare a Gratteri, per la “provocatoria” proposta dei test per ministri, parlamentari e quant’altri, che “non sta ai magistrati dettare regole alla politica”. “E’ inappropriato- ha precisato- che per contrastare, legittimamente, una proposta sbagliata si replichi lo schema che si rimprovera a chi vuole introdurre i test”. Da ex sindacalista, Bruti Liberati ha concesso il minimo sindacale alla controparte. Dalla quale forse si aspetta un ringraziamento, per quanto presumibilmente sgradito a Gratteri, e forse anche a Caselli e Spataro.
Più che una notizia, francamente, mi sembra un desiderio di notizia il rimpasto attribuito ai progetti di Giorgia Meloni da Emanuele Lauria su Repubblica. Un desiderio, direi, alquanto malefico perché, salvo un ripensamento della corazzata della flotta d’opposizione al governo sulle capacità della premier, un presidente del Consiglio capace di uscire indenne dal cambiamento di un terzo della sua compagine ministeriale sarebbe davvero bravissimo. Questa infatti è la dimensione del rimpasto annunciato, attribuito e quant’altro alla Meloni.
Nella cosiddetta prima Repubblica, quella vera e non di carta, che pure viveva di rimpasti, a parte l’eccezione spadoliniana di un governo fotocopia del precedente, non ricordo da cronista un’operazione ben riuscita delle dimensioni attribuite, ripeto, ai progetti della Meloni per il dopo-elezioni europee dell’8 e 9 giugno prossimi.
Carlo Nordio
Sette ministri da cambiare, più che da spostare, sui 25 in carica, fra i quali quello della Giustizia Carlo Nordio, già candidato dalla Meloni al Quirinale ma, sembra, rivelatosi a sorpresa alla premier più un problema che una risorsa, sono politicamente un po’ come un’operazione spaziale. E ciò per quanto la premier, con quel suo obiettivo furbescamente modesto propostosi di replicare a giugno il 26 per cento dei voti delle politiche del 2022, possa meritarsi la previsione di uscire bene dalle urne fra tre mesi sia personalmente sia come leader del primo partito della coalizione di centrodestra. Tanto bene da imporsi in tutti i sensi sugli alleati e sui problemi forse drammatici che alcuni di essi potranno vedere e sentire scoppiare all’interno dei loro partiti.
Il più sospettato di scombussolamenti fra gruppi della maggioranza è naturalmente quello di Matteo Salvini, che non a caso è anche il più turbolento fra i ministri, e dei due vice presidenti del Consiglio. L’ultimo sondaggio sfornato da Ipsos per il Corriere della Sera ha dato la Lega sorpassata da Forza Italia del solo 0,7 per cento, e non doppiata come in alcuni passaggi elettorali recenti a livello amministrativo. Ma se le distanze a giugno dovessero risultare maggiori, non so se e quanto potrebbero risultare contenuti o controllabili gli effetti nel partito che fu di Umberto Bossi e non potrebbe più essere neppure quello di Matteo Salvini. Che rischia di finire un po’ metaforicamente sotto il ponte dello stretto di Messina prima ancora che egli riesca davvero ad aprirne i cantieri. Altro che il disastro di Baltimora ancora sulle prime pagine, o quasi, dei giornali di tutto il mondo.
Mi permetto di rendere una modesta testimonianza d’imputato a sostegno della prova psicoattitudinale per i magistrati. Contro la quale si sono levate ancora più alte che in passato le proteste degli interessati, evidentemente consapevoli che questa volta la rischiano più del solito, in un Parlamento meno intimidito o intimidibile di altre occasioni.
E’ il 1983. Il Parlamento sta per essere sciolto con un anno di anticipo e l’ufficio di presidenza della prima commissione d’inchiesta parlamentare sulla tragica fine di Aldo Moro decide di chiudere in cassaforte, senza sottoporla a discussione, una relazione che pure aveva chiesto attraverso il governo ai servizi segreti sulle “connessioni internazionali del terrorismo”. Si vuole risparmiare così al Pci , a ridosso della campagna elettorale, la scomodità di un dibattito che potrebbe smentire l’autoleggenda di un terrorismo rosso italiano autoctono, senza mani, manine e manone d’oltre cortina di ferro, o affini.
