La solita, monotona prova di antifascismo chiesta alla conservatrice Meloni

   Sono sempre a senso unico le strade della strumentalizzazione: anche quella delle prime pagine dei giornali piene oggi di titoli indignati contro “il saluto romano” lamentato dal Corriere della Sera e l’”adunata nera” denunciata da Repubblica per quelle centinaia o migliaia di braccia levate davanti a quella che fu la sezione romana missina di via Acca Larenzia. Dove da più di 40 anni si ricorda una strage successiva con tre giovani vittime successiva a quell’altra odiosa del 1973 a Primavalle.

         Un po’ di onestà d’informazione e d’immagine dovrebbe fare accompagnare le foto delle  tante braccia alzate con quelle del 7 gennaio 1978, con o senza i cadaveri. Basterebbero quelle senza. O la riproduzione di qualcuna delle tante scritte di poco glorioso antifascismo a scoppio ritardato -visti gli anni trascorsi dalla fine della dittatura-  con le quali si invocavano sui muri di diverse città italiane, senza che nessuno si scandalizzasse più di tanto, “10, 100, 1000 Acca Larentia”.

         Senza volere sposare la riduttiva vignetta del Foglio su quelle braccia e mani levate per reclamare “come un sol uomo” in un’aula scolastica o simile il bisogno di “andà in bagno”, ma neppure ridurre tutto all’ennesima “trappola identitaria” -ha titolato il Corriere–  in cui sarebbe caduta col suo silenzio anche la premier Giorgia Meloni, penso che si debba finirla con questa pagliacciata di reclamare da lei un giorno sì e l’altro pure dimostrazioni della rottura con un passato che anagraficamente non le può appartenere. La Meloni non deve farsi perdonare come il Fini pur tanto apprezzato a suo tempo per la rottura con Silvio Berlusconi quel Mussolini ancora scambiato nel 1994, dopo lo sdoganamento della destra da parte dello stesso Berlusconi, come “il più grande statista” del secolo allora non ancora concluso.

         Via, sarebbe ora anche per noi giornalisti, oltre che per i politici dalla coerenza a corrente alternata, di uscire dall’asilo Mariuccia e di affrontare con maggiore serietà problemi vecchi e nuovi dell’Italia. Persino Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano è riuscito a contenere la sua polemica per il silenzio rimproverato alla Meloni scrivendo sopra la testata, senza dileggiare la leader della destra conservatrice di questo secolo col solito fotomontaggio in orbace o simili, che la premier dovrebbe dissociarsi da quelle braccia alzate “non perché sia fascista ma perché è la premier di uno Stato antifascista”. La cui Costituzione non sarà dichiaratamente antifascista, come ha recentemente sostenuto il presidente del Senato Ignazio La Russa, ma fu fatta da antifascisti. E, pur pur con una norma compresa fra “le disposizioni transitorie e finali”, dispone il divieto della “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

         Come ho già scritto qui e altrove, a me sembra che la premier sia tornata alle “dimensioni”, e altro ancora, più democristiane che del fascismo degli anni del “consenso” storicizzato da Renzo De Felice.

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Il Quo Vadis un pò democristiano della premier Giorgia Meloni

   Non so se per ragioni più di prigrizia o di calcolo, temendo in quest’ultimo caso di portare acqua ad un mulino sgradito, si misurano più le piccole distanze elettorali e sondaggistiche fra il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte che quelle consistenti fra il Pd anche della Schlein, dopo quello di Enrico Letta, e la destra di Giorgia Meloni. Che, in dimensioni ormai democristiane, sovrasta di una decina di punti il partito nel quale confluirono i resti del Pci e della sinistra scudocrociata nel 2007. Quando Walter Veltroni pensò di poter strappare con quell’operazione al centrodestra a forte trazione ancora berlusconiana l’eredità elettorale, politica e maggioritaria della Dc. Che era stata sciolta 14 anni prima da Mino Martinazzoli nella speranza rapidamente svanita di farla rivivere nell’originario partito popolare del compianto don Luigi Sturzo.

