Da avvocato Antonio Ingroia rivaluta un pò la prima Repubblica

   Vi confesso che, a dispetto delle sue radicalità negli anni della magistratura, qualche simpatia per Antonio Ingroia era riuscito a strapparmela Maurizio Crozza con le sue imitazioni. Che ne facevano – peraltro con un pezzo di toga ancora addosso, perché lui si era candidato addirittura a presidente del Consiglio senza averla ancora dimessa del tutto- un uomo più pigro o insolente che pericoloso nell’esercizio delle sue vecchie e nuove, improbabili funzioni. No, non può essere -mi dicevo- l’uomo spietato raccontato da certe cronache a mezza strada fra il giudiziario e il politico, intrise dei soliti retroscena, anche se fra i suoi imputati -vi confesso pure questo- c’erano persone che stimavo. E con le quali avevo persino avuto l’occasione di lavorare conservandone un buon ricordo a dispetto di tutto e di tutti.

         Diversamente dall’altro Antonio celebre in magistratura e passato anche lui alla professione di avvocato, il “Tonino” mitico dell’indagine “Mani pulite”, il Di Pietro poi scoperto come ministro da Romano Prodi senza passare per nessuna seduta spiritica evocativa di quella celebre durante il sequestro di Aldo Moro; diversamente, dicevo, dall’altro Antonio poi diventato avvocato, Ingroia mi è piaciuto sempre di più. O dispiaciuto sempre di meno, come preferite. Vi ho sentito un certo afflato umano, persino esploso -voglio confessarvi anche questo- quando l’ho visto assumere le difese di Gina Lollobrigida. Che ritenevo, e ritengo tuttora, ingiustamente ridotta nei suoi ultimi anni di vita ad una donna raggirata, manipolata eccetera eccetera. E pazienza se finora come avvocato della Lollo, oltre che definitivamente come pubblico ministero del presunto affare delle trattative fra la mafia e lo Stato, o pezzi di esso, Ingroia ha perso.

         Ma anche sul terreno delle trattative denunciate nella stagione stragista della mafia – nonostante la certezza di avere visto o avvertito giusto recentemente mostrata in un incontro al Senato con alcuni suoi ex imputati promosso da Maurizio Gasparri- non dispero che prima o dopo anche lui possa ravvedersi. La toga dell’avvocato non si porta inutilmente addosso, senza farsi cogliere prima o poi dal dubbio. Che non a caso è il nome che si è dato felicemente questo giornale.

         Non dispero neppure che Ingroia ritrovi ancora più memoria o fantasia, come preferite, di quanta gliene abbia ravvivata di recente un giornalista facendolo parlare delle famose intercettazioni dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fatte distruggere dalla Corte Costituzionale ed uscite pertanto dalle carte del processo sul già ricordato affare delle trattative con la mafia nella stagione delle stragi.

   Non dispero, in particolare, che oltre a parole, pensieri e opere attribuite all’allora e adesso compianto presidente Napolitano sul conto di Silvio Berlusconi che trascorreva gli ultimi suoi mesi a Palazzo Chigi alle prese con i malumori delle borse finanziarie e dei vertici dell’Unione Europea, si riescano a sapere o immaginare- ripeto-  parole, pensieri e opere attribuibili a Napolitano sul conto dei magistrati che avevano finito di occuparsi a Palermo pure di lui.

         C’è tempo, per carità, per sbrogliare le tante matasse misteriose della Repubblica, comprese quelle accumulatesi nei lunghi 55 giorni della prigionia di Aldo Moro nelle mani delle brigate rosse nel 1978, e forse aggiuntesi a quelle della vigilia: nei giorni, nelle settimane e forse persino nei mesi di preparazione del sequestro dello statista democristiano e della mattanza della sua scorta vicino casa.

         Ma lasciatami tornare all’inizio E dirvi di che cosa, più in particolare, sono rimasto colpito ultimamente dell’avvocato Ingroia, preferendolo molto di più al magistrato che fu. Ho letto di lui, senza successiva smentita o precisazione,una risposta assai illuminante a un giornalista dell’Identità che  gli chiedeva in pratica se si aspettava “dopo le fratture della Prima Repubblica un indebolimento del rapporto tra politica e criminalità”.  “Può sembrare un paradosso -ha detto Ingroia, che deve averne davvero viste di tutti i colori, con qualsiasi toga addosso- ma ci troviamo a rimpiangere la Prima Repubblica, colpevolizzata di corruzione sistemica, mentre adesso si è diffusa a monte come a valle”.