Leo Valiani
Qualcuno spesosi molto in alto contro questa leggenda non gradisce l’operazione silenziatrice e mi fa avere il rapporto integrale, che io pubblico sulla Nazione fra le proteste, pensate un po’, anche del senatore a vita Leo Valiani. Egli scavalca il Pci e reclama sul Corriere della Sera una mia “esemplare” punizione, cioè l’arresto. Che è previsto come obbligatorio in caso di violazione di segreto di Stato, come dovrebbe ritenersi quel documento per quel “riservatissimo” stampato vistosamente sul frontespizio.
Io invece ritengo- come dopo due anni riconoscerà anche il governo con una lettera alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma che obbligherà gli inquirenti a lasciarmi in pace, dopo avermi negato il rinnovo del passaporto e comminato una decina di giorni di arresti domiciliari- che quel rapporto ha perduto la sua riservatezza nel momento stesso in cui è approdato in una commissione parlamentare di quaranta fra deputati e senatori di ogni parte politica. Uno dei quali infatti -peraltro in pendenza delle indagini prontamente avviate contro di me e la celebre testata toscana- metterà quel rapporto fra i documenti allegati ad una sua relazione di minoranza sulle conclusioni della commissione d’inchiesta bicamerale.
Adolfo Gatti
Assistito dal compianto e mitico avvocato Adolfo Gatti e convocato da un sostituto procuratore della Repubblica di Roma destinato a fare carriera, mi presento al primo e unico interrogatorio di questa mia vicenda giudiziaria. Il magistrato fa sedere me e l’avvocato davanti alla sua scrivania, si alza, raggiunge la porta, la chiude a chiave, torna al suo posto e mi chiede le generalità. Trascritte le quali a macchina da un verbalizzante, mi sento chiedere, sempre dal sostituto procuratore: “Ha subìto altre condanne?”. Io rispondo chiedendo a mia volta: “Debbo allora considerarmi già condannato alla fine di questa inchiesta?”.
Non l’avessi mai fatto. Il mio inquisitore rivendica animatamente la legittimità di questa “domanda di rito”. E io di rimando: “Un rito, direi, discutibile”. E lui ancora più animatamente, anzi animosamente, mi intima di non fare “lo spiritoso” e di raccontargli piuttosto da chi avessi ricevuto il rapporto. Che peraltro ho consegnato spontaneamente agli agenti della polizia giudiziaria mandati qualche giorno prima in redazione con un ordine di perquisizione. E tornati poi a casa, quasi all’alba., sempre per perquisizioni.
Evito, su suggerimento rivoltomi prima dell’interrogatorio dall’avvocato, di non rivendicare esplicitamente il diritto sgradito a molti magistrati alla copertura delle fonti e ricorro al solito espediente destinato purtroppo a diventare dopo molti anni vero, cioè il normale traffico di certe notizie, dossier e simili: la busta anonima trovata nella buca delle lettere del giornale e a me destinata col nome e cognome scritti in stampatello. “Questo lo va a raccontare a suo nonno”, grida il sostituto procuratore. E io: “No, questo lo racconto a Lei, come tanti colleghi fanno ad altri magistrati senza essere aggrediti”.
Nicola Gratteri
Qui finisce la mia testimonianza, con una doppia domanda dalla quale vorrei una risposta dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, così severo in questi giorni verso il guardasigilli Carlo Nordio e la politica, in genere. Eccola: quella mattina di 41 anni fa, già prima quindi delle stagioni giudiziarie invasive del 1992 e oltre, chi meritava di più una visita psicoattitudinale? Io o il sostituto procuratore poi soccombente ma destinato lo stesso a salire in carriera, credo senza cambiare stile e metodo di lavoro? I nomi in questa storia non contano, anche se mi sono offerto da testimone. Contano i fatti.
Sono passati 50 anni -troppi, diranno forse i magistrati tentati dallo sciopero contro la prova psicoattitudinale di sostanziale avvio della carriera, ma comunque senza modifiche intervenute nel frattempo nella parte della Costituzione che li riguarda- da un discorso di Giovanni Leone del 28 giugno 1974 in veste di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura che torna di attualità in questi giorni. Di attualità e, direi, anche di monito, come un precedente intervento, nella stessa sede, di Giuseppe Saragat nel 1967. Entrambi contro lo sciopero delle toghe.