         Quella fusione tra “anime”- si disse- così diverse fallì non meno del sogno di Martinazzoli e fu impietosamente e rapidamente declassata, come si ricorderà, da Massino D’Alema ad “amalgama malriuscito”. Cui si cerò di rimediare prima virando ancora più a sinistra con Pier Luigi Bersani e poi più verso il ricordo democristiano con due segretari di comune origine scudocrociata ma che più diversi fra di loro non potevano essere o rivelarsi come Matteo Renzi ed Enrico Letta. Fra i due ci fu l’intermezzo dell’ex funzionario del Pci  Nicola Zingaretti.

         Messasi in politica da ragazza quando la Dc già boccheggiava e la destra cominciava a raccoglierne l’eredità elettorale a Roma con Gianfranco Fini arrivato al ballottaggio pur sfortunato per il Campidoglio contro Francesco Rutelli, Giorgia Meloni non porta nel suo bagaglio d’opposizione l’antidemocristianismo, diciamo così. Porta solo anticomunismo prima e antisinistrismo generico poi. Che le permette ora di non essere vista così pericolosamente da quel che rimane del vecchio elettorato democristiano o dei suoi figli e nipoti.

         Non è per caso che non un blasonato democristiano a riposo come Pier Ferdinando Casini, a suo agio ormai come ospite del Pd nei ritorni al Senato, ma un democristiano ancora alle prese con le pratiche del tesseramento di una Dc immaginaria come Gianfranco Rotondi, dopo un lungo passaggio per Arcore, sia entrato non dico nel cerchio magico o familiare di Giorgia Meloni ma quasi. Egli ha partecipato con entusiasmo alle sue feste anche di compleanno.

         Un’accelerazione sulla strada di una certa democristianizzazione della destra meloniana – altro che l’omaggio ad Antonio Gramsci da parte del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano con una targa commemorativa ventilata nella clinica romana dove morì il fondatore del Pci- – è seguita anche alla conferenza stampa d’inizio d’anno della premier. Che ha approfittato, per esempio, dell’occasione offertale da Giuliano Amato con le stizzite dimissioni dalla guida di una commissione di studio ed altro sull’intelligenza artificiale per sostituirlo con un frate e teologo – Paolo Benanti- consigliere del Papa. Cosa, forse, che neppure un presidente del Consiglio davvero democristiano avrebbe fatto per paura di non apparire abbastanza laico o “adulto”, alla Prodi.

         L’ottantottenne Domenico Fisichella, che aiutò una trentina d’anni fa il Movimento Sociale di Fini ad uscire dalla sua ridotta per l’avventura di Alleanza Nazionale, ha appena sfoderato intellettualmente e politicamente per i conservatori rappresentati a livello internazionale dalla Meloni una definizione che potrebbe far sentire a casa loro molti veterani della Dc e discendenti. “Il conservatore -ha spiegato o garantito Fisichella lasciandosi intervistare dal Giornale fra i suoi libri- è un riformatore, vuole l’innovazione e lo sviluppo con costi accettabili e profitti durevoli”. 

         Pur privo forse di una biblioteca alle spalle come quella di Fisichella, ma ancora capace di maneggiare parole e simboli in quello che Berlusconi chiamava “teatrino politico”, si è fatto sentireanche Gianfranco Fini, stavolta sul Foglio, per dire che al punto in cui sono ormai arrivate evoluzioni, cose e quant’altro, si può anche “discutere” della rinuncia della destra alla “fiamma”. Che lui volle preservare pur uscendo “per sempre dalla casa del padre” e ancora si presta a tante paure, polemiche e strumentalizzazioni. L’altro Gianfranco, il già citato Rotondi che continua a stampare tessere della Dc, avrà rischiato l’esplosione del petto gonfiandolo di soddisfazione o speranza, o entrambe.