         Già all’allora capo ancora della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli sfuggirono l’impressione che non fosse valsa la pena l’avventura delle “mani pulite” e quasi le scuse, raccolte in un libro autobiografico di Claudio Martelli, peraltro dallo stesso Borrelli definito il migliore ministro della Giustizia di quegli anni. Ma le parole di Ingroia, per l’ancor più vasta e tragica esperienza dell’uomo, mi sembrano come una pietra sulla tomba delle illusioni, nella migliore delle ipotesi. Perché si visse allora non solo di illusioni. Si visse anche di calcoli, dai quali è nata la politica alquanto disertificata di oggi.

Benedetti schiaffi di Augusto Barbera dalla Corte Costituzionale

         Onore ad Augusto Barbera, presidente purtroppo di turno della Corte Costituzionale: purtroppo, perché il turno è ormai diventato per consolidata abitudine troppo breve per non ridursi spesso ad un passaggio fuggevole. I presidenti emeriti, cioè gli ex, aumentano a discapito di quelli effettivi. Ma Barbera, vecchio professore universitario, politico di sinistra passato per tutte le edizioni del Pci, arrivato alla Corte Costituzionale nel 2015 fra i cinque giudici di elezione parlamentare, sui 15 complessivi del collegio, si merita tutti gli elogi possibili per come ha saputo e voluto appena rispondere ad un’intervista di Repubblica che poteva sembrare, francamente, un agguato.

         Collegata anche graficamente ad un’altra intervista recente a Repubblica, quella dell’ex presidente della Consulta Giuliano Amato sul “rischio” autoritario che l’Italia governata da Giorgia Meloni correrebbe seguendo o inseguendo “Polonia e Ungheria”, la risposta di Barbera è stata laconica: “Non condivido l’accostamento. Questo risultato non sarebbe possibile in Italia. Non lo consentirebbero le nostre norme costituzionali ed ordinarie”.

         La circostanza rivendicata dalla prermier, in polemica con Amato, che le Camere a maggioranza di centrodestra potranno rinnovare quest’anno quattro dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare? “Ma questa -ha spiegato Barbera- non è una novità. Nessuna maggioranza ce l’ha fatta da sola perché saggiamente le leggi in vigore prevedono che per eleggere un giudice, o una giudice, è necessaria almeno la maggioranza dei tre quinti, cioè 363 voti, mentre l’attuale maggioranza non supera i 350 circa”. E il progetto governativo dell’elezione diretta del premier? Ma già siano arrivati -ha ricordato Barbera- “all’introduzione nella scheda elettorale del nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Una sorta di legittimazione elettorale, se non proprio la più audace elezione diretta”.

         E il pericolo che la politica prevarichi sulla Corte Costituzionale? “Ma è vero anche l’inverso”, ha risposto Barbera ricordando che “le Corti”, al plurale, quindi anche quelle della magistratura ordinaria, “non devono soverchiare il potere politico”. E una tosta di destra alla guida del governo non deve far paura? “L’elezione di Nilde Iotti alla presidenza della Camera -ha risposto Barbera vantandosi di avervi contribuito- rappresentò la fine, o meglio l’inizio della fine, della conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti e oggi non posso che essere favorevole al superamento di analoga convention a destra”.

   E le braccia alzate in via Acca Lametia e altrove? Barbera ha raccontate di vederne ogni tanto anche agli stadi, senza cadere -credo- nel panico. E la Costituzione più bella del mondo, che non vale la pena toccare? “Per le virtualità multiple -ha risposto il presidente della Corte- la Costituzione italiana è fra le migliori al mondo”, ma “non sempre” riesce a garantire davvero la libertà e l’uguaglianza garantite dall’articolo 3.  

Il compleanno di Giorgia Meloni tra feste e qualche parura

   Diversamente da Silvio Berlusconi, che prima di essere tradito dalla salute si sentiva addosso meno anni di quanti attribuitigli dall’anagrafe, la pur giovane Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi a 45 anni.  ha confessato il logoramento procuratole dalla guida del governo. Nel “giorno da pecora” simpaticamente  offertole dalla Rai per festeggiare i suoi 47 anni la premier ha raccontato di sentirsene addosso cinque in più, tanto gravosi sono stati evidentemente i primi 16 mesi trascorsi al comando della sua squadra ministeriale di centrodestra. O destra-centro, come qualche alleato non si rassegna ancora ad accettare cercando ogni tanto di contare di più.