Giuseppe Saragat al Consiglio Superiore della Magistratura nel 1967
Saragat definendo “giuridicamente inammissibile uno sciopero dei magistrati” poteva forse essere considerato un uomo troppo politico e poco attrezzato in materia giuridica per essere considerato, anche se a torto sul piano istituzionale, all’altezza di un’affermazione, o negazione, così perentoria. Ma Leone, un professore universitario alla cui scuola si erano formate generazioni di studenti, un avvocato altrettanto prestigioso, già presidente della Camera e due volte presidente del Consiglio, non poteva essere scambiato per un mezzo incompetente. E infatti non lo fu, guadagnandosi il mese dopo su Panorama gli apprezzamenti e ringraziamenti di un filosofo come Guido Calogero. Che proprio rifacendosi ai concetti di Leone, e prima di Saragat, scrisse: “Qui è in gioco quello stesso “senso dello Stato” di cui stranamente appaiono privi quei magistrati che pensano di poter fruire del diritto di sciopero senza alcuna distinzione rispetto a qualsiasi altro membro della classe lavoratrice. Ma allora che succederà se, in questo quadro, sciopereranno i giudici della Corte di Cassazione? Potranno scioperare, per analogia, anche quelli della Corte Costituzionale? Perché allora non anche il presidente della Repubblica?”. Che, peraltro, nella persona proprio di Leone, avrebbe avuto di che scioperare forse nel 1978, quattro anni dopo, quando fu costretto alle dimissioni anticipate in una vicenda appena rievocata sul Corriere della Sera da Walter Veltroni con una partecipazione purtroppo macchiata da qualche amnesia sul ruolo avuto dal suo Pci, e soprattutto sui motivi, all’indomani di un delitto che l’allora capo dello Stato aveva cercato in ogni modo -persino colpevolmente secondo l’opposizione comunista?- di evitare. Mi riferisco naturalmente all’assassinio di Aldo Moro dopo il sequestro, fra il sangue della scorta sterminata a poca distanza da casa, e 55 giorni di prigionia.
“Di fronte ad una prospettata astensione dal lavoro dei magistrati , disse Leone al Consiglio Superiore, “non posso che richiamare –nella mia duplice responsabilità di presidente di questo Consiglio e di custode della Costituzione e rappresentante dell’unità nazionale…..- – le parole di precisa e recisa opposizione pronunciate in questo consesso dal predecessore Giuseppe Saragat”-
“E appunto come custode della Costituzione e presidente di questo consesso, il mio predecessore, richiamandosi ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e a un ordine del giorno dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura del 20 dicembre 1963, confermato poi il 21 febbraio 1967, espresse la fiducia – continuò e spiegò Leone- che i magistrati si sarebbero astenuti da ogni manifestazione non consona con la posizione costituzionale e con il prestigio della magistratura”.
Giovanni Leone nel 1974 col vice presidente del Csm Giacinto Bosco
E ancora, sempre Leone al Consiglio Superiore del 28 gennaio 1974: “L’affermazione che la Costituzione, “in considerazione del carattere essenziale delle funzioni esercitate dai magistrati, investiti di funzione sovrana, assiscura agli stessi magistrati speciali guarentigie e uno status particolarissimo e che a queste guarantegie e a questo status non possono non corrispondere speciali responsabilità, obblighi e doveri, tra i quali quelli di assicurare la continuità di una funzione essenziale, sovrana, insuscettibile di interruzione, resta un punto fermo che è doveroso ribadire”
E gli scioperi ugualmente sopravvenuti dei magistrati? Tutti contro quel modo ancora valido, a Costituzione invariata, di vedere le cose, di sentire le istituzioni e di rispettarle.
Abituati a leggere i sondaggi in funzione della competizione fra i partiti, anche all’interno di una coalizione, reale o potenziale che sia, sono andati tutti a registrare nell’ultima rilevazione dell’Ipsos, pubblicata ieri dal Corriere della Sera, lo 0,5 per cento guadagnato in un mese dai “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni, saliti pertanto al 27,5. O il punto e mezzo guadagnato dal Pd, salito al 20,5 sul piano nazionale. O l’1,3 per cento perduto dal MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sceso pertanto al 16,1 raddoppiando praticamente le distanze dal Pd della Schlein. Con quanta poca soddisfazione per l’ex premier è facile immaginare, essendone arcinota l’ambizione a guidare l’opposizione ora, una nova maggioranza domani, anzi dopodomani.