Pubblicato sul Dubbio

Giuseppe Conte rincorre Matteo Renzi nella caccia a Giorgia Meloni

         Giuseppe Conte, forse inquieto anche per la prospettiva di un duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein che un po’ disturba la sua visibilità e la nota aspirazione a sorpassare il Pd per assumere la guida prima dell’opposizione e poi dell’alternativa al centrodestra o destra-centro della premier in carica, non ha voluto apparire scavalcato anche da Matteo Renzi. Cui peraltro l’avvocato di Volturara Appula non ha ancora perdonato, né -credo- perdonerà mai l’azione condotta fra il 2020 e il 2021 per fargli perdere Palazzo Chigi, dopo averlo salvato nel 2019, e farlo sostituire da Sergio Mattarella con Mario Draghi. Dalla cui esperienza sarebbe maturato tutt’altro corso politico da quello previsto da Beppe Grillo quando obbligò praticamente un incerto Conte a contribuire al governo dell’ex presidente della Banca Centrale Europea con un po’ di ministri, fra i quali quello degli Esteri Luigi Di Maio. Che rimase poi con Draghi anche quando Conte decise di sabotarlo via via, sino a farlo cadere e a interrompere la legislatura con elezioni anticipate.

         Pertanto all’intervista di Renzi di ieri al Corriere della Sera contro la Meloni, che sarebbe stata “brava” nelle tre ore e più di conferenza  stampa d’’inizio d’anno a “nascondere” le difficoltà del suo governo e relativa maggioranza, il capo del Movimento 5 Stelle ne ha voluto far seguire oggi una sua alla Stampa contro “tutte le bugie” della premier. Alla quale ha contestato anche una “questione morale”, come fece nel 1981 l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer, in una famosa intervista ad Eugenio Scalfari, contro la Dc da lui aiutata nel 1976, con la maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, a superare le difficoltà di un risultato elettorale con “due vincitori” -disse Aldo Moro a proposito della stessa Dc e del Pci- incapaci di organizzare una maggioranza l’una contro l’altro per ragioni o numeriche o politiche.

         Poi la cosiddetta questione morale usata da Berlinguer per liquidare i passati rapporti con la Dc da lui stesso interrotti nel 1979, in verità,  per non prestarsi al riarmo missilistico di una Nato sotto il cui “ombrello” si era pur sentito protetto dall’invadenza sovietica, sarebbe stata adoperata dai suoi successori nel 1992 contro Bettino Craxi che stava entrando nel tritacarne di Tangentopoli.  Altri tempi, altri uomini.

         Ora la questione morale sollevata da Conte contro la Meloni nasce dalla mancata sostanziale rimozione di Daniela Santanchè da ministra del Turismo o di Andrea Delmastro da sottosegretario alla Giustizia, o dalla copertura che la premier ha fornito al vice presidente leghista del  Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini esonerandolo dal dovere o dall’opportunità di riferire in Parlamento su affari, pur del passato, su cui sta indagando la Procura di Roma fra l’Anas e i Verdini padre e figlio: Verdini come Francesca, la fidanzata dello stesso Salvini figlia e sorella degli indagati entrambi agli arresti domiciliari.

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Giorgia Meloni fa perdere politicamente la testa a Matteo Renzi

  Temo, per lui naturalmente, che a perdere di più la testa dopo e a causa della conferenza stampa d’inizio d’anno di Giorgia Meloni sia stato Matteo Renzi. Non quello travestito da arabo con l’amico Marco Carrai nel fotomontaggio di prima pagina del Fatto Quotidiano, a caccia di petrodollari per conservare il vertice della classifica dei parlamentari paperoni, non avendo fatto in tempo ad acquistare a Milano il biglietto vincente della lotteria Italia, ma il Renzi vero.  Quello propostosi agli italiani nelle ultime elezioni politiche come il motore, se non la guida momentaneamente lasciata al pur infido Carlo Calenda, di un terzo polo capace di oscurare a destra l’astro nascente della prima donna destinata a Palazzo Chigi e di far perdere definitivamente a sinistra le tracce di un Pd da lui inutilmente conquistato come segretario, e poi anche presidente del Consiglio, nell’ormai lontano 2012.

   Da allora sembrano obiettivamente passati molto più degli undici anni e rotti trascorsi sul calendario, tanto è cambiato nel frattempo lo scenario politico italiano, pur in buona parte sotto la regìa dello stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da lui voluto ostinatamente nel 2015, anche a costo di rompere la semi-alleanza stretta con Silvio Berlusconi al Nazareno sul terreno della riforma costituzionale con i buoni uffici del comune amico Denis Verdini. Riforma notoriamente bocciata nel 2016 con quel referendum che doveva essere confermativo. E bocciata con l’inedita convergenza fra una destra ancora a trazione berlusconiana e una sinistra tornata in quella contingenza a trazione dalemiana, in una riedizione improvvisata, quindi, del famoso “Dalemoni” uscito dalla fantasia, o dall’acume, del compianto Giampaolo Pansa.