   Più frequenti e rumorosi sono i tentativi di resistenza di Matteo Salvini impietosamente costretto proprio oggi nella vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera a vedere saltare come un tappo dalla bottiglia dello spumante  della premier la testa del suo candidato Chtistian Solinas alla presidenza della Sardegna. Come Giorgio Forattini fece schizzare nel 1974 la testa del povero Amintore Fanfani dalla bottiglia stappata dai laici per festeggiare la sua sconfitta nel referendum contro il divorzio. Che segnò un po’ l’inizio della fine della Dc, poi accelerata dall’assassinio di Aldo Moro e dall’uragano giudiziario di Tangentopoli. Meno frequenti e rumorosi ma ugualmente sofferti sono i tentativi di resistenza di Antonio Tajani alla pur faticosa scalata della Meloni alla posizione centrale, nel panoramico politico italiano, che fu a lungo dello scudo crociato.

   Secondo i suoi stessi calcoli di un anno equivalente a cinque, poiché ha ottimisticamente previsto, e forse non a torto, di potere festeggiare ancora a Palazzo Chigi nel 2027, quando finirà la legislatura uscita dalle urne autunnali del 2022, i suoi 50 anni anagrafici, non vorrei che la Meloni dovesse davvero sentirsene addosso 70, cioè venti in più. Che non saranno moltissimi, per carità, in un mondo in cui la vita si è tanto allungata da compromettere la tenuta del sistema previdenziale, ma insomma saranno sempre 70, e non i 50  della carta.

   Gli auguri alla Meloni sono naturalmente dovuti, non foss’altro per galanteria avvertita persino da chi si ritiene il suo principale e vero avversario: l’ex premier grillino Giuseppe Conte. Che ne dice peste e corna in Parlamento e fuori, dandole persino della vigliacca: a lei che non si lascia sfuggire occasione per rivendicare il suo coraggio, la sua non ricattabilità e tutto il resto dell’armamentario di una leader da primato. Auguri, quindi, signora presidente del Consiglio. E figli maschi, dopo la bellissima Ginevra ottenuta dall’ex compagno Andrea Giambruno, non potendosi o dovendosi escludere un altro amore, o il recupero del vecchio. Ma attenta alle spalle, perché temo francamente che a furia di forzare l’andatura la premier possa  finire per tenere  più gli alleati che gli avversari sparsi fra campi sempre più evanescenti,  per niente larghi come li sogna la segretaria  del Pd.  

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Le sorprese di Papa Francesco intervistato da Fazio in televisione

   Francesco, il Papa che ha voluto seguire Fabio Fazio anche sulla 9, la rete che riesce a pagare più della Rai, gli ha concesso un’intervista non so dirvi francamente se più promozionale per sé, con tutti i problemi che ha, o per l’intervistatore di laicissima fede, immagino. Che si è disobbligato con un pò di avarizia -spero involontaria- riconoscendo all’augusto ospite da remoto la qualifica di “massima autorità morale del pianeta”, escluso quindi tutto il resto dell’immenso mondo che pure esiste. E al quale credo che Dio non sia estraneo. Come sotto sotto, pur parlando dall’”altrove” in cui si è rifugiato, ha riconosciuto persino Beppe Grillo interrompendo il lungo silenzio impostogli forse dalla sorpresa di vedere il suo Giuseppe Conte ancora impegnato nella politica italiana.

         Consapevole evidentemente dei confini ben più estesi di un magistero così modestamente rappresentato qui dal Papa di “una Chiesa in crisi”, ha detto lo stesso Grillo,  il comico genovese si e ci ha chiesto nella rappresentazione improvvisata del suo ultimo, anzi penultimo spettacolo, prenotandoci per il prossimo, perché Dio si diverta a “giocherellare” tanto con noi. Che siano obbligati a vivere fra le tante guerre, grandi e piccole, che ci assediano anche da vicino e che non si spengono per quanti ceri anche metaforici accenda il Papa, per quanti appelli lanci, per quanti inviati mandi in giro per le terre messe a ferro e a fuoco dai soliti, ostinati, ricorrenti piromani comunque esonerati dall’Inferno: quello con la maiuscola che ha fatto, quanto meno, le fortune di Dante Alighieri come narratore.

         Già, proprio di questo Inferno, con tutti i suoi gironi e anfratti, il Papa un po’ troppo generosamente -mi permetto di osservare- ha detto a Fazio che gli piace immaginarlo “vuoto”.  Non ha voluto lasciarvi uno spazio non dico a quell’impenitente che in 54 anni d sacerdozio, sugli 87 compiuti il mese scorso, lo sfidò con una confessione insincera, “ipocrita”, e si vide giustamente rifiutare l’assoluzione. Se non a questo peccatore falsamente penitente, se non a quelli che gli rendono la vita difficile nella Curia romana, se non a chi lo ha fatto appena sentire solo o isolato nella benedizione agli omosessuali, o a chi dubita della sua pubblica devozione per il compianto Benedetto XVI, un posto nell’Inferno -dico io- se lo sarà pure meritato uno come Hilter. Di cui purtroppo esistono epigoni qua e là nel mondo: per esempio, quelli che praticano anche il terrorismo per uccidere gli ebrei ovunque vivano o si nascondano.