Non c’è aria, mi sembra, di una rottura del centrodestra pur diviso, e tanto meno di un ricorso anticipato alle urne per il rinnovo del Parlamento eletto solo un anno e mezzo fa. C’è aria, al contrario, di una legislatura destinata a durare sino all’esaurimento naturale nel 2027. Matteo Savimi, che pure è il più agitato nel centrodestra, il maggiore disturbatore della quiete raccomandata dalla Meloni, prevede addirittura nei comizi e nei salotti televisivi il raddoppio dell’attuale maggioranza, sino al 2032.
Da Palazzo Chigi
Lo stesso Salvini peraltro nella corsa o rincorsa nel centrodestra ha dovuto segnare in un mese un arretramento pur del solo 0,2 per cento delle intenzioni di voto contro un aumento dello 0,5 per cento dei forzisti di Antonio Tajani, e ora anche di Letizia Moratti, Gabriele Albertini e altri tornati a casa dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il vistoso sorpasso forzista sul Carroccio festeggiato nelle recenti elezioni regionali abruzzesi si è ridotto alle dimensioni oggettivamente modeste dello 0,7 per cento. Che dovrebbe consigliare più prudenza al ministro degli Esteri, così sicuro in quelle immagini fisiche da nomenklatura che da giovani vedevamo provenire da Mosca in occasione delle parate militari davanti ai capi di turno del Cremlino.
Cabine elettorali vuote
Ma siamo sicuri che il sondaggio Ipsos appena sfornato valga per questi aspetti, o soprattutto per questi? Personalmente ne dubito, avendo trovato di maggiore interesse -o allarme, se preferite- quel 3 per cento in più registrato in un mese -la punta più alta dei cambiamenti- a favore degli indecisi, astensionisti e simili, saliti dal 49,5 al 52,5 per cento: la vera maggioranza potenziale del Paese.
Pier Ferdinando Casini sul Corriere della Sera
Il buon Pier Ferdinando Casini scriveva ieri proprio al Corriere della Sera, interloquendo con Massimo Gramellini sui rischi che costituiscono oggi i self per i politici, come dimostra il caso del sindaco di Bari ritratto con la sorella e la nipote di un boss ergastolano: “Davanti all’incombenza ogni tanto mi sovviene una domanda ancora più insidiosa” della paura di una immagine scomoda: “Come ci rimarrò quando non me lo chiederanno più”, il self? Vale per tutti: a destra, a sinistra e al fantomatico centro.
Premetto per chiarezza e lealtà verso i lettori di avere una certa simpatia personale per Walter Veltroni, per il cui Pd da lui condotto e fondato l’anno prima avrei persino votato nel 2018 se lui stesso -benedett’uomo- non me lo avesse impedito preferendo apparentarsi elettoralmente con l’Italia dei valori bollati di Antonio Di Pietro, piuttosto che con i radicali di Marco Pannella. Ma è acqua passata. Quella scelta, del resto, costò a Walter la segreteria del Pd, più ancora dell’insuccesso elettorale in Sardegna nel 2009.
Le sue dimissioni hanno via via restituito Vetroni alla saggistica e al giornalismo, sino a farne un apprezzato editorialista del Corriere della Sera. Ma questo suo processo di evoluzione, recentemente sfociato in un bel libro di meritato successo contro il linciaggio dell’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli Donato Carretta nel 1944, mi è sembrato interrotto da un ritorno alle abitudini o passioni politiche con la rievocazione, che ha voluto fare ieri sul Corriere, delle dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica nel 1978: sei mesi prima della scadenza del mandato e poche settimane dopo l’assassinio di Aldo Moro. Che lo stesso Leone, non condividendo la linea della cosiddetta fermezza imposta dal Pci alla Dc e al suo governo monocolore da componente essenziale della maggioranza, aveva inutilmente cercato di sottrarre all’esecuzione dei brigatisi rossi predisponendosi alla grazia per una terrorista contenuta nell’elenco dei tredici detenuti reclamati per lo scambio con l’ostaggio sequestrato il 16 marzo in via Fani.