   Forse pentito del riconoscimento fatto ieri sul suo Riformista alla Meloni di essersi dimostrata nelle tre ore e più della sua conferenza stampa, comprensive di una corsa umanissima alla toilette, “un’autentica- consumata- fuoriclasse della comunicazione”, contestata “in malafede”, Renzi ha voluto precisare oggi sul Corriere della Sera il carattere sostanzialmente fraudolento di quel successo.

   Fraudolento, ripeto, perché la premier avrebbe speso la sua bravura per “nascondere l’affanno”, al singolare ma tanto grande da poterle risultare fatale, in cui si troverebbe col suo governo e con la sua maggioranza. Che -ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – “devono trovare 15 miliardi per il 2024 e 35 miliardi per il 2025”. In attesa comunque della catastrofe da lui attesa o auspicata, Renzi ha riconosciuto che “per sei mesi la premier anestetizzerà tutto con la campagna elettorale. Si atteggerà a statista in politica estera dove pure non tocca palla. Cannibalizzerà Salvini e Tajani e a luglio gestirà il rimpasto da un punto di forza”. Un rimpasto, ripeto, da un punto di forza, non il suo funerale politico. Che tanto servirebbe invece a Renzi per continuare a fare davvero  politica, e non solo soldi.

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Sulla Meloni incombe sempre di più l’eredità della Democrazia Cristiana

   La “promozione in comunicazione”, assegnata ad una Gorgia Meloni pur “pasticciona e rancorosa” da Piero Ignazi sull’insospettabile e debenedettiano Domani, ha contribuito probabilmente ad alimentare tendenze già emerse  da qualche tempo a convogliare a destra l’eredità della pur lontana ma non certo dimenticata Democrazia Cristiana. Della cui maggiore corrente, quella “dorotea”, ha trovato traccia nel linguaggio e nel comportamento della Meloni alla conferenza stampa d’inizio d’anno Antonio Polito oggi nell’editoriale del Corriere della Sera. E ciò pur in chiave critica, per contestarle troppa condiscendenza, disponibilità, copertura dell’alleato e concorrente Matteo Salvini. “Una lunga disfida a destra” è  il titolo dell’editoriale del più diffuso giornale italiano.

         “Una lunga rincorsa a destra”, ha insistito il Corriere nella titolazione interna, sempre basandosi sul rapporto privilegiato con la Lega attribuito ad una Meloni affrettatasi, per esempio, ad esonerare il vice presidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture dall’obbligo o dalla semplice opportunità, reclamata invece dalle opposizioni, di riferire in Parlamento, sull’onda di una inchiesta giudiziaria in corso, sui rapporti affaristici fra l’Anas  e il padre e il fratello, entrambi agli arresti domiciliari, della sua fidanzata Francesca Verdini.

         Anche se il Corriere della Sera è stato sfortunato nell’aspetto polemico della sua analisi perché proprio oggi i giornali riportano, come Il Foglio in prima pagina, la rottura consumatasi in Sardegna fra la Meloni e Salvini sulla candidatura del centrodestra a governatore  nelle elezioni regionali del mese prossimo, permane l’impressione e un po’ anche la spinta a vedere e interpretare la Meloni in chiave post-democristiana. D’altronde, pur da “partito di centro che guarda a sinistra”, come la definì Alcide De Gasperi, la Dc qualche occhiata a destra non se la risparmiava, anche per eleggere in Parlamento qualcuno dei suoi presidenti della Repubblica. E non solo per definire “voti in libera uscita dalla Dc” quelli che Giulio Andreotti una volta vide trasferirsi numerosi a Catania verso il partito di Giorgio Almirante. Dove rimasero per un po’ di tempo prima di “tornare a casa”, sempre secondo Andreotti.