         Santità, La prego, visto che per fortuna ci ha appena assicurati, ispirando i titoli dei giornali, che non è questa, né sembra vicina l’ora delle sue dimissioni per stanchezza o delusione, non mi faccia tentare addirittura  da quel diavolo di Beppe Grillo che col dito alzato si sente preso in giro, diciamo così.

Il rischio del suicidio politico non avvertito dalla segretaria del Pd

    Convinta evidentemente di essere una donna destinata a vincere per la capacità dimostrata, scalando la segreteria del Pd l’anno scorso, di non fare avvertire il suo arrivo al traguardo, o la sua partecipazione alla corsa, la giovane Elly Schlein non si è lasciata trattenere dal forse troppo anziano, prudente e vedovo depresso Romano Prodi. Che le aveva proposto di recente il tentativo di federare le opposiziioni di sinistra “se ce ne fossero stati di disponibili a farsi federare”. E lei  invece ha continuato a inseguire il ben recalcitrante Giuseppe Conte, convinto di poterla sorpassare pur dalla metà dei voti rimasti alle 5 stelle dopo i suoi due passaggi a Palazzo Chigi.

         Prodi, sempre lui, incapace evidentemente di tenersi per sé le cose ora che non ha più la moglie alla quale confidarle ottenendone l’affettuoso assenso, ha consigliato alla Schlein di non candidarsi a vuoto alle elezioni europee, non avendo alcuna intenzione di andare poi a fare davvero l’eurodeputata. Ma lei continua a pensarci, indecisa solo se candidarsi in tutte le circoscrizioni italiane o solo in alcune  per tirare la volata all’uomo che potrà sostituirla quando lei dovrà scegliere dove e da chi, appunto, farsi rimpiazzare con la rinuncia imposta dalla sua prevalente funzione di parlamentare nazionale.

         Questa volta senza bisogno di trasgredire a un  consiglio contrario di Prodi, o di altri che nel Pd mostrano qualche riserva, la Schlein si sta infine preparando al duello televisivo con Giorgia Meloni, incerta sinora solo sul vestito da indossare, perché la sua armacromista di fiducia si è riservata di pronunciarsi solo all’ultimo momento, e senza sconti -credo- sulla tariffa. Tuttavia alla modica cifra di 2 euro e 20 centesimi, se intendesse spenderli e non limitarsi a leggerlo in una rassegna stampa di libero accesso per lei alla Camera, la Schlein potrebbe riflettere sulla prudenza, a dir poco, consigliatole oggi sul Corriere della Sera da Aldo Grasso. Che non è solo il critico televisivo del giornale italiano più diffuso, ma un signor esperto di comunicazione, già dirigente Rai e tante altre cose.

         “Meloni -ha scritto Grasso- parla a un elettorato con cui è già in sintonia, sia sul piano sintattico che dei contenuti (se deve andare in bagno non si fa scrupolo di dirlo). Schlein parla a una più generica “opposizione”, forte solo di una sfuggente moltiplicazione dell’io: dopo avere suggestionato più i passanti che gli elettori, la sua immagine è prigioniera di un “morphing continuo”. Che è il dissolvimento digitale di un volto sino a diventare un altro. E’ un po’ come mettersi al bivio, contestato sulla Stampa da Francesca Schianchi, “tra perdere e perdersi”.

         “In un confronto tv -ha infine avvertito Grasso- sono necessari un’identità netta e obiettivi politici in grado di inchiodare la maggioranza alle sue responsabilità e alla verifica dei fatti. Altrimenti sono in agguato due insidie: perdere con Meloni e consegnare l’opposizione a Conte”. Concordo, modestamente.

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La politica italiana fra le tombe dei giganti in Sardegna…

   Altro che Mar Rosso, Yemen. Iran, Gaza e persino l’Aya, dove il mondo si è messo davvero al contrario senza aspettare l’intervento del generale Vannacci. Vi è finita sotto processo internazionale per genocidio non Hamas ma Israele, costretta alla guerra a Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre. I partiti italiani e le loro reali o ipotetiche alleanze rischiano il collasso, il terremoto e quant’altro in Sardegna, dove si terranno le elezioni regionali fra poco di un mese, salvo improbabili rinvii per bisticci fra avanzi della Dc che se ne contendono le insegne.