Veltroni mi è sembrato, francamente, più colpito dalla “solitudine” lamentata da Leone, leggendone le carte depositate in Parlamento e scritte dall’interessato a proposito sui suoi ultimi giorni al Quirinale, che consapevole e pentito -sì, pentito- del ruolo decisivo svolto dal Pci per la sostanziale deposizione del capo dello Stato. Cui avrebbero praticamente nuociuto, secondo Veltroni, più le “campagne di stampa” scandalistiche per l’affare Loocheed e altre vicende personali che l’ostilità politica maturata nei suoi confronti nel partito comunista, Che pure a quelle campagne non aveva partecipato per dissenso esplicitato da Paolo Bufalini, che non era certamente l’ultimo dirigente delle Botteghe Oscure.
Paolo Bufalini
Fu proprio a Bufalini che Berlinguer, come ha ricordato lo stesso Veltroni, affidò l’incarico di andare a riferire al principale, più fidato collaboratore di Leone che occorrevano le sue dimissioni come “segnale” di cambiamento, reazione e simili all’impopolarità della politica. Che sarebbe emersa dai referendum sulla legge Reale per l’ordine pubblico e soprattutto sul finanziamento pubblico dei partiti, scampato per un soffio alla bocciatura.
Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse
Ma, più che di ansie morali o moralistiche il Pci soffriva in quel momento del peso di una crisi della politica di solidarietà nazionale avviata con la Dc sul solco del “compromesso storico” elaborato precedentemente da Berlinguer in persona. Un peso riconosciuto e raccontato da Veltroni in termini generici, senza mai riconoscere, e quindi precisare se condiviso o non da lui, l’ostilità procuratasi da Leone alle Botteghe Oscure dandosi da fare per un rilascio in qualche modo negoziato di Moro da parte delle brigate rosse, Questo, in realtà, più che ogni altro, fu il fattore, il motivo vero dello scontro consumatosi in quei giorni. Uno scontro descritto da Veltroni raccontando più delle penose interlocuzioni di Leone con i colleghi di partito Giulio Andreotti e Benigno Zaccagnini, smaniosi di chiudere la partita reclamata da Berlinguer, che dei rapporti diretti o indiretti fra lo stesso Leone e il Pci. Che peraltro alle elezioni presidenziali del 1971 non aveva voluto votarlo, così come non aveva voluto votare il precedente candidato ufficiale della Dc, che era stato Amintore Fanfani. Avrebbe invece voluto votare Moro, bloccato però dal suo partito nelle scuderie, diciamo così, nonostante il tentativo compiuto ad un certo punto dal segretario Arnaldo Forlani di metterlo in pista, in dissenso dal suo ormai ex capocorrente Fanfani.
Giovanni Leone
La fretta di Berlinguer, a monte di quella di Andreotti e Zaccagnini, di chiudere la partita del Quirinale aperta -ripeto- dal Pci nasceva peraltro dalla paura nutrita alle Botteghe Oscure, e non so se avvertita anche dall’allora poco più che ventenne Veltroni, che Leone si lasciasse tentare dal desiderio di chiarire le circostanze nelle quali era stato vanificato il suo tentativo di salvare la vita di Moro. Il cui assassinio avvenne poche ore prima che, conclusa una riunione molto attesa della direzione democristiana, l’unica durante tutto il sequestro del presidente del partito, Leone firmasse la grazia a Paola Besuschio e cercasse di fare riaprire fra i capi delle brigate rosse la discussione sull’epilogo del sequestro e della prigionia del presidente dc.
Leone insomma, per dirla il più chiaramente possibile, persino brutalmente, doveva lasciare il Quirinale il più presto possibile e nel modo meno decoroso per lui, o più sputtanante, perché non fosse credibile una sua recriminazione su come fosse stato gestito il sequestro dal governo. Una recriminazione di cui si coglie una traccia, o un sintomo, in un passaggio delle carte di Leone lette e riferite da Veltroni su una richiesta dello stesso Leone di ricorrere alla Croce Rossa Internazionale per sciogliere la matassa del sequestro. Una strada che il governo disse a Leone di avere già inutilmente percorso senza tuttavia convincerlo di averci davvero tentato,
Giovanni Leone nel suo ritiro alle “Rughe”
L’operazione di sostanziale intimidazione e discredito del presidente della Repubblica raggiunse sinistramente, diciamo pure ignobilmente, i suoi effetti. Leone si chiuse in casa, nella sua villa alle Rughe, come in un ricovero in una guerra. Tornò praticamene a parlare -fra l’altro con una intervista al Foglio da me raccolta nel suo studio accanto alla moglie- dopo una ventina d’anni, quando a cambiare il clima attorno a lui furono i radicali con una lettera di scuse per il contributo dato alle sue dimissioni e al suo ingiusto discredito. Che è la lettera con la quale Vetroni ha aperto la sua rievocazione della vicenda più tragica, ambigua, sordida della Repubblica, dopo o accanto a quella dello stesso sequestro di Moro. La vicenda cioè di un capo dello Stato eliminabile senza bisogno né di sequestrarlo né di ucciderlo.