         Gianfranco Fini ha ricordato proprio oggi in una intervista al Foglio che anche lui nel 1993, a Dc quasi sciolta, ne convogliò parecchi voti nella corsa al Campidoglio sostenuta a distanza pure  da Silvio Berlusconi  ma ugualmente  persa contro Francesco Rutelli . Ed ha condiviso lo scenario d “un partito unico conservatore” guidato da una Meloni “preparata e abile”, che ora deve “aprire il Fdl”.

    Alla domanda se sia possibile una rinuncia alla “fiamma” ereditata dalla destra e tanto spesso contestata anche da moderati, oltre che dalla sinistra, Fini ha risposto a beneficio della titolazione: “Se ne può discutere”.  Non è poco per l’ex allenatore della Meloni, diciamo così, con tanto di documentazione fotografica. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 gennaio

Giuliano Amato protesta….rinunciando all’intelligenza artificiale

   Davanti al sarcasmo che si è guadagnato Giuliano Amato nella conferenza stampa di Giorgia Meloni per l’allarme lanciato contro la “deriva autoritaria” della destra al governo, sono rimasto amareggiato per la stima che ho sempre avuto dell’ex presidente del Consiglio, conosciuto quando era il braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Se non ripeto una battuta di tre anni fa di Beppe Grillo evocata in questi giorni da Tommaso Labate sul Corriere della Sera –“Gli errori dei grandi uomini ci dispiacciono perché danno l’occasione agli scemi di correggerli”- lo devo al fatto che non considero per niente scema la premier. La quale, da professionista della politica come si è confermata nell’incontro d’inizio d’anno con i giornalisti, parando quasi tutti i tiri tirati contro la sua rete, ha saputo cogliere bene, e altrettanto bene contestare l’attacco subìto dal presidente emerito della Corte Costituzionale e rilanciato da una delle prime domande.

         In particolare, la premier ha saputo spiegare bene la paura della pretesa deriva autoritaria da parte di Amato con la vicina scadenza del mandato di quattro dei giudici costituzionali di elezione parlamentare. Ai quali pertanto la larga maggioranza di cui dispone il governo in carica consentirebbe l’elezione, a Camere riunite congiuntamente, di giudici costituzionale di orientamento di centrodestra, o destra-centro, come è finita per diventare la coalizione improvvisata nel 1994 dal compianto Silvio Berlusconi e uscita sorprendentemente vincente dalle prime elezioni della cosiddetta seconda Repubblica. Potranno risultare di orientamento di centrodestra questi nuovi quattro giudici della Consulta, come sono risultati di orientamento opposto quelli eletti in passato da maggioranze di centrosinistra o similari, senza che mai nessuno se ne fosse stupito o scandalizzato più di tanto.

         Convinta giustamente, anche per il ruolo preminente che una politica come lei ha saputo conquistarsi elettoralmente, che la democrazia comporta uguali diritti per tutti, sia che la maggioranza sia di sinistra sia che sia di destra, la Meloni ha trovato nel ragionamento, oltre che nella paura, di Amato un vulnus inaccettabile. Tanto più perché i giudici di elezione parlamentare costituiscono solo un terzo della Corte Costituzionale, essendo un altro terzo nominato dal presidente della Repubblica e un altro terzo ancora designato dalle magistrature ordinaria e amministrative, secondo l’articolo 135 della Costituzione. A meno che -ha detto la Meloni- non lo si voglia modificare per affidare la nomina del supremo organo di garanzia costituzionale “al Pd, sentiti alcuni esimi specialisti fra i quali il professore Giuliano Amato”. Che converrà, per l’acume, la sottigliezza e altre qualità che gli riconosco, di essersi meritato- ripeto- questo affondo pur in tutto il suo carattere paradossale compatibilissimo con la polemica politica.

    Naturalmente, buon anno lo stesso, sereno e tranquillo, caro Giuliano. Sereno non certo nel senso renziano, su cui lo stesso Matteo Renzi ormai si è abituato a scherzare ricordando la propria successione a Palazzo Chigi ad un Enrico Letta da lui appena incoraggiato a proseguire l’esperienza di presidente del Consiglio. Diversamente dalla presidenza di una commissione di Palazzo Chigi sull’intelligenza artificiale, cui ha appena rinunciato in polemica proprio con la Meloni dichiaratasi peraltro quasi estranea alla nomina, la presidenza emerita della Corte Costituzione è a vita. 