         Il centrodestra sulla carta avrebbe i numeri per vincere, anzi rivincere, se non fosse scosso dalla crisi del più piccolo, anche se forse più noto partito dell’isola: quello sardo d’azione. Che reclama vitaminicamente la  ricandidatura del suo governatore Christian Solinas dall’alleato Matteo Salvini. Il quale vorrebbe, anche perché senza quel partitino il 6,3 per cento raccolto in regione dalla Lega nelle elezioni politiche del 2022 si dimezzerebbe, o quasi. E non potrebbe neppure interloquire col partito della premer Giorgia Meloni, salito al 23 per cento: di certo inferiore al 26 per cento nazionale arrivato nei sondaggi quasi al 30, visibile quindi  con  il cannocchiale da quelli del Carroccio. Che pertanto o si piegano alla candidatura quasi formalizzata del meloniano sindaco di Cagliari Paolo Truzzu o rischiano di scomparire dall’isola.

         In una situazione normale la sinistra potrebbe o dovrebbe aspirare a raccogliere i frutti delle divisioni, tensioni e quant’altro nel centrodestra. Ma anche in Sardegna -fatale come la Novara del 1849 per Carlo Alberto di Savoia o come essa stessa nel 2017 per il primo segretario del Pd Walter Veltroni, costretto alle dimissioni come l’altro all’abdicazione- la situazione della sinistra non è per niente normale. Anche sotto Elly Schlein il Pd è messo male perché per inseguire l’alleanza col pentastellato ex premier Giuseppe Conte ne ha accettato la candidata a governatrice Alessandra Todde, rompendo non dico con un gigante delle omonime tombe sarde, ma con un Renato Soru, ex governatore, che un certo seguito nell’isola ancora ce l’ha. Anche senza l’aiuto di una figlia rimasta fedele al partito dell’”illuminata di Lugano”, come la Schlein è stata ironicamente definita oggi su Repubblica dal pur simpatizzante a dir poco, Massimo Giannini.          I

   Il guaio per il Pd, ancor più che per il centrodestra pur sempre favorito dal premierato di fatto, se non ancora di diritto costituzionale, di una Giorgia Meloni presidente di turno- pensate un po’- anche del G7, è che le elezioni sarde del mese prossimo sono solo la prima tappa di una lunga corsa ad ostacoli che dovrebbe finire il 9 giugno con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Volente o nolente la stessa Schlein, esse costituiranno un importante test, come lo chiama Meloni, anche per la politica italiana. E non solo una prova per dare all’Italia più peso nei nuovi organismi comunitari.

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Quel gioco rischioso a interpretare i silenzi della premier Meloni

   Interpretare i silenzi è sempre difficile. Ricordo -ahimè- il divertimento ma anche il fastidio che verso la fine degli anni Sessanta procuravano ad Aldo Moro le interpretazioni dei lunghi silenzi nei quali egli si chiudeva dopo avere lanciato qualche proposta imprevista o avere fatto qualche riflessione inattesa. Gli ancora amici o colleghi di corrente dorotea lo avevano appena allontanato da Palazzo Chigi per scavalcarlo a sinistra nei rapporti col Psi, ma soprattutto con l’opposizione comunista.

   A quest’ultima, esclusa con Moro fra il 1963 e il 1968 da una maggioranza rigorosamente “delimitata” di centro-sinistra, col trattino, pur di trasferirsi dalla segreteria democristiana alla guida del governo Mariano Rumor si era reso disponibile, d’intesa con i socialisti di Francesco De Martino, a un certo riguardo. Egli si era proposto, testualmente, per una “edizione più incisiva e coraggiosa” del centrosinisra, senza più trattino e “aperto ai ontributi” delle opposizioni. 

         A Guido Quaranta e a me che lo inseguimmo a Terracina, dove lui andava al mare ogni mattina raggiungendo la famiglia in completo grigio per leggere i giornali sotto l’ombrellone, Moro disse alquanto spazientito, prendendosela però più con altri assenti che con noi: “Quante cose riuscite a farmi pensare”.  Pronta ma inutile fu la nostra  offerta a raccogliere il suo recondito, vero pensiero in vista di una sessione autunnale del Consiglio nazionale della Dc che doveva ratificare la soluzione balneare appena data alla crisi di governo, col ricorso al solito Giovanni Leone, in attesa stavolta di Rumor a Palazzo Chigi. Cinque anni prima il povero Leone era stato scomodato d’estate in attesa dell’arrivo proprio di Moro alla guida del primo governo “organico” di centro-sinistra, ripeto, col trattino.