Anche se i giornali di Angelucci, parlamentare ora della Lega dopo esserlo stato di Forza Italia, non godono in questi giorni di benevola attenzione, diciamo così, per il tentativo dell’editore di acquistare pure l’Agenzia Italia , fondata e posseduta da60 anni dall’Eni, merita una citazione il brillante titolo di oggi del quotidiano Il Tempo sulla situazione nel Pd. Dove si intrecciano la rivalità interne sulle candidature alle elezioni europee del 9 giugno e il crescente malumore per i rapporti d’inseguimento fra la segretaria Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Un inseguimento elettorale, con i due partiti distanziati di pochi punti nei sondaggi, e politico per chi a suo tempo dovrà o potrà guidare un’eventuale alleanza alternativa al centodestra a livello nazionale, e non solo ad alcuni livelli locali.
“Pd a brandElly” è il titolo del giornale romano, di una certa brillantezza competitiva con quella più abituale di una testata politicamente e culturalmente opposta com’è quella del manifesto. A ciascuno il suo.
In un pur vistoso proposito di riabilitazione storica della buonanima di Giovanni Leone, tornato sulla prima pagina del Corriere della Sera in fotografia fra due cavalli di bronzo, come le facce di quanti ne reclamarono e ottennero nel 1978 le dimissioni da capo dello Stato per chiedergli scusa piò o meno esplicitamente dopo vent’anni, Walter Veltroni alla fine ha ceduto alla sua passione politica. Ed ha ridotto il ruolo principale invece svolto dal suo partito, il Pci, in quella vicenda.
Il libro di Veltroni su Carretta
Essa non fu così drammatica come il linciaggio nel 1944 dell’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli, Donato Carretta, dallo stesso Veltroni raccontato in un libro fresco ancora di stampa e fra i più venduti in questi giorni, ma fu ugualmente oscena, forse ancora di più per il tanto tempo trascorso nel 1978 dal clima caotico di 34 anni prima, a guerra ancora in corso e con l’Italia fisicamente, politicamente e militarmente spaccata in due.
“Leone -racconta Veltroni- fu costretto alle dimissioni, primo caso della storia repubblicana, in seguito a ripetute campagne di stampa contro di lui”. Che in effetti ci furono, per carità, tutte tendenti a coinvolgerlo in alcuni scandali, Ma non furono quelle a far dimettere Leone. Fu un diktat del Pci, subìto dalla Dc in una maggioranza di governo condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti, per avere egli osato mettersi di traverso durante il sequestro di Aldo Moro sulla strada della linea della cosiddetta fermezza.
Veltroni sul Corriere della Sera
Veltroni la mette invece così in un passaggio dell’articolo, scritto dopo avere consultato anche le carte di Leone depositate in Parlamento: “I giornali ogni giorno picchiano sul Quirinale, il sistema politico è già scosso dalle conseguenze del devastante assassinio di Moro. I referendum sulla legge Reale e sul finanziamento pubblico dei partiti hanno disvelato un profondo malcontento, la Dc è nella bufera, il Pci in verità non regge più una solidarietà nazionale che è divenuta un simulacro e usa il caso Leone per dare un segnale”. Un segnale.
Veltroni ancora sul Corriere della Ser
“Paolo Bufalini -racconta ancora Veltroni, che a 23 anni già frequentava come un mezzo dirigente la sede del Pci alle Botteghe Oscure- si fa ricevere dal capo della segreteria Valentino per comunicare la decisione presa. E’ il primo atto dello sganciamento del Pci, dopo la morte d Moro, da una un equilibrio di solidarietà nazionale che nessuno sembra più volere”. La decisione, naturalmente, è quella di farlo dimettere, di deporlo sei mesi prima della scadenza del mandato.