Pubblicato sul Dubbio del 6 gennaio

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La caccia non alla, ma della Meloni in tre ore di conferenza stampa

   Proviamo a fare un gioco di società dopo la lunga conferenza stampa d’inizio d’anno nella quale la premier Giorgia Meloni non si è certamente risparmiata in polemiche quando le domande dei giornalisti, volenti o nolenti, le hanno passato la palla, più che tirare in porta. E ciò in una partita che lei ha affrontato con ormai consolidata professionalità politica. “Piuttosto brillante”, le ha riconosciuto il manifesto. “Efficace” e “promossa in comunicazione”, ha titolato insolitamente Domani.  Proviamo a capire che è uscito peggio delle sue staffilate.

         L’ormai penoso collega deputato e di partito Emanuele Pozzolo, sospeso dai “fratelli d’Italia” in attesa forse di espulsione, sostanzialmente accusato di sabotaggio per avere compromesso con la sua disinvolta condotta di portatore d’arma lo sforzo di serietà imposto alla destra dalle responsabilità ricevute dall’elettorato?  Un Pozzolo cui consiglierei di rinunciare spontaneamente al mandato parlamentare, oltre alla tessera di partito, per quello che ha combinato a un veglioncino di Capodanno e per quello che appunto la Meloni gli ha detto, peraltro prima che il ferito dalla sua pistola- genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro- ne aggravasse la situazione querelandolo.

         Il giudice “sfrontato” della Corte dei Conti Marcello Degni, nominato dall’allora governo di Paolo Gentiloni e adirato con le  opposizioni per non avere fatto ciò che potevano per fare entrare l’Italia in cosiddetto “esercizio provvisorio”? Che -si sa- nei mercati finanziari non è proprio una medaglia al petto di un paese indebitato come il nostro.

         Il candidato a capo dell’opposizione Giuseppe Conte? Che ha ottenuto un giurì d’onore alla Camera sentendosi offeso dall’accusa della Meloni di avere fatto firmare “nelle tenebre”, durante gli ultimissimi giorni del suo secondo governo, il trattato riformato del Mes. Sarà stato ancora legittimamente in carica in quel momento, ma Conte difficilmente potrà negare la circostanza rimproveratagli dalla Meloni di sapere già che mancava una maggioranza parlamentare per la ratifica di quel trattato. Che infatti è stato appena bocciato anche col suo voto..

         Il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, insorto contro la “deriva autoritaria” di una destra che potrebbe eleggere a breve in Parlamnento quattro giudici della stessa Corte sui 15 di cui è composta, 5 dei quali di elezione parlamentare appunto, 5 di nomina del capo dello Stato e 5 designati, come dice l’articolo 135 della Costituzione, dalle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”? Temo che ad uscire peggio sia stato, per il suo ruolo, proprio Amato. Cui la Meloni ha suggerito sarcasticamente di proporre una riforma per affidare la nomina di tutti i 15 giudici costituzionali “al Pd, sentito il parere”, fra gli altri, dell’ora angosciato presidente emerito della Consulta.

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I giornalisti migliori dei loro giornali alla conferenza stampa della Meloni

   Lasciatemi scrivere, una volta tanta con sollievo, che i giornalisti partecipanti alla conferenza stampa d’inizio d’anno della premier Giorgia Meloni hanno riscattato l’immagine dei quotidiani con le priorità date dai loro interventi ai problemi, chiamiamoli così, di attualità.

         Solo con la quindicesima delle 45 domande prenotate con il sorteggio è stato posto alla presidente del Consiglio il problema del deputato piemontese della destra Emanuele Pozzolo. Che è da giorni su tutte le prime pagine dei giornali per la pistola con la quale ha partecipato ad un veglione promosso dalla sorella del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Pistola dalla quale è partito un colpo che ha ferito, per fortuna non gravemente, il genero di un agente della scorta dello stesso Delmastro.