         Ce ne tornammo a Roma, Guido ed io, con la coda fra le gambe. Non potemmo annunciare dai nostri rispettivi giornali –Paese sera e Momento sera- nessuna rivelazione. Po l’ex presidente del Consiglio si sarebbe presentato al Consiglio nazionale democristiano uscendo dalla corrente dei dorotei, scavalcandoli a  sinistra con la proposta della famosa “strategia dell’attenzione” al Pci e passando  all’opposizione interna con un gruppo di persone che altro non potevano e non dovevano essere chiamati che “amici dell’onorevole Moro”.

         Mi avvalgo di questa premessa autobiografica, della cui lunghezza mi scuso, per dire al nostro pur ottimo Paolo Delgado che mi sono un po’ ritrovato nelle stesse condizioni di allora leggendo la sua lettura del silenzio di Giorgia Meloni -almeno sino al momento in cui scrivo- di fronte alle polemiche scatenatesi per quelle centinaia di braccia levatesi a Roma per ricordare, a 46 anni di distanza , le tre giovani vittime di un assalto, e conseguenti disordini, alla sezione missina di via Acca Larenzia.  

         Delgado ha trovato o letto in quel silenzio uno spirito persino di “revanscismo” della linea della Meloni. Che, pur sapendo di non correre poi grandi rischi elettorali, nelle dimensioni alle quali è riuscita a portare la sua destra, se si dissociasse anche lei da quelle braccia alzate da “imbecilli”, come li ha chiamati il suo devoto Giovanni Donzelli, se n’è stata muta per coerenza con la sua storia politica. Che non intenderebbe confondere con quella di Gianfranco Fini: l’uomo che a Fiuggi -ha raccontato lui stesso di recente- uscì “per sempre dalla casa del padre” procurandosi l’accusa di tradimento, anche se era stato ben attento a conservare nel simbolo di Alleanza Nazionale la fiamma del precedente Movimento Sociale. Una fiamma della cui opportunità adesso lo stesso Fini ritiene si possa “discutere”, tanta acqua è passata ormai sotto i ponti. E tanto diverse sono diventate le responsabilità della destra. Che è arrivata dove lui non riuscì, cioè alla guida del governo, per avere ceduto all’insofferenza verso un Silvio Berlusconi ancora ben deciso a tenersi stretto il comando della coalizione di centrodestra improvvisata nel 1994. Esplose una rottura dalla quale Fini fu travolto.

         Diversamente da Delgado, nella dicotomia gramsciana dell’ottimismo della volontà opposta al pessimismo della ragione, io sono tentato da una interpretazione positiva, appunto, del silenzio della premier. Che ha già tanti problemi di suo, e più consistenti, da affrontare e risolvere come premier dichiaratamente conservatrice in questo 2024 “complesso” – ha detto lei stessa- e particolarmente impegnativo per la presidenza italiana di turno del G7, per lasciarsi logorare dalle polemiche sulla fiamma e dintorni. E col ricorso più o meno parlamentare alla solita magistratura per violazione del reato di apologia del fascismo a suo tempo introdotto dalla legge Scelba come una specie di concorso esterno al fascismo. E’ un reato, ben oltre il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista, che si presta un po’ a tante letture e applicazioni come quello di abuso di ufficio che si sta provvedendo finalmente, secondo me, ad abolirlo.

   Sull’apologia del fascismo siamo ormai appesi ad una vicina pronuncia della Cassazione a sezioni unite appena ricordata, procurandosi tante polemiche, dal presidente del Senato Ignazio La Russa.  Forse è il caso di pensare ad un’altra soppressione. A meno che non si voglia davvero credere e sostenere che quelle centinaia di braccia levate in via Acca Larenzia a Roma ogni 7 gennaio, con qualsiasi premier a Palazzo Chigi, siano quell’anticamera o anticipazione di un nuovo fascismo che si sta cercando di accreditare, in buona o cattiva fede poco importa a questo punto. Dentro e persino oltre i confini, visto l’intervento a gamba tesa, particolarmente tedesca, del Partito Popolare Europeo per l’episodio romano. Eppure in Germania si gioca ogni tanto anche con la svastica.