Veltroni sul Corriere della Sera
Lo stesso Bufalini -racconta più avanti Veltroni – “ammetterà: A me non risultò mai nulla contro di lui. Infatti il Pci non si associò alla campagna di stampa che lo aveva preso di mira”. Esso fece di più: impose alla Dc e ai suoi uomini, a cominciare dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal segretario del partito Benigno Zaccagnini, le dimissioni di Leone, in uno scenario più da Cremlino, di allora e di oggi, che da Quirinale. Una vergogna rimasta semplicemente impunita.
Tutti stiamo lì a misurare di giorno in giorno, di ora in ora le distanze, all’interno del centrodestra, fra Giorgia Meloni e il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Del quale il collega e amico di partito Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha appena spiegato in una intervista al Corriere della Sera il proposito di “recuperare un po’ dell’identità che abbiamo perso negli ultimi anni col governo di unità nazionale, in cui abbiamo pagato a caro prezzo il nostro spirito di sacrificio per il bene comune”.
La successione da Draghi a Meloni
Si tratta, anzi si trattava naturalmente del governo di Mario Draghi, al quale si era opposta solo la destra della Meloni appoggiandone però alla fine, ed ereditandone quasi paradossalmente, la politica estera. Cioè, la parte più importante e visibile, cresciuta col prolungamento della guerra in Ucraina e con la sopraggiunta guerra di Gaza. E ciò senza che, vinte le elezioni anticipate nel 2022, la Meloni abbia poi perduto consensi, diversamente dalle emorragie continue subite da un Salvini entrato per questo in fibrillazione acuta, a dir poco.
L’ultimo manoscritto di Silvio Berlusconi
Tutti, dicevo, stiamo lì a misurare le distanze all’interno del centrodestra fra Meloni e Salvini, o viceversa, in qualche modo speculari a quelle fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte nel campo di controversa ampiezza o lunghezza. Eppure sarebbe il caso che cominciassimo a misurare le distanze, forse meno visibili ma non meno significative, in corso quanto meno di maturazione fra la Meloni e i forzisti del solo apparentemente tranquillo, o meno agitato, Antonio Tajani, l’altro vice presidente del Consiglio. Al quale la figlia del compianto Silvio Berlusconi, Marina, ha involontariamente -spero- creato qualche grattacapo politico diffondendo con un libro di Paolo Del Debbio quattro paginette inedite del padre, scritte a mano quasi in punta di morte per ribadire, rafforzare, aggiornare e quant’altro la natura del partito di cui nessun altro dopo di lui sarà il presidente: Forza Italia, naturalmente.
Dall’Unità di Piero Sansonetti
Esce da quelle paginette, la cui stesura è stata raccontata da Marinaquasi con le lacrime agli occhi, un partito certamente garantista come la sinistra probabilmente non tornerà mai ad essere, se lo è mai stata, ma competitiva con essa sui terreni della pace, del superamento dei confini, degli aiuti ai bisognosi ed altro ancora.La rinata Unità diretta da Piero Sansonetti ha presentato “il testamento di Berlusconi” come “un manifesto anti-sovranista”, anzi come”L’Anti Giorgia”, in nero, e “Il J’accuse del Cav”, in rosso.
Dal Foglio
Ma è l’Unità, direte. Certo, è il giornale che fu del Pci, ma nello stesso giorno sul Foglio il vice presidente forzista della Camera Giorgio Mulè si è richiamato pure lui a Berlusconi per bacchettare gli amici di partito per niente garantisti scatenatisi come dei meloniani qualsiasi di origini giustizialiste contro la Bari da mafia, diciamo così, del governatore pugliese Michele Emiliano e del sindaco Antonio Decaro.
I numeri elettorali democristiani li ha da qualche anno la leader della destra che la Dc praticamente neppure l’ha conosciuta, o comunque frequentata, avendo Giorgia Meloni cominciato a fare politica quando lo scudo crociato era già stato dismesso dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli. Ma i volti della Dc, quelli no, sono rimasti altrove. Prevalentemente nel Pd, fra inquilini e ospiti del Nazareno, i più illustri e blasonati dei quali sono, in ordine rigorosamente alfabetico, Pier Ferdinando Casini e Dario Franceschini.