          Prima di questo problema, dopo un’ora e mezza di conferenza stampa , la Meloni ha dovuo parlare della sua eventuale candidatura alle elezioni europee,  del ricorso  ancora a tagli della spesa pnbblica per tenere in equilibrio i conti,  della competitiiità dell’Italia in tema di investimenti esteri, del nuovo patto europeo di stabilità, della mancata  ratifica del trattato del Mes, o fondo salva-Stati, di un posssibile confronto diretto televisivo con la segretaria del Pd, della compatibilità di un giudice della Corte dei Conti con le sue funzioni dopo avere auspicato l’esercizio provvisorio piuttosto che il bilancio dello Stato approvato dalle Camere, di migranti, della concorrenza reclamata dall’Unione Europea e disattesa con le norme sugli ambulanti e sui balneari, della  tassazione degli extraprofitti bancari, dell’’antisemitismo, delle privatizzazioni e della riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio.  

   Sollevata -credo- dalla serietà di questo lungo elenco di priorità,  la Meloni non ha esitato a deplorare il suo collega di partito “pistolero” . E ad annunciarne la sospensione chiesta dalla formazione politica dei “fratelli d’Italia” in attesa del procedimento da lei stessa reclamato presso il collegio dei probiviri. E naturalmente anche delle indagini giudiziarie che l’incauto deputato si è procurate.

         Con la sedicesima domanda è arrivata al pettine della Meloni l’altro nodo delle prime pagine dei giornali da qualche giorno in qua:  l’affare Verdini-Anas, di cui si occupa la Procura di Roma. E la Meloni ha risposto negando che il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sia tenuto a riferire alle Camere dei suoi rapporti con la famiglia Verdini, della cui figlia è notoriamente il fidanzato. Gli affari di cui si occupa la magistratura risalgono ad anni in cui Salvini non era il ministro competente dell’Anas. E il figlio di Verdini, Tommaso, finito agli arresti domicilari come il padre, ha avuto come unica tessera di partito -ha ricordato la Meloni- quella del Pd. Che non per questo merita di essere chiamato in causa come le opposizioni pretendono ai danni di Salvini.

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La banalità delle attese dalla conferenza stampa di Giorgia Meloni

         Pur “sull’orlo della guerra mondiale” avvertito non solo dall’Unità dopo l’attentato in Iran con 84 morti, più di 200 feriti e le reazioni antioccidentali di Teheran, o nel “caos globale” gridato dal Riformista di Matteo Renzi, sono tutti lì sulle prime pagine dei giornali e altrove ad aspettare Giorgia Meloni alla odierna conferenza stampa di ex fine anno su altri temi.  

         In particolare, la premier- immaginata su ItaliaOggi con la scopa chiesta in prestito alla Befana- è attesa “sul ring con la testa di Pozzolo”, come ha titolato il manifesto evocando la punizione del deputato piemomtese della destra che a un veglione di Capodanno, organizzato dal collega di partito e sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, si è presentato esibendo una pistola. E finendo indagato per lesioni gravi al genero di un agente della scorta dello stesso Delmastro. Che contesta l’ipotesi di essersi ferito da solo, raccogliendo il revolver caduto a terra e lasciandosi quindi sfuggire un colpo. Esso sarebbe stato sparato, secondo alcune testimonianze, dallo stesso parlamentare.

         Mentre scrivo non si sa se, oltre al porto d’armi ritiratogli dalla Prefettura di Biella e alle sei pistole sequestrategli dall’autorità giudiziaria, Emanuele Pozzolo perderà anche la tessera del partito, come anticipato da Repubblica. O se la Meloni si limiterà a farlo sospendere in attesa degli sviluppi delle indagini per lesioni aggravate cui egli è stato sottoposto dalla magistratura pur nella “ordinaria banalità di un politico pistolero”, come l’ha definita Filippo Facci sul Giornale. Dove probabilmente si sono consolati col ferimento lieve e i dieci giorni di prognosi della vittima. Un ferimento peraltro da cui lo stesso Pozzolo, pur dichiarandosi non responsabile, secondo una testimonianza avrebbe subito ammesso che ne sarebbe uscito “rovinato”.