Pubblicato sul Dubbio

La fiamma della Meloni finisce sulla statua della Libertà a New York

         Conosco bene il diritto rivendicato dai vignettisti, e che in parte condivido, di considerare zone franche le loro creature. Ma conosco altrettanto bene, per una certa, lunga esperienza di vita nei giornali, che a volte esse sono commissionate. E altre volte, quando appaiono stonate, a dir poco, vengono sostituite con altre, magari suggerite all’autore segnalandogli qualche fatto o articolo di maggiore o uguale attualità presente sulla prima pagina. Perciò sono un po’ sobbalzato da vecchio lettore del Corriere della Sera nel vedere rimossa da Emilio Giannelli la fiaccola della celebre statua della Libertà a New York, che dal 1886 vorrebbe illuminare tutto il mondo, a vantaggio della fiamma che i  lontani “fratelli d’Italia” di Gorgia Meloni hanno nel simbolo del loro partito, ereditata dall’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e dal Movimento Sociale di Giorgio Almirante.

         Cosi il Corriere della Sera –diretto da Luciano Fontana, ex capo redattore, se non ricordo male, dell’Unità dei tempi di Walter Veltroni, diventato a sua volta, e  casualmente, un editorialista e collaboratore molto e giustamente apprezzato via via Solferino a Milano, certamente migliore o più riuscito del primo segretario del Pd- ha esportato a suo modo le polemiche che dal 7 gennaio, fra televisioni e giornali si sprecano in Italia sulle centinaia di persone, ormai di diverse generazioni, che da 45 anni si ritrovano a Roma davanti ad una ex sezione missina per ricordare a braccia levate le tre giovani vittime di un assalto armato e dei conseguenti disordini di quello stesso giorno del 1978.

         Piuttosto che rilanciare queste polemiche salendo per i 93 metri del monumento statunitense- mi scusi il buon Fontana- avrei segnalato al vignettista il caffè quotidiano di Massimo Gramellini, destinato sempre alla prima pagina di oggi, di urticante commento alle condizioni del Pd di Elly Schlein. Che nel suo inseguimento a sinistra di Giuseppe Conte e delle sue 5 stelle sta organizzando una specie di conclave in un albergo, sempre a 5 stelle, di Gubbio e dei suoi ex poverelli.

         “I tavoli di marmo riscaldato e le “docce emozionali” offerte dalla super spa di Gubbio -ha scritto Gramellini, senza spingersi al “Titanic” evocato da Libero– non sembrano i luoghi più credibili per discutere di accoglienza e salario minimo. Scegliendo un centro benessere, i democratici si illudevano forse di trasmettere un segnale di equilibrio e di cura. Passeranno invece per i soliti privilegiati, incomprensibili e lontani, con quella pretesa un po’ grottesca di predicare l’inclusività dal più esclusivo dei pulpiti”.

         Ma a proposito delle braccia levate al Tuscolano segnalo il buon Giuliano Ferrara sul Foglio, che ha evocato Esopo per ricordare che gridando al lupo che non c’è si finisce per non accorgersi del lupo quando arriva davvero. O, sullo stesso Foglio, la “Patacca Larentia” di un “antifascismo tenorile” che “all’estero diventa propaganda putiniana”.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il gioco dei ricatti (fasulli) nella partita fra Schlein e Meloni

         Grazie alla perspicacia della segretaria del Pd Elly Schlein -intervenuta alla Camera contro le braccia levatesi a Roma anche quest’anno, come nei precedenti 45, per ricordare le tre vittime dell’assalto alla sezione allora missina di via Acca Laurentia-  dovremmo sapere finalmente che cosa smentisca la non ricattabilità più volte vantata da Giorgia Meloni parlando ad avversari e alleati.. La “ricatta” -ha detto la Schlein, anticipando il duello televisivo che in tanti si sono offerti di realizzare in televisione con la premier- “il suo passato”, pur anagraficamente non lungo di una donna che ha compiuto il mese scorso 47 anni. Nata un anno prima dell’assalto mortale e vigliacco in via Acca Laurenzia.

         Forse la Schlein disporrà di qualche foto o filmato dell’ancora bambina o adolescente Giorgia Meloni in una delle prime, diciamo così, celebrazioni commemorative dei tre morti in quella strada romana del Tuscolano. E non ha esibito le immagini solo per non farsi chiedere come se le fosse procurate, al pari di quanto è accaduto di recente a Matteo Salvini per avere esibito le libere proteste di una magistrata contro la polizia e in difesa di migranti clandestini. Difesa che poi la signora avrebbe tradotto in ordinanze e quant’altro nell’esercizio delle sue funzioni giudiziarie. 

         La segretaria del “Pd modello gnè gnè”, come le ha rimproverato oggi Il Foglio,  o “la sesta stella” dei grillini, come l’ha definita il Riformista commentando l’astensione parlamentare che ha spaccato il partito del Nazareno sulla proroga degli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia, si meriterebbe quello che forse la Meloni le risparmierà solo per non rompere il silenzio che si è imposta su via Acca Laurentia. E sugli “imbecilli” o gli “inopportuni” delle braccia alzate fascisticamente il 7 gennaio scorso.