Renzo Lusetti
Mi ha fatto una certa impressione vedere in una foto quel faccione sempre da ragazzo di Renzo Lusetti, pur con i capelli brizzolati, fra gli stessi Casini e Franceschini sulla costiera amalfitana per ricordare festosamente il congresso sostanzialmente ricostitutivo, 40 anni fa, del movimento giovanile della Dc. Che un insofferente Amintore Fanfani aveva commissariato perché guidato e composto non da ragazzi, come lui reclamava anche a norma di statuto, ma da “giovani anzianotti”, come li chiamava canzonandoli. E come continuarono o ripresero a comporlo e guidarlo sotto la regia e la protezione del segretario nazionale del partito Ciriaco De Mita.
Proprio Lusetti in quel congresso a Maiori del 1984 fu eletto a capo del movimento non a 18 anni, quando già dal 1975 si era considerati maggiorenni, ma a 25. E altrettanti ne aveva Franceschini. Tre in più ne aveva invece Casini. Dodici in più addirittura Clemente Mastella, che non più da giovane ma da adulto e già navigato uomo di fiducia di De Mita tirò praticamente le fila di quel congresso facendolo vincere a Lusetti piuttosto che a Mauro Fabris, un doroteo arrivato in costa amalfitana con più voti dell’altro e convinto di doversela vedere solo col concorrente Luca Danese, 26 anni. Cui non fu di alcun aiuto la parentela con Giulio Andreotti: nipote da parte della moglie.
Renzo Lusetti al Mattino del 23 marzo
Lusetti oggi non ritiene realistico il ritorno alla Dc sostenuto invece dall’ex governatore siciliano Totò Cuffaro. Ma sente anche lui la mancanza di un “partito cattolico”, specie con la fisionomia che sta dando al Pd la segretaria Elly Schlein, pur arrivata al vertice del Nazareno con l’aiuto di Franceschini. “Il Pd oggi -ha detto Lusetti al Mattino dopo l’amarcord di Maiori- è squilibrato a sinistra, propone temi e argomenti che nella loro radicalità non appaiono riconducibili a un centrosinistra riformista. Dall’altra parte, il centrodestra -ha aggiunto- è quello che è e si sente la mancanza dellpolitica di centro”.
Pino Pisicchio
Non so se Pino Pisicchio, 69 anni, un democristiano di scuola morotea sopravvissuto psicologicamente ad un passaggio per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, abbia partecipato al raduno di Maiori. E non so neppure se avesse partecipato, quasi trentenne, a quel congresso rifondativo del movimento giovanile democristiano. Ma è significativo che proprio in coincidenza coll’amarcord di Lusetti, Franceschini, Casini e altri, fra i quali l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, il mio amico Pino abbia sentito il bisogno di scrivere sulla Gazzetta del Mezzogiorno con una certa delusione o preoccupazione del Pd se non del Papa, almeno della “profeta straniera” che sarebbe Elly Schlein.
Pino Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 24 marzo
Questo Pd secondo Pisicchio- e chissà se, sotto sotto, anche secondo Franceschini dopo le aperture e la fiducia iniziali- che persegue la strada di un’alleanza organica col Movimento 5 Stelle di Conte, rischia di non riuscire a proporsi come alternativa plausibile al centro-destra per tre ragioni fondamentali”. La prima è la consegna ormai avvenuta del “perno” dell’operazione al “partener più instabile di tutti” che è Conte, “un avvocato che fu tolto ai tribunali e fatto premier da un giorno all’altro e che ha visto come un insopportabile insulto la sua defenestrazione” da Palazzo Chigi. La seconda ragione è l’insufficienza elettorale e parlamentare di un’alleanza fra pd e grillini. “La terza -e collaterale, direi, nell’analisi di Pisicchio- è che manca ciò che ha consentito al Pd di andare al governo in altri momenti: le cinquanta sfumature di centro”. Manca insomma “quella terra di mezzo che fa vincere”. Ed ha fatto vincere anche il centrodestra, “ancorchè ad egemonia meloniana”.
La presenza di Franceschini a Maiori significa -ripeto- che tutto questo frulli ormai anche nella sua testa? Ecco la domanda che potrebbe essersi posta con qualche ansia, leggendo le cronache dalla costiera amalfitana, anche la segretaria del Pd.