         La sorte di questo “banale pistolero”, per tornare al titolo del Giornale, è prevalsa nelle attese della conferenza stampa della premier non solo sull’aggravamento della crisi in Medio Oriente ma anche sul tema dei rapporti dell’Italia con l’Unione Europea riproposto questa mattina sul Corriere della Sera dal senatore a vita Mario Monti. Che ha condiviso le riserve appena espresse dal presidente della Repubblica su una norma pur promulgata in tema di concorrenza a proposito dei venditi ambulanti, analoga a un’altra sui balneari.

         Monti ha definito “un cartellino giallo” l’intervento del capo dello Stato sulla premier e sui presidenti delle Camere, che invece Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha trovato “un debole segnale” lanciato contro il “bluff del governo” sulla concorrenza reclamata dall’Unione Europea in difesa dell’economia di mercato. Cui i governi italiani preferirebbero -ha scritto Monti- “il mercato del voto”. Che -ha spiegato ancora l’ex presidente del Consiglio- tenendo artificialmente bassi i canoni compra il consenso dei concessionari e impoverisce l’ente che amministra”. Tutto ciò a spese del “cittadino qualunque”.

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La Meloni scampa anche alla pistola del “suo” Emanuele Pozzolo

   Alla vigilia ormai, e davvero, della conferenza stampa di ex fine anno rinviata per l’otolite seguita ad un’influenza, si può ben prevedere che a Gorgia Meloni non torneranno le vertigini per l’incidente di Capodanno occorso al suo imprudente deputato Emanuele Pozzo. Che è finito su tutti i giornali come un “pistolero” simbolo del proprio partito per quel mini revolver da cui è partito un colpo a sua presunta insaputa, ospite in un veglione dell’amico sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Forse senza neppure i brividi immaginati dal vignettista di ItaliaOggi, la premier è scampata anche a questo fuoco amico, diciamo così. L’unico ferito, per fortuna lieve, è rimasto il genero di un agente della scorta di Delmastro.

         Per quanto si potrà cercare di sfruttare il poco commendevole caso, obiettivamente aggravato dalla pretesa  del deputato della destra di reclamare quel che resta dell’immunità parlamentare per proteggersi dagli esami balistici nelle indagini per lesioni aggravate, la Meloni uscirà indenne dall’incontro con i giornalisti. Anche nei  tentativi scontati di metterla contro il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per l’affare giudiziario Anas-Verdini, e forse pure per la reazione “sovranista” dello stesso Salvini ai rilevi europeisti del capo dello Stato a norme pur promulgate a favore di balneari e ambulanti.

         Altre mine sulla strada della conferenza stampa sono state, volontariamente o no, rimosse dallo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di Capodanno ignorando, e praticamente declassando, il pasticcio politico della mancata ratifica parlamentare del trattato sul Mes, o fondo salva-Stati, e le diverse valutazioni emerse nella maggioranza anche sul nuovo patto europeo di stabilità.

         Il politologo Piero Ignazi non dovrà ritrattare su  Domani la valutazione espressa ieri sul governo Meloni. “Che -ha scritto- potrebbe navigare in acque tranquille” perché “gli avversari sono troppo deboli, divisi e confusi”.

         Né Nando Pagnoncelli dovrà sentire il bisogno di anticipare il prossimo sondaggio di Ipsos – neanche a Mattarella, del resto, piace molto questa pratica- per verificare di quanto potrebbe risultare superato o contraddetto quello del 14 dicembre appena illustrato sul Corriere della Sera. Che assegnava al partito della Meloni il 29,3 per cento delle intenzioni di voto contro il 26 conquistato nelle elezioni del 2022. La Lega risultava scesa dall’8,8 all’8 e Forza Italia dall’8,1 al 6,8. Sul fronte delle opposizioni il Pd della Schlein risultava sceso al 19 dal 19,1 conseguito quasi un anno e mezzo fa  da Enrico Letta, il Movimento 5 Stelle salito sì con Giuseppe Conte dal 15,4 al 17,2 ma restando sempre sotto il Pd. Che l’ex premier grillino vorrebbe invece sorpassare per riuscire davvero, e non solo aspirare a condurre il gioco nell’ambiziosa, improbabile prospettiva dell’alternativa. Buon anno a tutti i concorrenti. E che Iddio ce la mandi buona.

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