   “Imbecilli” come sono stati definiti dal responsabile dell’organizzazione del partito della destra italiana, Giovanni Donzelli, fedelissimo della Meloni, o “inopportuni” secondo Gianfranco Fini. Che in una intervista al Fatto Quotidiano ne ha sollecitato l’allontanamento, se risultassero iscritti ai “fratelli d’Italia”. Di molti di loro, d’altronde, la polizia ha già accertato l’identità per un eventuale intervento giudiziario sollecitato con tanto di esposto in Procura a Roma dalle originarie 5 stelle del firmamento di Beppe Grillo e Giuseppe Conte.

   Quella che la Meloni ha finora risparmiato alla Schlein, di nove anni peraltro più giovane di lei, è l’accusa, ridicola come la sua, di essere anche lei ricattabile o ricattata dal passato di una parte del suo partito che ai tempi andati della cosiddetta guerra fredda non osava contrastare ciò che si faceva e si ordinava a Mosca. Dove sulla cupola del Cremlino troneggiavano la falce e il martello che probabilmente l’ultrasettantenne Putin rimpiange sognando la riconquista dell’Ucraina. Vero, Eddy? Chi di perspicacia ferisce, di perspicacia perisce.

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Discorrendo di abuso d’ufficio e di antifascismo tra Parlamento, piazze e tribunali

   Vittima proprio in questi giorni di un abuso di antifascismo fatto dalle opposizioni cercando di coinvolgere la premier Giorgia Meloni e il suo partito nei saluti romani in via Acca Larenzia, il governo è riuscito a portare a casa il primo sì del Senato all’abolizione del reato di abuso dì ufficio. E pazienza se la Repubblica di carta, seguendo i partiti di opposizione, ha gridato contro il “colpo di spugna”. Che sarebbe stato concesso ai sindaci, di sinistra e non solo di sinistra, da tempo protestatari e paralizzati dalla cosiddetta “paura della firma”. Nata e cresciuta per i tanti procedimenti giudiziari avviati e in grandissima parte conclusi con archiviazioni o assoluzioni subentrate col solito ritardo ai danni irreparabili già subiti, non solo sul piano politico, dai malcapitati indagati e imputati.

         Al buon Angelo Panebianco è capitato di scrivere per il Corriere della Sera un editoriale contro “la maggioranza molto impegnata a inventare nuovi reati”, sulla strada del cosiddetto “panpenalismo”, proprio mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio riusciva in qualche modo a smentirlo col suo governo e con la sua maggioranza allargata ai renziani E si faceva un po’ perdonare qualche errore impostogli dalla politica, diciamo così, contraddicendo sue vecchie opinioni contro il “panpenalismo”, appunto.  

         Dalla politica, per i suoi frequenti cedimenti a quella che proprio oggi sulla Stampa il buon Mattia Feltri ha chiamato “smania di manette” scrivendo a proposito dei saluti romani in via Acca Larenzia,  è forse eccessivo attendersi in materia di presunta apologia del fascismo, contemplata da una vecchia legge Scelba, un intervento analogo a quello contro l’abuso d’ ufficio. Ma dove non riesce ad arrivare la politica questa volta potrebbe spingersi la magistratura, in controtendenza auspicabile rispetto alle abitudini giustizialiste.  Fra pochi giorni la Cassazione si esprimerà su qualcosa di analogo a quanto accaduto nella strada della periferia romana tra le grida inorridite della sinistra. Che non potendo contestare al governo senza farsi ridere appresso statistiche come quelle sull’occupazione, cerca di liquidarlo come un manipolo di fascisti. Per giunta anche vigliacchi perché in via Acca Laurenzia nessun ministro, sottosegretario, dirigente o rappresentante ufficiale di partito era fra il pubblico a braccio teso.

         Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera ha cercato di scherzare sull’assenza della Meloni da quella manifestazione. Altri titolati del suo partito hanno dato ai presenti degli “imbecilli”. Ma la sinistra non ha sentito. Si è tappata le orecchie ed ha continuato a reclamare quello che peraltro al governo non ha mai fatto, essendosi in via Acca Larenzia ripetuto ciò che accade dalla prima celebrazione annuale di quel 7 gennaio 1978, quando tre giovani di destra vennero uccisi nell’assalto ad una sezione missina e nei disordini che ne conseguirono con l’intervento della polizia.

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